Danni - Danni non patrimoniali, disciplina -  Patrizia Ziviz - 03/03/2020

Le indicazioni delle pronunce di San Martino 2019 in materia di danno non patrimoniale

1.La responsabilità sanitaria rappresenta uno dei settori più frequentati dalle decisioni della Cassazione,  anche in ragione delle novità legislative che si sono susseguite in questa materia negli ultimi anni. Numerose appaiono le questioni in campo, spesso oggetto di controversia alla luce delle poliedriche letture,  venute ad emergere a livello giurisprudenziale. In presenza dello stato di grande incertezza  che – su vari nodi – regna presso gli interpreti, non stupisce la scelta di raggruppare una decade di pronunce sul tema, per procedere al deposito delle stesse in una data evocativa come quella di San Martino. La Terza Sezione sembra intenzionata a scolpire -  in parallelo a quanto avvenuto undici anni fa da parte delle Sezioni Unite sul ristoro del danno non patrimoniale - le tavole della legge destinate a regolare i nodi più scottanti in materia di malpractice medica.
Qualche dubbio va espresso con riguardo alla riuscita di un’operazione del genere. Va rilevato che alcune decisioni sanciscono principi contradditori. Altrove, problemi di scarsa chiarezza sono legati alla scelta del caso esemplare preso in considerazione (per cui le regole che governano la tutela risarcitoria dell’autodeterminazione terapeutica vengono enunciate in un’ipotesi in cui la fattispecie riguarda esclusivamente sul danno provocato dalla negligenza medica; oppure la retroattività della tabella di cui all’art. 139 cod. ass. viene sancita a fronte di un caso che in realtà non andrebbe qualificato come micropermanente,  trattandosi di un danno differenziale incrementativo). In generale, non sembra che le indicazioni derivanti da quelle pronunce appaiono così cristalline da poter rappresentare un sicuro punto di riferimento per gli interpreti.

2.Nella decade di San Martino, vi sono alcune sentenze che affrontano la problematica del risarcimento del danno non patrimoniale con riguardo a pregiudizi legati in maniera peculiare all’ambito della responsabilità sanitaria: perdita di chances di sopravvivenza nonché danno da lesione dell’autodeterminazione terapeutica. Altre indicazioni riguardano, invece, il danno non patrimoniale in generale e sono pertanto destinate a travalicare il campo della responsabilità sanitaria. Le determinazioni in materia di ristoro dei pregiudizi non economici non vengono, infatti, influenzate dalla tipologia del torto che si pone all’origine delle stesse. Pertanto le indicazioni formulate dai giudici di legittimità nelle sentenze di San Martino assumono una valenza di carattere trasversale.

3.In particolare, la pronuncia n. 28988/2019 affronta la questione della personalizzazione del danno non patrimoniale da lesione dell’integrità psico-fisica. A tale proposito, viene affermato che la misura standard del risarcimento -  determinata attraverso l’applicazione delle tabelle normative o giurisprudenziali -  può essere incrementata soltanto in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale e affatto peculiari. Tale regola viene affermata a fronte di un caso di pregiudizio alla salute subito da un bambino al momento del parto: a causa di un’errata manovra da parte dei sanitari, fonte di una distocia della spalla, il neonato viene a patire un’invalidità permanente del 13%.
I giudici di legittimità vengono a riconoscere che la personalizzazione del risarcimento non risulta praticabile a fronte di compromissioni da ritenersi normali, in quanto indefettibili per qualunque soggetto che abbia patito una menomazione identica. Un incremento risarcitorio sarebbe praticabile esclusivamente per quelle conseguenze della menomazione le quali non risultino generali e inevitabili per tutti coloro che abbiano patito quel tipo di lesione, ma siano tali da ripercuotersi solo sulla situazione specifica del danneggiato, a causa della peculiarità del caso concreto. In particolare, la Cassazione sottolinea che le circostanze di fatto suscettibili di giustificare la personalizzazione del risarcimento  integrano un fatto costitutivo della pretesa, per cui devono essere allegate in modo circostanziato e provate, anche attraverso il notorio, le massime di comune esperienza e le presunzioni semplici. La conclusione cui perviene la S.C. è quella secondo cui “costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione di una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico e l’attribuzione di un’ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi dei quali è già espressione il grado percentuale di invalidità permanente”.
Il primo dato da rilevare riguarda il fatto che le indicazioni formulate da tale decisione non appaiono portatrici di una vera e propria novità, in quanto si limitano ad allinearsi a quelle affermazioni che la Cassazione aveva provveduto a formulare nel 2018, all’interno della pronuncia n. 7513 conosciuta come “decalogo” in materia di risarcimento del danno non patrimoniale. Già in quella sede la S.C. rilevava come le compromissioni dinamico-relazionali di carattere ordinario devono considerarsi comprese nel calcolo tabellare. Ponendosi in linea con tale indicazione, la pronuncia in commento afferma che “le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo l’id quod plerumque accidit (ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento”.
Ora, una conclusione del genere non può essere condivisa. Si tratta di un ragionamento che interpreta in maniera impropria la nozione di conseguenze standard, comprese nel calcolo tabellare. Ciò che vizia il ragionamento della Cassazione è l’idea che la nozione di “normalità” venga a ricomprendere e coprire tutta l’area delle attività ordinarie; il che spinge i giudici di legittimità ad ammettere la personalizzazione esclusivamente a fronte della compromissione di attività dinamico-relazionali del tutto idiosincratiche e stravaganti. Bisogna considerare come ciò che conta non è il tipo di attività, ma l’incidenza che la menomazione produce sulla stessa. Si tratta di valutare il peso che l’attività compromessa ricopre nell’assetto esistenziale globale della vittima. Laddove una certa attività, ancorché di carattere ordinario, rivesta nella dimensione personale del danneggiato un peso specifico che va al di là di ciò che accade per la media dei soggetti, è fuori di dubbio che bisognerà procedere a un incremento del risarcimento.
Un ulteriore dato di cui tener conto riguarda il fatto che nelle tabelle, a ogni valore percentuale del punto, vengono a corrispondere menomazioni di carattere variegato: per cui, a parità di percentuale di invalidità, potremmo trovarci di fronte a situazioni suscettibili di riflettersi con portata estremamente diversificata sul piano dinamico-relazionale. La personalizzazione potrà allora rendersi necessaria in tutti i casi in cui un certo tipo di lesione comporti, ancorché in termini riferibili in misura standard a qualunque danneggiato, una ripercussione relazionale di particolare impatto, tale da non poter trovare riscontro in maniera esaustiva entro il valore medio indicato in tabella. Tali considerazioni assumono rilievo, in particolar modo, quando la vittima sia – come accade nel caso di specie – un neonato: il quale, per definizione, non è portatore di alcun tipo di esplicazione dinamico-relazionale concreta, ma solo potenziale.

