Interessi protetti - Beni, diritti reali -  Paolo Basso - 02/10/2019

La servitù di passaggio non comprende il comando a distanza del cancello – Trib. Biella Sentenza 25/2/2019 n. 94, Giudice estensore dott.ssa Buccetti

La sentenza in rassegna, pur conformandosi -in quasi tutte le sue statuizioni- all’opinione giurisprudenziale prevalente, tuttavia assume interesse in quanto punto di incontro, nella sua motivazione, di plurime problematiche rilevanti in un gran numero di casi giudiziari.
Brevemente il fatto: il titolare di un fondo dominante munito di servitù attiva di passaggio pedonale e carraio a carico dell’adiacente fondo ha domandato al Tribunale di condannare il titolare del fondo servente a consentirgli l’installazione di un comando elettrico di apertura a distanza del cancello d’ingresso al sito di esercizio della servitù (cancello facente parte del fondo servente), assumendo che, in caso contrario, sarebbe rimasto menomato l’esercizio della servitù di passaggio stessa, attesa la necessità di recarsi presso il cancello stesso per aprirlo manualmente (anzi inserendo la chiave elettronica) ogniqualvolta si dovesse consentire l’ingresso ad una persona. Il che, secondo la parte attrice, sarebbe stato impossibile in caso di impedimento fisico della parte attrice stessa per malattia o per altra causa. L’attore lamentava che la situazione attuale sarebbe stata tale da impedirgli di poter azionare l’apertura a distanza del cancello, con conseguente impossibilità di accesso alla sua abitazione di visitatori ed eventualmente di personale di soccorso nel caso di suo anche temporaneo impedimento fisico a recarsi presso il cancello per procedere all’apertura. A fondamento della sua tesi l’attore riteneva implicito nel suo diritto di servitù il diritto di poter installare le necessarie apparecchiature al fine di comandare a distanza l’apertura del cancello e comunque riteneva che tale facoltà si ponesse come elemento costitutivo dell’azione ex art. 1052 c.c. per ottenerne coattivamente gli effetti e così attuare la tutela di esigenze di accessibilità degli edifici privati.
Il Tribunale ha rigettato la domanda dell’attore.
Il primo profilo che emerge attiene al contenuto del diritto di servitù.
Premesso che il contenuto di un rapporto giuridico è tutto quanto serve alla soddisfazione dell’interesse tutelato, nel rapporto di servitù il contenuto non può che essere la limitazione della sfera di godimento del fondo servente per l’utilità del fondo dominante e quindi non può che essere il peso attraverso il quale si priva di una determinata sfera di godimento il proprietario o in genere la dominazione generale o più ampia sul fondo servente e la si attribuisce al proprietario del fondo dominante (G. TAMBURRINO-A.N. GRATTAGLIANO, Le servitù, in Giur.Sist. di dir. civ. e comm. fondata da W. Bigiavi, Torino, 2002, pag. 118).
E’ degno di nota il fatto che negli altri diritti reali, primo fra essi l’usufrutto, in cui pure dal lato passivo il contenuto è costituito dalla limitazione del godimento del fondo gravato dal lato attivo dall’esplicazione di tal godimento da parte di soggetto diverso, il vantaggio che questo titolare ne ricava è strettamente personale: nella servitù, invece, il vantaggio è a favore del fondo dominante. Con ciò resta evidenziato il carattere marcatamente reale e prediale del diritto di servitù.
Il contenuto della servitù non va confuso con l’utilitas, la quale non fa parte del contenuto bensì si presenta come una qualificazione di quest’ultimo, anzi come lo scopo finale cui si dirige l’esplicazione del contenuto della servitù e la ragione della sua stessa esistenza, la quale, senza utilità del fondo dominante, non potrebbe nemmeno configurarsi (G. TAMBURRINO-A.N. GRATTAGLIANO, op. cit., pag. 119).
