Stranieri, immigrati - Famiglia, minori -  Redazione P&D - 09/12/2019

Le famiglie migranti nel dispositivo dell’adozione: considerazioni antropologiche sugli aspetti critici del sistema italiano - Elisa Muntoni

Da poche settimane si è celebrato il trentesimo anniversario della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, adottata all’unanimità dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata in Italia con la legge n. 176 del 27 maggio 1991. Si tratta di un evento senza precedenti, poiché è da questo momento che i bambini vengono riconosciuti come soggetti titolari di diritti inalienabili. La Convenzione prende le mosse dalla Dichiarazione (1) dei diritti del fanciullo, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 Novembre 1959, che già conteneva molti dei principi fondamentali che tutt’oggi ritroviamo nella legge italiana e internazionale. La legge italiana n. 184 del 1983, dal 2001 rinominata Diritto del minore ad una famiglia, riprende in modo esplicito l’assunto fondamentale di tale Dichiarazione, affermando nei Principi Generali quanto segue:
"Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia. Le condizioni di indigenza dei genitori […] non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. A tal fine a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e di aiuto. Lo Stato, le regioni e gli enti locali […] sostengono, con idonei interventi […] i nuclei familiari a rischio, al fine di prevenire l’abbandono e di consentire al minore di essere educato nell’ambito della propria famiglia."
Tuttavia, la realtà dei fatti si rivela molto diversa da quanto previsto dalla suddetta legge 184/83, poiché in molti casi tali interventi sono scarsi o del tutto inesistenti. Inoltre, come evidenzia l’ex giudice minorile Ennio Tomaselli (2015), sono proprio i “soggetti deboli” le vittime e allo stesso tempo i “protagonisti assoluti” dei Tribunali minorili. Tra questi, Tomaselli inscrive in primis gli immigrati, che dagli anni Ottanta sono diventati secondo l’autore i nuovi protagonisti e vittime di “un cambio di linea che si concreta nell’apertura di non poche procedure di adottabilità, di gestione obiettivamente complessa […], complessità che possono anche indurre a «tagliare corto»” (Tomaselli 2015, p. 97). L’autore aggiunge:
"persone, spesso lontanissime dalla nostra cultura, di cui ben accettiamo il lavoro, ma per cui non spendiamo quanto dovremmo non solo per sostegni adeguati alla serietà dei loro problemi, ma anche perché siano assistite da mediatori culturali nei rapporti con le istituzioni (servizi, questura, procura e tribunale minorile) [ivi, pp. 103-104]."
C’è da chiedersi come mai proprio le famiglie più fragili e bisognose di sostegno siano le più colpite da misure che spesso portano alla separazione dei figli dal nucleo famigliare, all’apertura di procedure di adottabilità e, in molti casi, alla recisione definitiva della relazione genitori-figli. A questo proposito, l’autore evidenzia il fatto che il diritto del minore ad una famiglia viene considerato in funzione di un “obiettivo chiaro e indiscutibile […]: la tutela dell’interesse del minore, anzi del minore stesso” (2015 p. 51). Tale principio, sebbene sia ampiamente condivisibile ‘sulla carta’, rivela nella sua applicazione pratica non poche ambiguità e contraddizioni. Tra queste, il rischio di trasformare problemi di natura sociale e politica in “problemi di natura giuridica distogliendo così l’attenzione dalle carenze e dalle mancanze delle politiche sociali a sostegno dei minori e delle loro famiglie” (Ronfani 2001, p. 65). Spostando l’attenzione sul piano della genitorialità e della famiglia diventa possibile riconfigurare problemi eminentemente sociali come problemi individuali.
Ecco che emerge allora una prima criticità, che riguarda in ultima istanza l’uso (e talvolta l’abuso) del concetto di “supremo interesse del bambino” e che si rivela una precondizione strutturale che pervade ogni spazio del “dispositivo dell’adozione (2)”: la difesa ostinata del minore, che sempre più si fa categoria astratta e sempre meno si considera all’interno di relazioni famigliari e sociali, diventa uno strumento con il quale lo Stato legittima un discorso istituzionale che nasconde la sua inefficienza in termini di politiche sociali e welfare e, allo stesso tempo, maschera le dinamiche di potere soggiacenti: l’irriducibile differenza tra chi detiene ed esercita il potere e i subalterni, tra chi valuta e chi può solo essere valutato.
