Danni - Generalità, varie -  Silvana Virgilio - 15/02/2018

La solitudine dei numeri ultimi

Che cosa è il danno?

Non è semplice rispondere a queste domande da profani del campo giuridico ma, come tali, risulta più semplice descriverlo, in quanto da persone comuni della società civile si ha maggiori possibilità di vederne gli esiti e assistere, anche se indifesi, alle sue espressioni più nefaste. Il danno peggiore risulta sempre essere quello invisibile, taciuto ad un primo sguardo indagatore, che si trascina in un tempo indefinibile nella più completa solitudine. Chi vive il danno, lo subisce e si riveste delle sue piaghe nell’animo è una persona sola, che vive in solitudine tutto il suo disagio. E’ la solitudine dei “numeri ultimi”, quelli che vivono ai margini del sociale un lento trascinarsi della propria esistenza, con l’interruttore spento per non comunicare e l’atteggiamento passivo ad ogni iniziativa. A volte sono come delle ombre, queste persone, che vediamo mettersi da parte anche tra la gente, nella strada, come a proteggersi da qualunque contatto. Sono esseri soli, in contesti abitativi di poche persone, difficili da individuare e che non chiedono soccorso. E’ la solitudine dell’individuo il grande danno di oggi, che diventa anche sua conseguenza, causando una forma di alienazione che sta diventando sempre di più virale e che potrebbe diventare mediatica, generata dai tempi che stiamo vivendo. Le forme di aggregazione oggi, sempre più complesse e megagalattiche, che trovano nei media e nei social virtuali i nuovi sponsor, tendono a mimetizzare i soggetti fragili, bisognosi di un welfare di valori umani, perché sostenitrici di un’immagine della società che vede nella competizione e nell’immagine il nuovo credo, negli eventi dei gruppi la nuova liturgia. Nel caleidoscopico e variegato mondo di oggi il soggetto fragile non riesce a trovare una sua collocazione, se sfugge poi anche ai sostegni istituzionali, portando da solo il peso delle sue sofferenze. Nella maggior parte dei casi le cause del danno sono da ricercarsi nella violenza di traumi subiti nell’infanzia che, al momento, non hanno mostrato sintomi evidenti, per poi rivelare ferite come solchi profondi scavati nella psiche. Una immagine significativa del trauma infantile l’ho riscontrata in un quadro di Lucien Freud, il bravissimo pittore figlio di Anna e nipote del grande Sigmund, che ho visto a Madrid al museo Thyssen Bornemisza e che mi è rimasto particolarmente impresso, imperniato sul tema della pedofilia. La bambola gettata sul pavimento, la giacca di uomo adulto sull’attaccapanni e quella porta rimasta ancora un poco aperta provocano in chi vede il quadro un senso di angoscia profonda. Non a caso chi ha fatto il quadro porta il cognome Freud! Ci sono danni, come questo, che non potranno mai essere quantificati appieno, per le profonde cicatrici che arrecano e che il soggetto porterà per tutta la sua futura non vita.