Il contenuto della servitù può essere liberamente determinato dalle parti, tanto che la dottrina è giunta a parlare di atipicità della servitù nel moderno diritto in contrapposizione alla tipicità propria, invece, del diritto romano. È ovvio che, quando si parla di atipicità della servitù, si fa riferimento solo al suo contenuto e non già al diritto stesso, che, come tutti gli jura in re aliena, è un diritto reale tipico.
Il secondo profilo attiene ai criteri per la determinazione del contenuto del diritto di servitù ossia ai criteri che regolano la determinazione dell’estensione e dell’esercizio della servitù cioè la determinazione quantitativa e qualitativa del contenuto stesso. Tali criteri sono contenuti negli artt. da 1063 a 1065 c.c.
Il criterio fondamentale è quello indicato negli artt. 1063 e 1065 cioè quanto statuito nel titolo costitutivo, il quale va interpretato secondo i criteri ermeneutici generali, su cui non è possibile soffermarsi in questa sede.
Ove il criterio principale non possa servire, nulla ricavandosi dal titolo circa il contenuto della servitù, il legislatore indica un criterio sussidiario, che vale anche nel caso di dubbio esegetico, cioè il cosiddetto criterio del minimo mezzo, che consiste nel fissare il contenuto della servitù in modo che questa soddisfi il bisogno del fondo dominante con il minor aggravio del fondo servente.
Invero va ricordato che anche il possesso può essere rilevante nella determinazione del contenuto di una servitù costituita per titolo ma con la doverosa specificazione che il possesso, in tale ipotesi, può essere assunto solo ed esclusivamente quale criterio di interpretazione delle disposizioni contenute nel titolo (in conformità alla rilevanza del comportamento delle parti menzionato dal secondo comma dell’art. 1362 c.c.) e non già quale fonte, esso stesso, di elementi descrittivi del contenuto (G. TAMBURRINO-A.N. GRATTAGLIANO, op. cit., pagg. 78 e segg.).
La sentenza in rassegna, correttamente ed espressamente dispone, con felice espressione sintetica, che l’estensione di una servitù convenzionale e le modalità del suo esercizio devono essere desunte dal titolo costitutivo e ove il titolo rechi insufficienti indicazioni divengono operanti i criteri di legge previsti dall’art. 1064 cod.civ. secondo cui il diritto di servitù comprende tutto ciò che è necessario per usarne.
Con ciò il provvedimento si uniforma alla costante giurisprudenza (vedi, da ultimo, Cass. ord. 9/1/2019 n. 322) secondo cui il beneficio del fondo dominante deve essere realizzato interamente ma senza appesantire l’onere del fondo servente oltre quanto sia necessario.
Giova osservare che il suddetto criterio del minimo mezzo si applica sotto due aspetti:
in primo luogo, se dal titolo costitutivo (negozio o possesso) risultino l’estensione e le modalità di esercizio della servitù, il criterio del minimo mezzo funziona sulla base del contenuto oggettivo in concreto determinato dal titolo;
in secondo luogo, nel caso in cui l’estensione e le modalità restino dubbie, attraverso l’interpretazione del titolo, il criterio funziona in modo da armonizzare, rispetto alla situazione di fatto, la duplice esigenza che il fondo dominante riceva quel minimo di beneficio occorrente per soddisfare il bisogno cui la servitù di quel tipo è normalmente destinata e che, restando soddisfatta tale esigenza, il fondo servente riceva il minimo aggravio (G. TAMBURRINO-A.N. GRATTAGLIANO, op. cit., pag. 137).
Ma, contemporaneamente, l’ordinanza così introduce anche il concetto di necessarietà delle facoltà e delle modalità di esercizio che debbono intendersi comprese nella servitù ossia introduce l’argomento degli adminicula, che trovano la loro disciplina nel citato art. 1064 c.c., il quale al primo comma stabilisce che “Il diritto di servitù comprende tutto ciò che è necessario per usarne”; adminicula che non vanno confusi con le prestazioni accessorie, le quali, in base ai principi generali del diritto civile, possono configurarsi solo quando ci si trovi in presenza di obblighi (generalmente di facere) che non possono rientrare nell’esercizio tipico ed indispensabile della servitù ma servono solo a migliorare ed a rendere più comodo quell’esercizio, non potendo mai dare luogo ad autonoma servitù e non potendo essere costituiti od estinguersi se non insieme con la servitù alla quale ineriscono (R. TRIOLA, Le servitù, in Comm. fondato da P. Schlesinger diretto da F.D. Busnelli, pag. 453; Trib. Novara 29/9/2010 n. 896).