Di seguito proverò a mettere il luce i momenti più critici del dispositivo dell’adozione in termini normativi, metodologici ed operativi, con specifico riferimento all’incontro con le famiglie straniere.  

La categoria del pregiudizio, una “zona grigia” normativa
Il nono articolo della Convenzione ONU stabilisce che:
"Gli Stati Parti […] devono assicurare che il/la bambino/a non venga separato dai suoi genitori contro la loro volontà, eccetto nel caso in cui le autorità competenti, sotto il controllo giuridico, stabiliscano, in accordo con la legge e i procedimenti applicativi, che tale separazione è necessaria nel maggiore interesse del bambino/a."
In un articolo apparso di recente su Persona e Danno, Valentina Finotti (2019) ricorda che il giudice minorile può disporre l’allontanamento del minore dalla casa famigliare secondo quanto previsto dall’art. 333 del Codice Civile, vale a dire in presenza di comprovate condotte pregiudizievoli dei genitori. Nei casi in cui emergono forme di pregiudizio particolarmente gravi, come l’abbandono, il Tribunale Minorile apre una procedura di adottabilità (anche nota come m.d.d.a., “minore da dichiarare adottabile”), ex artt. 8-21 della già citata legge 184/83. A seconda delle circostanze specifiche il giudice può optare per diverse modalità di allontanamento del minore dalla casa famigliare. Tra queste, l’art. 403 del Codice Civile, definito “Intervento della pubblica autorità a favore dei minori”, prescrive l’allontanamento del minore dall’abitazione familiare e il suo inserimento in una comunità “quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato o è allevato in locali insalubri o pericolosi, oppure da persone per negligenza, immoralità, ignoranza o per altri motivi incapaci di provvedere all'educazione di lui”. In questi casi, la pubblica autorità “lo colloca in luogo sicuro, sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione”.
A ben vedere, l’art. 403 è caratterizzato da una sostanziale indeterminatezza, dato che non contiene alcuna informazione circa i presupposti reali all’allontanamento né rispetto alle modalità attraverso cui metterlo in atto. Nella pratica, citando ancora Tomaselli, “è lasciata alla «pubblica autorità» ed agli «organi per la protezione dell’infanzia» una grande discrezionalità” (2015, p. 78): i criteri in base ai quali i giudici considerano pregiudizievole o meno la condotta dei genitori sono “spesso mutevoli da giudice a giudice o a seconda delle camere di consiglio” (ivi, p. 53).
Nell’articolo sopra citato, Valentina Finotti specifica che “la giurisprudenza italiana considera la misura dell’allontanamento una misura eccezionale” e che “le ipotesi in cui si rende necessario un allontanamento dalla famiglia devono essere caratterizzate […] da una comprovata gravità”. Se questo è effettivamente quanto previsto dalla nostra legislazione, può essere vero per quanto riguarda le famiglie italiane (i “soggetti forti” da un punto di vista economico, culturale, ma anche legale), mentre un’analisi approfondita dei casi in cui sono coinvolte le famiglie straniere, soprattutto quelle più povere e fragili, rivela una realtà molto diversa, caratterizzata da allontanamenti arbitrari motivati spesso da niente più che un sospetto. Tutto ciò non è privo di riferimenti con qualcosa che Abdelmalek Sayad (2002) aveva già messo in luce, ovvero il fatto che l’immigrato resta sempre sospetto agli occhi degli autoctoni:
"L’immigrato, soprattutto di bassa condizione sociale è tenuto a una sorta di iper-correttezza sociale. Socialmente e moralmente sospetto, deve prima di tutto rassicurare dal punto di vista morale [...] Consapevole del sospetto che pesa su di lui e a cui non può sottrarsi, l’immigrato vi si confronta durante e in tutti gli aspetti della sua vita da immigrato. A lui spetta dissiparlo continuamente, prevenirlo, dissuaderlo a forza di continue dimostrazioni di buona fede e di buona volontà” [ivi, p. 376]."
