Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Maria Rosa Pantè - 25/11/2020

La storia di Chiara e Bruno

Una favola per grandi e piccini/e scritta da me, con filastrocca finale di Gianni Rodari. Qui in podcast, la voce è la mia stessa medesima…
http://www.radiodelledonne.org/2020/10/31/chiara-e-bruno-una-favola-per-spiegare-perche-bisogna-usare-il-femminile-nel-linguaggio-e-non-solo-ai-bimbi-e-alle-bimbe/
Ecco la storia, buona lettura.
Tanti ma tanti anni fa, in un posto molto ma molto lontano da qui c’erano due bambini.
Due maschi? No, un maschio e una femmina.
Si chiamavano Chiara e Bruno.
Due bambini? Un maschio e una femmina? Allora possiamo anche dire due bambine? Eh no, la grammatica non vuole. Per esempio una volta Chiara e Bruno andarono a fare una passeggiata con le amiche di Chiara: Carla, Carolina e Camilla (Chiara aveva solo amiche con la C). La mamma quando vide tutto il gruppo chiese: dove siete andati?
Ma se ci sono quattro femmine e solo un maschio? Perché dici andati?
Eh, disse la mamma alla figliola, che domanda stupida mi fai. La grammatica vuole così. Un solo maschio ha più diritto nella grammatica di quattro femmine.
Che roba strana pensava Chiara, e lo pensava anche Bruno che un po’ era dispiaciuto, un po’ si sentiva forte e importante.
A casa Chiara e Bruno che erano gemelli (no, non si può dure gemelle), facevano tutto insieme: studiare, giocare, fare merenda, guardare la tv dopo cena.
Beh tutto tutto no.
Bruno stava davanti alla televisione, mentre Chiara doveva apparecchiare e sparecchiare la tavola per la cena.
Qualche volta Bruno diceva, faccio io, non è giusto che lo faccia sempre Chiara.
E il papà, ma cosa dici? Ma tu sei un bambino, queste cose le fanno le mamme e le bambine.
Non preoccupatevi era un paese lontano e in un tempo molto antico.
Certo anche Chiara non era contenta. Bruno giocava a calcio, e non troppo bene, lei invece era una portiera fantastica, ma non poteva giocare, perché il calcio non era uno sport adatto alle femmine. A Bruno piaceva la poesia, ma il papà lo portava in montagna a fare le arrampicate.
Chiara amava lo sport e le toccava imparare a cantare. Ma cantare a lei non piaceva proprio.
Bruno non poteva vestirsi come voleva, perché i vestiti glieli preparavano la mamma oppure Chiara.
Chiara non poteva vestirsi come voleva per non sembrare un maschiaccio o una bambina poco elegante. Perché, si sa, le bambine devono essere eleganti e gentili.
Chiara voleva indossare i pantaloni del fratello e Bruno ogni tanto voleva mettersi le gonne di Chiara perché si volevano bene e a loro sembrava naturale scambiarsi i vestiti. Una volta la mamma li vide così combinati e, invece di ammirare la loro originalità, disse ridendo: “oh bella siamo a luglio non è mica carnevale!”.
Bruno si mise a ridere anche lui, finchè il papà non gli proibì di vestirsi con le gonne perché era davvero brutto assomigliare a una femmina.
Ma perché chiese Chiara al papà. Il papà non sapeva cosa dire e le rispose zitta tu!
Come faceva sempre quando non sapeva cosa dire ai figli, soprattutto a quella Chiara così poco femminile, che si arrabbiava e protestava addirittura più del fratello!
I bambini non capivano tutte queste regole e differenze, loro stavano bene insieme e anche coi loro compagni e compagne di classe. Una vita tranquilla a parte quando le bambine venivano portate via dai giochi per andare a fare i lavori di casa.
E i maschietti un po’ erano orgogliosi un po’ si sentivano soli, i giochi erano interrotti e se ne tornavano a casa pure loro.
Ai due bambini piacevano tanto le favole, le leggeva di solito la mamma, una volta Chiara chiese perché lei doveva dormire in un bosco o baciare un rospo, o essere mangiata da lupo (un lupo però lo avrebbe incontrato volentieri), Chiara avrebbe preferito andare a cavallo come suo fratello Bruno, altro che dormire. La mamma sorrideva e diceva a Bruno, ma tua sorella quanta fantasia ha? Bruno non rispondeva, non sapeva cosa dire era un bambino piccolo!
Quando ormai erano alle elementari, a Bruno e Chiara piaceva tanto leggere, soprattutto a Chiara anche se aveva meno tempo e certi libri non volevano farglieli leggere. Ma  Chiara ma davvero ti piacciono i numeri?! Si stupì una volta la maestra.
Era una maestra di tanto tempo fa e di un paese lontano. Ricordatevelo sempre.
