Deboli, svantaggiati - Persone con disabilità -  Redazione P&D - 21/09/2018

La tutela dell’affettività del disabile: il diritto a contrarre matrimonio – Antonella Tamborrino

Le relazioni tra diritto delle persone e disabilità non sempre sono agevoli. In quanto, le affermazioni di principio, in materia, sono chiare, ma le implicazioni che si hanno nella vita rendono molto complessa e difficile la definizione nei singoli casi di specie. Uno dei precipui obiettivi della l. n. 104/1992 è costituito dal pieno sviluppo della personalità del soggetto disabile, anche e soprattutto mediante la promozione delle sue relazioni sociali ed interpersonali, che procede attraverso la rimozione delle difficoltà, nell’intreccio e nella tenuta delle relazioni medesime, che costituiscono elemento definitorio della situazione di svantaggio umano e sociale propria della persona diversamente abile. Nell’ambito della vita di relazione, trovano naturale spazio, per definizione, anche i rapporti emotivi e sessuali tra diversamente abili e persone non disabili ed anche tra persone disabili. Il legislatore non è ancora intervenuto a disciplinare la materia dei rapporti emotivi tra disabili, rimettendo, evidentemente, lo sviluppo di essi all’attuazione della più generale garanzia della promozione delle relazioni sociali delle persone portatrici di handicap. Formalmente, il diritto a contrarre matrimonio per i disabili si desume dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, il cui art. 16 stabilisce che uomini e donne hanno il diritto di sposarsi senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Tale articolo, seppur citi espressamente soltanto alcuni requisiti, può interpretarsi nel senso che la limitazione non può fondarsi, a maggior ragione, solo sulle condizioni fisiche dell’individuo. Di pari tenore letterario è l’art. 12 della Convenzione Europea del 1950, che dispone che l’uomo e la donna in età adatta hanno diritto di sposarsi, secondo le leggi nazionali che regolano questo diritto. La stessa Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità riconosce, all’art. 19, il diritto di tutte le persone con disabilità a vivere nella società, con la stessa libertà di scelta delle altre persone assicurando, anche, che le persone con disabilità abbiano la possibilità di scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere e non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione. Più specificatamente, la suddetta Convenzione O.N.U. sancisce, all’art. 23, che gli Stati Parti debbano adottare misure efficaci ed adeguate ad eliminare le discriminazioni nei confronti delle persone con disabilità in tutto ciò che attiene al matrimonio, alla famiglia, alla paternità e alle relazioni personali, su base di uguaglianza con gli altri, in modo da garantire che sia riconosciuto il diritto di ogni persona con disabilità, che sia in età per contrarre matrimonio, di sposarsi e fondare una famiglia sulla base del pieno e libero consenso dei contraenti. Per cui, ben si desume che le menomazioni di carattere meramente fisico non possono assolutamente influire sulla capacità matrimoniale. Influenze negative sull’esercizio di tale diritto della persona possono avere, al contrario, le menomazioni di carattere psichico, che possano determinare alterazioni delle facoltà intellettive e volitive, compromettendo l’attitudine del soggetto a determinarsi in base ad atti di volontà cosciente. Il legislatore espressamente dispone che l’interdetto per infermità di mente non può contrarre matrimonio, ai sensi dell’art. 85 c.c. Parimenti, il codice civile, all’art. 119, prevede la nullità del matrimonio qualora uno dei coniugi, al tempo del matrimonio, fosse interdetto o qualora l’infermità, seppur accertata successivamente la data del matrimonio, esisteva di fatto. L’art. 120 c.c. contempla, invece, l’ipotesi della nullità del matrimonio, qualora esso sia stato celebrato con persona che provi di essere stato incapace di intendere e volere, per qualunque causa anche transitoria, al momento della celebrazione. In particolare, l’art. 122 c.c. prevede, altresì, la nullità del matrimonio qualora un coniuge abbia prestato il proprio consenso per errore essenziale sulle qualità personali dell’altro coniuge, tale per cui non avrebbe prestato scientemente il proprio consenso se ne avesse avuto compiuta conoscenza, tra cui «l’esistenza di una malattia fisica o psichica» tale da impedire lo svolgimento della vita coniugale. In ciascuno di questi casi il soggetto debole è tutelato non in quanto infermo di mente, ma in quanto autore, al momento della celebrazione del matrimonio di una manifestazione di consenso non corrispondente a consapevolezza e volontà. Per cui, giuridicamente dovrà dimostrarsi che il consenso matrimoniale è stato espresso in stato di capacità di intendere e volere. L’invalidità sussiste quando la persona non sia in grado di comprendere o di volere il vincolo matrimoniale nel suo significato giuridico e sociale, per cui non basta che il soggetto abbia l’idea del rapporto sessuale, ma è necessario che sia in grado di capire e volere il matrimonio quale stabile unione di vita di due persone. La realtà, tuttavia,  è che, nonostante la rigida chiusura al matrimonio dell’interdetto, tutta questa materia sembra maturata per un globale ripensamento normativo. Infatti, in giurisprudenza si registra un ampio orientamento teso a riconoscere la possibilità di contrarre matrimonio al debole mentale che sia, comunque, capace di relazionarsi con il mondo esterno e con le persone con lei entrate in contatto, senza  l’intermediazione dell’amministratore di sostegno, eventualmente, nominato, il quale, differentemente dalle altre misure a protezione dell’incapace, non si sostituisce al rappresentato, ma sceglie “con questo” il suo best interest. La giurisprudenza consta che il diritto di sposarsi configura un diritto fondamentale della persona riconosciuto sia a livello sovranazionale, ex artt. 12 e 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948, artt. 8 e 12 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, artt. 7 e 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, che nazionale, ex art. 2 della Costituzione. Per cui, un “divieto di nozze” generalizzato violerebbe apertamente l’art. 5 della Convenzione di New York che sancisce che «gli Stati Parti devono vietare ogni forma di discriminazione fondata sulla disabilità e garantire alle persone con disabilità uguale ed effettiva protezione giuridica contro ogni discriminazione qualunque ne sia il fondamento».

In allegato il testo integrale del saggio.