4.La pronuncia n. 28989/2019, dal canto suo, affronta la questione relativa alla liquidazione del danno non patrimoniale da perdita del congiunto. Viene proposto ricorso contro la decisione della corte territoriale, per aver la stessa liquidato – a favore dei congiunti della paziente deceduta – una somma a titolo di risarcimento del danno morale soggettivo, dopo aver già riconosciuto, in favore degli stessi soggetti, il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale. La S.C. accoglie tale istanza rilevando come la corte di merito fosse pervenuta a una duplicazione, ossia a “una doppia considerazione della stessa lesione di interessi, consistente nel peculiare patimento che affligge una persona per la perdita del rapporto parentale”.  A supporto di tale conclusione la Cassazione richiama le affermazioni delle Sezioni Unite del novembre 2008, nonché altre decisioni più recenti all’interno delle quali risulta riconosciuto che la congiunta attribuzione del danno morale e del danno da perdita del rapporto parentale costituisce indebita duplicazione del risarcimento, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita sul piano morale soggettivo e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita sul piano dinamico-relazionale rappresentano elementi essenziali dello stesso complesso e articolato pregiudizio, destinato ad essere risarcito integralmente e unitariamente.
Un’adesione di massima va formulata con riguardo alla soluzione accolta: anche in questo caso non innovativa, ma del tutto in linea con le indicazioni in generale formulate dalla Cassazione. Si tratta, in effetti, di rilevare che lo strumento utilizzato dalla giurisprudenza al fine di procedere alla conversione in denaro del pregiudizio patito dai congiunti a fronte della morte del familiare fa riferimento al danno non patrimoniale complessivamente inteso. La perdita del rapporto parentale è suscettibile di proiettarsi sia lungo il profilo morale che lungo quello dinamico-relazionale: e la considerazione di entrambi tali risvolti trova riscontro all’interno dei valori identificati dalla tabella. Una volta applicata quest’ultima, non resta, allora, spazio per riconsiderare ulteriori compromissioni di ordine morale.
Al di là di una liquidazione unitaria del pregiudizio, i giudici di legittimità sottolineano – in maniera del tutto condivisibile – che il danno non patrimoniale va valutato nelle due distinte componenti morale e dinamico-relazionale. La S.C. rileva che spetta al giudice verificare, in base alle evidenze probatorie complessivamente acquisite, la sussistenza di uno solo o di entrambi i profili del danno. A tal fine saranno utilizzabili meccanismi di carattere presuntivo, che fanno riferimento a vari criteri, quali la prossimità del legame parentale e la sopravvivenza o meno di altri congiunti.
Qualche dubbio va, semmai, manifestato con riguardo a quelle affermazioni della pronuncia n. 28989/2019 secondo cui rimane ferma la necessità di accertare le condizioni di apprezzabilità minima del danno, nel senso di una rigorosa dimostrazione “della gravità e della serietà del pregiudizio, e della sofferenza patita dal danneggiato”. Qui la S.C. sembra, infatti, confondere il discorso relativo alla necessità di prova del pregiudizio, con quello – del tutto diverso – relativo all’applicazione dell’ulteriore filtro volto a escludere dall’area della tutela i danni bagatellari. Sembra – in effetti - del tutto quasi offensivo evocare l’applicazione di una soglia del genere a fronte di pregiudizi che scaturiscono da una lesione così rilevante quale la perdita del congiunto.