Chiara le disse: mi piacciono tanto i numeri e, detto fra noi, i compiti di Bruno li faccio tutti io, perché lui preferisce studiare storia.
I numeri non sono adatti però alle signorine, Chiara vedrai che ti piacerà di più coltivare le rose.
Ma Chiara, anche se amava i fiori, preferiva seguire il papà che piantava le patate: era un bambina pratica e le piaceva tanto mangiare.
Diventi grassa, mangia meno, le dicevano però.
Invece a Bruno, dato che era un maschio, riempivano il piatto di patate, che poi Bruno ne dava un po’ alla sorella.
Chiara era così brava in matematica che venne iscritta a un concorso, i genitori cosa potevano fare? Dissero di sì. Così tutta la famiglia accompagnò Chiara al concorso, fece molto bene e le diedero un bel diploma e una calcolatrice.
(Era tanto tempo fa, voi ora sapete cosa è una calcolatrice?).
Anche Bruno aveva trovato la sua strada, quello che gli sarebbe piaciuto davvero fare da grande, ma non sapeva come dirlo alla mamma e al papà e ai suoi amici più cari, infatti voleva fare il danzatore classico. Sapete quelli che danzano sulle punte, saltano, prendono in braccio le ballerine vestite col tutù. Una vestina corta, bianca, di pizzo, questo è il tutù.
I genitori davvero non riuscivano a capire.
Ma dove abbiamo sbagliato si chiedevano: Chiara vuol fare il matematico, anzi la matematica e Bruno la ballerina, anzi il ballerino.
Non è normale così pensavano, ma era tanto tempo fa e in un posto molto lontano da qui.
Finché un bel giorno, o un brutto giorno... a scuola un compagno di classe di Chiara e Bruno che si chiamava Berto (in quella scuola c’erano solo bambini con la B e bambine con la C, un vero mistero), ed era molto antipatico, chissà perché poveretto, ma non possiamo indagare perché questa non è la storia di Berto.
Dunque questo Berto, poveretto, era proprio antipatico e purtroppo era anche grande e grosso e si divertiva a tirare i capelli alle bambine e a tirare pugni ai bambini maschi come lui. Una volta dunque facendo stupire tutti quanti ebbe un momento di originalità, andò da Bruno e invece del solito amichevole pugno, gli diede un calcio nel sedere. E disse ah ah ah vuoi fare un lavoro da femmina, vuoi fare il ballerino.
Ebbene sì disse, più o meno, Chiara, arrivata subito a difendere il fratello, farà quello che vuole, ma tu non puoi dargli un calcio nel sedere guarda gli hai fatto davvero male.
Infatti Bruno era impallidito per il dolore. Berto disse a Chiara io faccio quello che voglio, va bene? E abbassa gli occhi sei solo una femmina.
Chiara allora gli diede uno strattone ai capelli che non fece male a Berto, ma lo fece arrabbiare. “Ma mi tratti come una bambina!” disse con schifo e disgusto.
Chiara gli rispose: “magari tu fossi una femmina invece sei solo un essere antipatico e manesco”.
Se ne venne via col fratello, lasciando Berto a bocca aperta, la maestra che aveva visto tutto non sapeva come fare.
Vennero chiamati i genitori di Berto e quelli di Chiara e Bruno.
Tutti erano intorno a Chiara, “chiedi scusa” le dicevano. “Ma come” intervenne Bruno “ha ragione lei”.
“Zitto tu” gli disse il padre, ve lo ricordate? Quando non sapeva come rispondere diceva così. E Bruno fu portato in un’altra aula.
Chiedi scusa, ma Chiara proprio non voleva chiedere scusa. Non era giusto, lei aveva difeso suo fratello e aveva messo a posto Berto senza nemmeno fargli male.
Eppure Chiara era più alta di Berto. Se avesse voluto, avrebbe potuto dargli persino un pugno. Ma non l’aveva fatto.
La maestra parlava e parlava, Chiara aveva capito che doveva chiedere scusa perché era una bambina. E le bambine non si arrabbiano, sono dolci con tutti.
Intano Berto la guardava con un sorrisetto perfido e contento. Anche un po’ incredulo, fino alla fine aveva pensato che avrebbero punito lui… invece il mondo era alla rovescia. Ma meglio così.
Chiara non credeva alle sue orecchie. Maestra, mamma e papà insistevano, le dicevano devi chiedere scusa.
I genitori di Berto la guardavano malissimo, come se lei avesse davvero la colpa.
Ma Chiara non cedeva e no, io non chiedo scusa. Avete portato via il mio unico testimone, Bruno sa che è stato Berto a cominciare. Tutti sanno che Berto, poveretto, è antipatico. Chissà come mai, disse Chiara guardando fisso i genitori di Berto. Che abbassarono gli occhi.  
