Responsabilità civile - Responsabilità civile -  Valentina Finotti - 06/05/2018

La slealtà nelle trattative precontrattuali

Nell’articolo si analizzerà la natura della responsabilità che può sorgere a carico di chi si comporta in male fede nel corso delle trattative che precedono la conclusione di un contratto (ad esempio tacendo a controparte tutti quegli elementi informativi a sua disposizione sull’oggetto del futuro contratto), o recede da esse ingiustificatamente.

Ci si concentrerà sull’evoluzione giurisprudenziale che, oramai, ritiene che anche le trattative possano dar luogo a una responsabilità contrattuale, purché esse siano serie e giunte a uno stadio avanzato, anche se fra le parti non vi è ancora un contratto vero e proprio.

Per poi chiarire l’onere probatorio che incombe su chi vuol far valere la responsabilità di una parte in fase precontrattuale, e i danni che è possibile chiedere contro chi si è comportato in “male fede” prima di concludere il contratto.

 

La  norma cardine di riferimento in materia di responsabilità precontrattuale

 

L’art. 1337 c.c. stabilisce che nella fase delle trattative preliminari alla formazione di un contratto le parti debbono comportarsi secondo buona fede.

 

Si tratta della c.d. buona fede “oggettiva”, che corrisponde ad un “comportamento coerente con i principi di solidarietà e salvaguardia dell’altrui interesse negoziale, e che si sostanzia in obblighi di informazione, lealtà e chiarezza (Cass. 1998 n. 340;  1997 n. 11394).

 

La giurisprudenza utilizza  il concetto di buona fede oggettiva nelle trattative anche per sindacare - caso per caso - la legittimità del recesso che una parte eventualmente pone in essere prima della conclusione del contratto.

Se il comportamento di ogni parte, in fase di trattativa, deve essere improntato ai criteri di buona fede e salvaguardia della sfera giuridica di controparte, anche il recesso dovrà essere, necessariamente, corretto e leale.

 

È responsabile chi si comporta in “male fede” nelle trattative contrattuali? A che titolo?

 

La responsabilità per violazione dell’obbligo di buona fede nella fase che precede la conclusione di un contratto prende il nome di responsabilità precontrattuale.

Questa responsabilità comprende “tutte quelle forme di responsabilità civile che sorgono a carico di un soggetto verso un altro soggetto, per il danno arrecato dal primo al secondo nella fase di formazione di un qualsiasi contratto, a causa della violazione della regola di buona fede (Rovelli, Rapporto precontrattuale e dovere di correttezza. Generalità, Il contratto in generale TomoII, in Trattato di diritto privato, diretto da  Bessone, vol. XIII, 201).

 

Per la Cassazione già nella fase di trattative precontrattuali possono sorgere tra le parti veri e propri obblighi giuridici la cui violazione è fonte di responsabilità contrattuale: nelle trattative contrattuali connotate da serietà dell’impegno reciproco, il rapporto tra le parti  assume la natura di contattoqualificato”.

 

Cos’è il contatto qualificato?

 

È  qualificato il contatto quando le parti in forza di intese, accordi anche solo verbali, o contegni “taciti”, fanno l’una affidamento sull’altra: es. il medico che, pur in mancanza di una contratto d’opera professionale, “prende in carico” il paziente (Cass. S.u. 2008 n. 577); il “non rapporto qualificato”, invece si ha quando due persone entrano in contatto casualmente, e una lede l’altra: da ciò nasce la responsabilità extracontrattuale, ossia al di fuori di qualsiasi preesistente obbligo intercorrente fra queste parti ( Cass. 2016 n. 14188).

 

Nel contatto qualificato - ravvisabile in tutte  le ipotesi di trattative contrattuali caratterizzate da serietà -  “si crea una relazione produttiva di obblighi la cui violazione è assimilabile a quella arrecata dagli obblighi scaturenti dal contratto”. Rientrano, dunque, nelle controversie contrattuali non solo quelle relative al mancato adempimento di una prestazione di fonte contrattuale, ma anche quelle in cui l’attore allega l’esistenza di una regola di condotta legata ad una relazione liberamente assunta tra lui e l’altra parte e ne lamenti la violazione da parte di quest’ultima” (Cass. S.U.  24906/11).

 

Per la Cassazione l’elemento pregnante della responsabilità precontrattuale è “la violazione della buona fede che fa sorgere precisi obblighi di protezione reciproca fra le parti. La responsabilità per il danno cagionato da una parte all’altra in fase di trattative, in quanto ha la sua derivazione nella violazione di specifici obblighi (buona fede, protezione, informazione) precedenti a quelli che derivano dal contratto, deve essere qualificata come contrattuale” (Cass. 2016 n. 14188). il contatto sociale qualificato  è dunque un fatto idoneo ex 1173 cc a produrre obbligazioni in virtù del reciproco affidamento delle parti.