Gli adminicula servitutis non possono mai importare un obbligo di facere in base al principio secondo cui servitus in faciendo consistere nequit (R. TRIOLA, op. cit., pag. 453; Cass. 24/4/2003 n. 6513; Cass. 27/6/2011 n. 14179). Secondo l’insegnamento di autorevolissima dottrina (G. BRANCA, Servitù prediali, in Comm. del Codice Civile a cura di Scialoja-Branca, Bologna, 1987, pag. 334 e segg.), gli adminicula si distinguono in tre diverse categorie:
nella prima stanno le facoltà accessorie assolutamente indispensabili alla realizzazione della servitù appunto perché, senza di esse, quest’ultima non potrebbe esercitarsi neanche minimamente;
nella seconda stanno le facoltà senza l’uso delle quali la servitù, a rigore, potrebbe, sì, esercitarsi, ma con estensione, e cioè in misura, minore di quella risultante dal titolo;
nella terza stanno le facoltà senza le quali la servitù potrebbe esercitarsi anche nella misura e nell’ampiezza voluta ma con indiscutibile scomodità e talvolta persino con qualche pregiudizio per il suo titolare.
Fatta questa distinzione, l’illustre studioso aderisce senza incertezze alla tesi secondo cui questa terza categoria di facoltà non può ritenersi come facente parte di quelle minimo mezzo e quindi di quel contenuto necessario della servitù previsto dal citato art. 1064 c.c. a pena di un’inevitabile forzatura dello stesso tenore letterale della norma. Ed a tale corretta opinione aderisce anche la sentenza qui in commento laddove espressamente statuisce che “non possono ritenersi necessarie quelle facoltà la cui eventuale mancanza arrechi al proprietario del fondo dominante solo scomodità o lieve pregiudizio”.
Ed in effetti l’utilitas della servitù, che è un diritto reale, deve afferire al fondo dominante, restando irrilevante ogni esigenza personale del suo proprietario come risulta dal codice e come insegnano non solo l’unanime giurisprudenza ma anche l’autorevole dottrina già sopra citata, secondo cui “la maggiore convenienza … non è cosa tale che, nel silenzio delle parti, possa essere necessariamente legata al contenuto della servitù, ma apparisce anzi, fino a prova contraria, un elemento personale, di comodo, per il beneficiario della servitù, ed estraneo, perciò stesso, al jus in re” (G. BRANCA, op. cit., pag. 337); con esclusione di tutti “i criteri subbiettivi della comodità o del disagio” (fra le tante vedi Cass. 14/2/1948 n. 237).
Occorre però chiedersi a quale momento sia corretto fare riferimento per la valutazione del contenuto minimo necessario della servitù in relazione alle esigenze minime necessarie del fondo dominante e, parimenti senza incertezze, la sentenza si uniforma all’opinione dottrinale più accreditata nonché alla costante giurisprudenza secondo cui per la valutazione e l’individuazione delle facoltà componenti il contenuto della servitù debbono essere tenute presenti solo le necessità relative al tempo della sua costituzione e non anche quelle sopravvenute o che potrebbero sopravvenire (R.TRIOLA, op. cit., pag. 452).
Nel caso di specie, quindi, la necessità della facoltà (adminiculum) di aprire a distanza il cancello con comando elettrico è stata valutata dal Tribunale solo in base alle esigenze esistenti al momento della costituzione della servitù o, al più, al momento dell’acquisto del fondo da parte dell’attore (che, acquistandolo così com’era, evidentemente aveva giudicato idonea la servitù e le sue modalità di esercizio) e non già in base alle attuali esigenze dell’attore stesso e tantomeno in base ai suoi timori o prospettive future e del tutto eventuali.