Lo sappiamo dicevano tutti e infatti anche Berto vuol fare pace, ma devi chiedere scusa tu perché le femmine sono più gentili, più dolci dei maschi e non picchiano, non urlano, non difendono i fratelli.
Chiara era rossa in viso dal nervoso.
Ma era sola contro tutti e tutte, perché il fratello stava nell’altra stanza. E la sua mamma e il suo papà la guardavano con una faccia molto arrabbiata.
Allora Chiara si alzò in piedi e disse…
Disse… ma, secondo voi, cosa deve dire Chiara?
(...)

E Chiara calma e decisa disse “non chiedo scusa affatto e ora decidete di punirmi come volete. Io non chiedo scusa a nessuno. Possiamo fare pace ma è Berto che deve chiedere scusa a me e a Bruno.”
“A Bruno sì” disse Berto “ma a lei, una femmina proprio no.”
Il padre di Berto guardò compiaciuto il suo figliolo.
I genitori di Chiara dissero che andava bene, in fondo il calcione se l’era preso proprio Bruno. E Chiara avrebbe anche potuto starsene in un angolo senza intervenire.
Allora disse la maestra “prima Berto chiede scusa a Bruno e poi Chiara a Berto va bene?”
Chiara disse di sì.
Bruno venne fatto entrare e Berto gli chiese scusa con una simpatica manata sulla nuca. Bruno voleva rispondere allo stesso modo, ma si limitò a dire, “va bene accetto le tue scuse ora falle anche anche a Chiara”.
Il padre di Berto guardò male il padre di Bruno. La madre di Berto guardò stupita la mamma di Bruno.
La maestra era preoccupata e guardava fisso Chiara come a dire dai chiedi scusa, che ti costa? E finiamola lì.
E Chiara? Che pensava secondo voi? Chiara cosa avrebbe dovuto fare?
Secondo voi?
(...)
Chiara guardò tutti a uno a uno, strizzò l’occhio a Bruno, per ultimo guardò Berto e… cacciò fuori la lingua in un gesto ben poco femminile. Mentre tutti facevano ohhhhh Chiara scappò via di corsa senza fermarsi, così veloce, ma così veloce che non ricucivano a seguirla nemmeno in bici, nemmeno in moto, nemmeno in auto. In nessun modo.
Chiara correva veloce e così sulla schiena le spuntarono delle ali bianche, belle, grandi e correva e volava e le spuntò un becco arancio, le venne un collo lungo ed elegante che puntava diritto verso il cielo.
Volava bianca con piume soffici e ali grandi così grandi che si guardava e si stupiva della loro apertura e volava…
Verso dove? Forse verso sud non era sicura, per fortuna non era sola: quante altre ali intorno a lei, e la bellezza del cielo e delle nuvole e il vento lassù un po’ freddo, ma che le permetteva di riposare le ali.
E non sentiva più le voci: Chiara chiedi scusa, Chiara pulisci il pavimento e fai il letto, anche quello di tuo fratello, Chiara non mangiare che ingrassi e non trovi il fidanzato.
Chiara Chiara Chiara, ormai per fortuna ricordava solo la voce di Bruno.
Ma dopo un po’ la voce di Bruno le diceva aspetta aspetta aspetta. E il richiamo le sembrava sempre più vicino. Ma certo, eccolo il suo fratello un po’ grigio e un po’ più grande di lei, ma con ali così belle. Ora volavano insieme.
Erano diventati delle oche. Ma perché proprio oche? Oca è un nome femminile che mette insieme maschio e femmina. Finalmente Chiara si senti libera, importante, uguale al fratello. Tutto quel gruppo maschi e femmine si dicevano oche perché ochi non esisteva. Che bellezza!
Quando il volo finì e tornarono a casa nessuno chiese più a Chiara di essere femminile e nessuno a Bruno di essere maschile, perché i  genitori avevano avuto davvero paura di perderli e avevano capito che volevano bene a loro così come erano. Chiara la matematica, Bruno il ballerino erano bellissimi.
E ancora da grandi i due fratelli (o le due sorelle) si ricordavano di quando erano stati oche e ripensavano a quel volo magnifico e libero e a quel cielo così blu a quel cielo pieno di uccelli da cui avevano visto la terra piena di alberi e fiori e di animali tutti diversi e felici e liberi (cosa che non sempre succede lo sapete anche voi vero?). Si ricordavano di quel cielo perché
Il cielo è di tutti/ il cielo è di tutte
Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.
È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
della vecchia e della bambina
del re, dell’ortolano,
della regina, dell’ortolana
del poeta, dello spazzino.
Della poetessa e della spazzina
Non c’è povero tanto povero
povera tanto povera
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.
La leonessa
Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.
Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
per ultima
non lo trova meno splendente.
Spiegatemi voi dunque,
in prosa o in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la Terra è tutta a pezzetti?