 

Questo quanto afferma la giurisprudenza: “il dovere delle parti di una trattativa di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra  è dovere giuridico autonomo, che prescinde dall’esistenza di specifici obblighi contrattuali, e la violazione comporta una responsabilità contrattuale” (Cass. 2008 n. 21250; 1618/09; 2010 n. 22819).

 

Un esempio può essere quello di una parte che in fase di trattative non informa della necessità di avviare le pratiche per il mutamento di destinazione d’uso dell’immobile oggetto del futuro contratto di vendita, così portando controparte a concludere un contratto che comporterà oneri non preventivati e calcolati.

 

L’onere probatorio

 

La qualificazione della responsabilità precontrattuale in fase di trattative come contrattuale - e non aquiliana -  è fondamentale in termini di prescrizione (che sarà  decennale) e onere probatorio: “la parte che agisce in giudizio per il risarcimento del danno subito nella fase che precede la stipula del contratto, non è tenuta a provare l’elemento soggettivo dell’autore dell’illecito (dolo  o colpa) , ma deve solo allegare  e dimostrare il danno  e l’avvenuta lesione” (Cass. 2011 n. 27648; 2016 n. 14188).

 

Anche il recesso in fase precontrattuale può essere fonte di responsabilità?

 

 

Il recesso in fase precontrattuale

 

La giurisprudenza afferma che il recesso nelle trattative può essere causa di responsabilità precontrattuale “quando sia privo di giustificato motivo”.  In particolare questi gli elementi che congiuntamente devono valutarsi:

  • le trattative devono essere arrivate ad uno stadio idoneo a far sorgere nella parte che invoca la responsabilità il ragionevole affidamento nella conclusione del contratto”;
  • una parte interrompe dette trattative senza un motivo giustificante”
  • “ non sussistono fatti idonei a escludere un ragionevole affidamento nella conclusione del contratto”

(fonte: Cass. 2007 n. 7768; 2004; 11438; 2000 n. 1632).

La giustificatezza o meno del recesso deve essere valutata caso per caso, ma comunque è fondamentale considerare “lo stadio di avanzamento della trattativa, il contenuto (il fatto che l’accordo avesse raggiunto completezza nei suoi punti fondamentali), il livello di consolidamento dell’affidamento di una parte” (Cass. 2007 n. 7768; 2007 n. 2479; Cass. 2003 n. 11243).

Quindi lasciare cadere improvvisamente la trattativa ad uno stadio ormai prossimo alla imminente definizione del contratto configura una violazione dei canoni di correttezza e buona fede nello svolgimento delle trattative, e permette di qualificare il recesso come ingiustificato.

La Cassazione sul punto afferma che un progetto/accordo/contratto può essere classificato come definito nei suoi elementi essenzialiquando le trattative sono idonee e sufficienti a indicare la causa di una convenzione, della quale debbono entrare a far parte gli elementi costitutivi” (Cass. 2005 n. 12313). Quindi è sufficiente  che tra le parti sia stata raggiunta un’intesa di massima con riferimento agli elementi che sono idonei a delineare la causa del contratto, identificando il contratto nei suoi elementi “portanti” e strutturali.

Così la Cassazione 2016 n. 4718 ha ritenuto ingiustificato il recesso perché nel corso delle trattative di una vendita era stato modificato un piano regolatore incidente sulla destinazione dell’immobile che doveva essere venduto, e che avrebbe comportato maggiori oneri per la modifica della destinazione da parte dell’acquirente, affermando che comunque “l’oggetto della prestazione è stato già definito in trattativa, oggetto che è elemento essenziale”.

Quali danni possono chiedersi a chi si è comportato in mala fede nelle trattative precontrattuali?

Il risarcimento è limitato all’interesse negativo : “il pregiudizio patrimoniale in caso di responsabilità precontrattuale comprende tanto le spese inutilmente sostenute durante la trattativa, quanto le perdite per non aver usufruito nel corso delle trattative delle occasioni di stipulare un diverso contratto” (Cass. 2016 n. 4718) Quindi è possibile far valere il danno emergente (perdite materiali/esborsi) + il lucro cessante , ossia il pregiudizio economico derivante dalle rinunce a stipulare altri contratti,  anche a contenuto diverso (Cass. 1993 n. 2973).