A tale proposito Tomaselli afferma che alcuni giudici, di fronte al rischio di pregiudizio per il minore, opterebbero per una scelta drastica, cioè per "la tutela, in quanto intrinsecamente buona […] [che] quindi può essere somministrata […] anche in eccesso”. Si tratta sovente di misure preventive più che indispensabili o eccezionali, con conseguenze tragiche per la famiglia coinvolta in termini di tenuta della relazione genitoriale, nonché per il bambino stesso che si vuole tutelare. A ciò si aggiungono le modalità spesso violente nei modi in cui l’allontanamento viene operato, come i cosiddetti ‘allontanamenti a sorpresa’ eseguiti senza una previa udienza in tribunale delle persone coinvolte, fino ad arrivare a vere e proprie forme di abusi istituzionali.
C’è da chiedersi a chi appartiene, in questi casi, il pregiudizio: nella maggior parte dei casi, per fugare il sospetto ci vogliono anni; nel frattempo possono intervenirne di nuovi, o mutare  in peggio le condizioni socio-economiche dei genitori che renderanno il rientro del bambino a casa sempre più complesso. Nel frattempo, le relazioni familiari si lacerano lentamente e nuove forme di affiliazione nascono con i genitori affidatari. In alcuni dei casi analizzati, i procedimenti si sono protratti per così tanto tempo che, nonostante una sentenza finale positiva, è stato il bambino a esprimere il desiderio di rimanere con la famiglia affidataria, da lui ormai riconosciuta come la sua famiglia.

Il luogo neutro, da spazio di sostegno alla famiglia a “panopticon miniaturizzato”
Una volta allontanato il minore dalla casa famigliare, quest’ultimo ha la possibilità di incontrare i propri genitori con cadenze variabili (da una volta a settimana fino a qualche volta all’anno, in base alla decisione del giudice) nel cosiddetto “luogo neutro”. Si tratta di un luogo sicuro, organizzato spazialmente come una casa fornita di giochi, spesso di una piccola cucina, e di tutto il necessario per provvedere alla cura del bambino. In questi momenti è obbligatoria la presenza di uno o più operatori (educatori professionali, assistenti sociali, CTU) che hanno il compito di supervisionare e facilitare l’incontro. Tuttavia, come ricordano Gioia e colleghe,
"nel tempo, a quella di facilitare e mantenere le relazioni tra figli e genitori in conflitto, si sono affiancate altre funzioni che progressivamente hanno sostituito la prima: le sempre più preponderanti richieste della magistratura hanno contribuito ad amplificare il compito di protezione del minore e quindi di vigilanza da parte dell’operatore [Gioia, Schiva, Tartari e Torresin 2015, p. 204]."
Durante gli incontri tra genitori e figli, gli operatori non si occuperebbero solamente di sostenere i genitori, ma anche di controllarli, sorvegliarli e valutarli nell’espressione della loro genitorialità:. Non è un caso se Roberto Beneduce, in riferimento alle dinamiche presenti nei Luoghi Neutri, parla di “panopticon miniaturizzato” riprendendo il lessico foucaultiano: ogni interazione, gesto di affetto o di cura, come anche il tono della voce, il modo in cui si allatta o coccola il proprio figlio,  diventano oggetto di una valutazione che andrà a definire il destino famigliare. A ciò bisogna aggiungere il divieto esplicito (a eccezione che venga coinvolto un mediatore) di parlare nella propria lingua d’origine per permettere agli operatori di comprendere tutto ciò che viene detto. Se si considera che molti genitori immigrati conosco poco o affatto la lingua italiana, e che la lingua d’origine è spesso la lingua parlata in famiglia per esprimere complicità e affetto, si può ben comprendere quanto la relazione famigliare, già indebolita e resa precaria dall’allontanamento, non solo venga svuotata di ulteriori elementi, ma fatichi anche a ‘rimanere in piedi’ in uno spazio in cui ogni parola o azione ha un peso specifico.