La facoltà (accessoria alla servitù) pretesa di aprire a distanza il cancello non è necessaria all’esercizio del diritto e dunque non può considerarsi come rientrante nella previsione dell’art. 1064 c.c. che, come detto, contempla solo ciò che è necessario per usare la servitù e dunque, se non prevista dal titolo, non deve consentirsi al proprietario del fondo dominante (G. BRANCA, op. cit., pagg. 336-337; R. TRIOLA, op. cit, pag. 453; G. TAMBURRINO-A.N. GRATTAGLIANO, op. cit., pag. 142 ).
In applicazione di tale principio la Suprema Corte ha già avuto modo di giudicare che, ove non dimostrato in concreto dal proprietario del fondo dominante al quale venga consegnata la chiave di apertura del cancello l’aggravamento o l’ostacolo all’esercizio della servitù, questi non può pretendere l’apposizione del meccanismo di apertura automatico con telecomando a distanza, o di altro similare rimedio (Cass. 24/4/2003 n. 6513; Cass. 27/6/2011 n. 14179).
Il terzo profilo riguarda la possibilità di costituire una servitù coattiva di passaggio ex art. 1052 c.c. anche alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n. 167/1999 come richiesto dalla parte attrice; anzi, più precisamente, di modificare coattivamente la servitù di passaggio già esistente concedendo al titolare del fondo dominante di installare le apparecchiature di apertura a distanza del cancello d’ingresso.
Tuttavia la sentenza qui in commento in rassegna correttamente ha giudicato che tale pronuncia della Consulta non trovava applicazione nella fattispecie in quanto riguardante esclusivamente i soggetti disabili ed i fondi interclusi, avendo dichiarato l’illegittimità costituzionale del secondo comma dell’art. 1052 c.c. nella parte in cui non prevedeva che il passaggio coattivo di cui al primo comma della norma medesima potesse essere concesso dall’Autorità Giudiziaria quando questa avesse riconosciuto che la domanda rispondeva alle esigenze di accessibilità tutelate dalla legislazione speciale relativa ai portatori di handicap.
Il provvedimento del Tribunale biellese ha accertato che l’attore non era disabile (e non poteva, sulla base di semplici ragioni di età avanzata, pretendere di essere assimilato ad un disabile, a pena di violazione dell’art. 3 Cost.: R. TRIOLA, op. cit., pag. 283) ed il suo fondo non era intercluso, essendo anzi munito di servitù attiva pedonale e carraia che ne consentiva la libera e comoda accessibilità, e dunque la pronuncia invocata non era applicabile. La situazione dell’attore e del suo fondo era identica alla situazione di chiunque disponga di un cancello di accesso non comandato a distanza.
Ma, in generale, l’art. 1052 c.c. (comma  2°) non è applicabile alla fattispecie concreta giacché riguarda e disciplina le sopravvenute esigenze dell’agricoltura o dell’industria (come risulta dalla sua letterale formulazione), le quali, per inciso, debbono anche corrispondere ad un interesse generale e non già del singolo fondo dominante. Invero la giurisprudenza insegna che “oggi, infatti, la necessità o la utilità del singolo fondo non bastano a giustificare la richiesta; occorre invece che si tenga conto anche delle più generali esigenze o dei superiori interessi che si riflettano sulla produzione agricola o industriale” (fra le tante vedi Cass. 26/1/1950 n. 227; Cass. 3/3/1949 n. 308).
Non solo: l’applicazione della norma nei termini richiesti dalla parte attrice nel caso de quo avrebbe comportato la costituzione coattiva di una nuova servitù e non già la mera aggiunta di un adminiculum alla servitù già esistente (L.RIZZI-V. RIZZI, Servitù prediali, Bologna, 1987, pag. 161), con tutti i limiti stabiliti dalla legge, ivi compreso il divieto contenuto nell’art. 1051 ult. comma c.c.