Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 25/05/2019

La Zela – L.C.

             Mia mamma era una che ospitava e aiutava tutti, sempre con buonumore e sempre cantando. Una volta ospitò una sua amica austriaca che era rimasta senza soldi e lavoro; ospitò lei e un suo armadio, detto l’”armeron”. Tutto bene dunque, senonché una domenica andammo al ricreatorio dove facevano sempre delle commedie buffissime e noi bambini ci divertivamo come matti. Tornati a casa trovammo mio padre con un viso lungo che cominciò a questionare per ogni stupidaggine e nessuno capiva perché, finché è venuto fuori che la Zela lo aveva messo su dicendo: povero signor Vàlentin (diceva sempre Vàlentin con l’accento sulla a) lei qui solo e sua moglie in teatro invece di stirare i suoi calzoni, al che mio padre che delle braghe non gli poteva fregar di meno, si è convinto di far la figura del troppo buono (mona) nei confronti della moglie, ecco il perché di tutto il casino. Mia mamma, capito tutto, ha immediatamente spedito fuori di casa la Zela con tutto il suo armeron.

            Quando durante la guerra suonava l’allarme, lui ci aspettava al rifugio e, se non arrivavamo, arrivava lui a casa e diceva: se dobbiamo morire moriremo assieme, una bella prova d’amore per uno che tenero non è stato mai molto.

            Io ero una coraggiosa e mio padre mi mandava al suo paesello in Istria (Draguccio)  dove ci davano tutto quello che potevano, così non abbiamo mai comprato niente al mercato nero; alla fine della guerra, mentre ero lì per qualche giorno, mi è accaduto di vedere in paese uno di quei soldati con la stella rossa sul berretto. Ero molto curiosa, ma la moglie di mio zio continuava a farsi il segno della croce morta di paura. Viene la sera ed io e mia cugina Maria, che ora vive a Portorose, siamo andate a dormire nella sua stanza come il solito; ad un tratto battono alla porta, fuori c’era buio pesto, e un partigiano con una lampada è venuto a prelevarmi…… mi ha portato su verso il paese alto e mi sono trovata in una casa sconosciuta dove, vicino al fuoco, c’erano un sacco di partigiani, tutti slavi e croati, ma dove finalmente ho trovato anche uno che faceva il Capetto e che, meno male, parlava italiano; morale: mi avevano prelevata perché pensavano fossi una spia o qualcosa del genere, che loro non ci mettevano molto ad eliminare. Ma nella mia vita c’è sempre stato un angelo custode che fa gli straordinari. Quella volta il capo che parlava italiano si è preso una cotta per me e, con la promessa che lo avrei aspettato a Trieste per la fine della guerra, la mattina dopo mi ha fatto scortare quasi fino alla stazione ferroviaria. Io sono un’incosciente e non ho mai avuto paura di nulla, ma quando sono arrivata a Cerreto dove c’era il treno per Trieste ed ho visto le SS e i soldati che pattugliavano il posto, giuro che ho fatto un sospiro di sollievo.

            Alla fine della guerra, quando abbiamo avuto i 40 giorni dell’occupazione di Tito, io e mia mamma eravamo in ansia: e se capitava quello là? Un giorno battono alla porta e c’è un  soldato titino con la pistola; ho dovuto tenere mia mamma che stava per svenire quando guardo meglio e dico “Tonino, che ci fai qui e vestito da titino?”. Era uno del paese di mio padre che mi dice: ti prego non mandarmi via, già mia sorella che abita a Trieste vicino a te, mi ha cacciato; io sono stato prelevato dai soldati di Tito che mi hanno detto di correre a liberare Trieste prima di Lubiana, perché Lubiana non ce l’avrebbero tolta mai, ma Trieste non si sa e mi hanno promesso un paio di scarpe (che lui chiamava scarpetize). Morale: l’abbiamo fatto entrare e tutto il tempo che è rimasto a Trieste lo passava da noi e la cosa che più lo interessava era imparare a ballare il tango!!! Con il ballo, dimenticava anche la rabbia per non aver ricevuto le scarpetize come sperava, povero Tonin.

            Intanto io continuavo a studiare e quando è venuto il momento dell’esame e dovevo andare a Gorizia, proprio quel giorno hanno bombardato Trieste e non sono potuta andare, ma c’è sempre un angelo custode nella mia vita e meno male che non ci sono più andata, sennò avrei dovuto fare la trafila di tutte le maestrine ed andare in qualche sperduto paesetto dell’Istria come la Bianca. Invece quando sono arrivati gli americani sono andata a lavorare da loro. Che spasso.