C’è ancora un aspetto che mi preme mettere il luce, ovvero la contraddizione intrinseca, quasi ossimorica, del nome stesso di questo spazio: cosa ci può essere di neutro all’interno di un luogo in cui tutto ciò che avviene è quanto di più artificiale si possa immaginare? Eppure ci si aspetta da questi genitori, soprattutto dalle madri, che si relazionino con i propri figli in modo naturale e spontaneo: come se fossero indifferenti di fronte agli operatori che li osservano con sospetto, prendendo appunti, come se non fossero consapevoli che ogni loro gesto è oggetto di una valutazione in base alla quale altri decideranno se i loro figli potranno tornare a casa o meno. A ciò si aggiunge la scarsa dimestichezza che i genitori immigrati hanno con tempi, modi e linguaggi occidentali (ancora) poco conosciuti, così che il complesso delle richieste più o meno esplicite che il contesto di valutazione impone loro costituisce un grande ostacolo. Tutto ciò che possono fare è ‘procedere a tentoni’ nel tentativo di comprendere cosa l’altro si aspetta da loro.

La valutazione delle competenze genitoriali: la patologizzazione dell’Altro
Schiva e Tartari (2014) affermano che “i report degli incontri tra genitori e figli in luogo neutro o in comunità vengono sovente trattati come materiale clinico, il quale viene poi riversato in una diagnosi e prognosi tristemente avulse dalla complessa realtà” (ivi, p. 156). Infatti, come ricorda Finzi (2014), a fronte dell’elevato grado di complessità che attraversa le biografie e i percorsi delle famiglie migranti, il rischio è quello di operare una semplificazione “sia per quanto riguarda le aree geografiche di provenienza, sia le cause della migrazione, rischiando di trascurare gli avvenimenti precedenti, il progetto e i percorsi effettuati, gli eventi traumatici affrontati” (ivi, p. 110).
Una premessa si rende qui necessaria. Nel dispositivo dell’adozione, la semplificazione risponde alla necessità di descrivere dei fatti come certi, lineari e scientifici per una ragione fondamentale: perché una valutazione sia considerata valida è necessario che poggi su dati che si vorrebbero oggettivi e incontestabili. Tuttavia, ciò a cui si assiste maggiormente in questi casi è “un tentativo ostinato di sintetizzare le manifestazioni di sofferenza dell’altro a una delle categorie diagnostiche offerte dal registro biomedico” (Voli e Visitin 2015, p. 249). Di conseguenza, l’istruttoria viene a strutturarsi nel “linguaggio medico-psicologico, o meglio psicopatologico, dell’esperto incaricato e competente” (Taliani 2015, p. 47). L’autrice mette anche in luce come un simile linguaggio abbia il potere di trasformare “ipso facto contraddizioni, conflitti e/o mancanze fisiologiche – proprie, cioè, della condizione migratoria – in diagnosi di inferiorità, disturbo, patologia” (ivi, p. 41), rivelando un’incapacità a comprendere l’Altro “se non attraverso un lessico che nel migliore dei casi è oggettivante e medicalizzante («disturbo di personalità di tipo borderline e asociale») tanto più quando non ci sono elementi psicopatologici che legittimino il ricorso a tali diagnosi” (2012, p. 40).
In questo scenario si colloca anche l’ampio uso di test psicodiagnostici, somministrati sia ai genitori che ai loro figli. L’uso di tali strumenti nei percorsi di valutazione psicologica che coinvolgono utenti stranieri è stato ampiamente criticato, per la loro scarsa applicabilità con persone provenienti da altri contesti socio-culturali, che parlano per giunta lingue diverse e spesso hanno una scarsa conoscenza della lingua italiana. Carlo Branchi (2015) afferma che “l’utenza straniera ottiene risultati inferiori in buona parte delle prove di abilità e di performance”. In tutti i casi presi in esame dalla sottoscritta i risultati dei test diventavano, al contrario, l’ennesima forma di legittimazione a un discorso istituzionale patologizzante: dal basso QI di una ragazza marocchina, in Italia da meno di due anni, che aveva portato gli operatori a spiegare la sua sofferenza nei termini di una mancanza di “quella dose di furbizia che le avrebbe permesso di trovare un equilibrio tra la libertà che tanto desidera[va] e le regole dettate dal suo contesto socio-culturale”; al sospetto di abusi paterni sulla figlia rom romena di tre anni avvalorato dal fatto che, come riportava la CTU, “la piccola ha interrotto il test per andare a giocare, non a caso quanto le ho sottoposto la tavola rappresentante la figura paterna”; fino al “pensiero delirante” di una madre nigeriana che di fronte alle tavole di Rorshach preferì tentare disperatamente di convincere lo psicologo di essere una buona madre piuttosto che rispondere alla domanda. I risultati di questi test hanno portato, in alcuni dei casi citati, a un notevole prolungamento del periodo di allontanamento, in altri alla sentenza che ha tolto definitivamente i figli ai propri genitori.

Conclusioni
Per concludere, ciò che porta così frequentemente queste famiglie all’attenzione dei servizi, fino a “precipitare nel dispositivo” (l’espressione è di Marius Manda, 2016) è la combinazione tra due caratteristiche: la diversità culturale e la fragilità socio-economica. Alla luce di quanto si è detto sulla carenza di interventi istituzionali a sostegno delle famiglie in difficoltà, non sorprende che la prima diventi in questi casi la chiave di lettura attraverso cui legittimare una dicotomia tra modelli di genitorialità ‘buoni’ o ‘cattivi’, oscurando le reali ragioni strutturali che spesso sono la principale causa del malessere famigliare. Tanto più i genitori immigrati sono distanti dalle aspettative degli operatori per le loro pratiche di accudimento e modelli educativi, tanto più dovranno quotidianamente impegnarsi a fugare un sospetto. L’aspettativa che questi genitori si adeguino e incorporino la nostra norma riflette dunque la richiesta, esplicita o implicita, che questi si lascino ‘assimilare’. È in questa dinamica che emerge tutta la violenza della “formula del do ut des (tuo figlio è «tuo» solo se mi fai vedere che sei capace a crescerlo come dico «io»)” (Taliani 2012, p. 50). Simona Taliani (2015) parla a questo proposito dei “destini edipici” di questi bambini pensati fin da subito come “adottabili” in virtù del loro “supremo interesse” secondo una “tragica ipocrisia” (Beneduce 2014), ovvero l’idea secondo la quale vengano applicati gli stessi criteri per valutare l’adottabilità di un bambino, italiano o straniero che sia.
L’incomprensione di fondo che pervade ogni momento del procedimento fino alla sua chiusura raggiunge il suo punto di non ritorno nel momento in cui il registro psicodiagnostico diventa il riferimento per leggere gli atteggiamenti, le attitudini, le relazioni familiari di individui che possiedono altri modelli di genitorialità e di educazione. Il rischio è che esso diventi un’arma potente e pericolosa che, se “usata ingenuamente come lente attraverso cui osservare i comportamenti dell’altro immigrato, […] copre rapporti di potere capaci di veicolare livelli di violenza non trascurabili” (Voli e Visitin, 2015, p. 240). Attraverso la lente psicodiagnostica, la famiglia straniera può diventare “una famiglia malata, disturbata, non strutturata e non strutturante, dalla quale allontanare i bambini per tutelarli, garantendo il loro «superiore interesse» (che rischia di coincidere con la loro adozione da parte di famiglie italiane migliori)” (Taliani 2012, p. 42).

1.  Il Principio sesto della Dichiarazione indica infatti che “il fanciullo, per lo sviluppo armonioso della sua personalità, ha bisogno di amore e di comprensione. Egli deve, per quanto è possibile crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in un’atmosfera di affetto e di sicurezza materiale e morale. Salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre. I poteri pubblici hanno il dovere di avere cura particolare dei fanciulli senza famiglia o di quelli che non hanno sufficienti mezzi di sussistenza. È desiderabile che alle famiglie numerose siano concessi sussidi statali o altre provvidenze per il mantenimento dei figli”

 2. L’espressione è di Roberto Beneduce (2014), in riferimento all’insieme di discorsi e pratiche intorno a cui si articolano la valutazione delle competenze genitoriali, gli incontri nei Luoghi Neutri, la somministrazione di test psicodiagnostici, le procedure di allontanamento e di collocamento del minore.