Deboli, svantaggiati - Persone con disabilità -  Manuele Pizzi - 03/08/2017

Le misure di protezione dell'infermo di mente: un limite elastico all'autoregolamentazione delle relazioni familiari

L'istituto della famiglia costituisce una formazione sociale proteiforme, che sussiste, indipendentemente, dall'attribuzione di qualsivoglia statuto giuridico. Da un attento esame, dei Lavori Preparatori alla stesura della Carta costituzionale, appare chiaro come la relazione fra ordinamento statuale ed ordinamento familiare sia improntato ad un principio di reciproca autonomia, tuttavia permeato dall'obbligo di conformità al rispetto dei principi costituzionali, attinenti ai diritti inviolabili della persona.

Orbene, lo Stato, nel perseguire la tutela dei diritti inviolabili, enunciati all'art. 2 Cost., nel farsi legislatore può interferire nel potere di autoregolamentazione della comunità familiare. Incisiva e penetrante resta la possibilità di intervento delle Autorità giurisdizionali, le quali, nei limiti dettati dalla legge, possono esercitare poteri di cognizione sui rapporti personali e patrimoniali interni alla compagine familiare; suindicata cognizione condiziona l'andamento dell'amministrazione lato sensu del consorzio familiare, basti pensare alle ipotesi desumibili dal Titolo IX, Libro I, del Codice Civile, in materia di responsabilità genitoriale,

Nell'irriducibile microcosmo della comunità familiare, la coabitazione e la convivenza con persona affetta da patologia psichiatrica, qualora tale luogo esistenziale, sia irto di episodi di conflittualità domestica, viene a realizzarsi evidente manifestazione delle tante problematiche intercorrenti fra la comunità familiare e le molteplici articolazioni dello Stato sul territorio: le Scuole, i Servizi Sociali e Sanitari, gli Organi di Pubblica Sicurezza, le Istituzioni Giudiziarie.  Ordunque, gli attriti nei rapporti fra la famiglia e le suindicate articolazioni statuali, acquistano primaria rilevanza alla notizia dell'evento fattuale circa il sopravvenuto l'intervento del Giudice Tutelare nelle dinamiche familiari, specie qualora vi sia un concorso di fattori a determinare la necessità di un tale intervento tra cui: le dilapidazioni patrimoniali, le reiterate violenze fra le mura domestiche, l'accertata inidoneità dei familiari conviventi nella cura degli interessi nel disabile, nel lungo periodo.  La tensione fra la pretesa intimità della comunità familiare e la pretesa statuale di tutela di diritti superiori, ascrivibili al disabile, trovano genuina rappresentazione nelle udienze di cui all'art. 714 c.p.c., nel caso di ricorso per declaratoria di interdizione, e nella fattispecie processuale di cui all'art. 407, Co 2, Cod. Civ., in materia di istituzione di un'amministrazione di sostegno.

Manifestazione concreta del potere dell'ordinamento statuale di condizionare il regolamento degli assetti endofamiliari può essere individuata nelle ipotesi di cui all'art. art. 348, Co 4 e 408, Co 4 Cod. Civ., ove è contemplata l'ipotesi della nomina di un professionista esterno. L'indubbia rilevanza delle prerogative  ascrivibili in capo Giudice Tutelare discendono dal  disposto di cui all'art. 344 Cod. Civ., la cui formulazione letterale configura  un ventaglio ampio, attinente ai poteri di valutazione nell'esercizio delle funzioni attribuite.

L'efficacia dell'opera del Tutore/A.D.S. produce effetti giuridici, quali quello della cessazione delle commistioni fra il patrimonio del disabile e quello dei familiari conviventi, si pensi alle cattive pratiche ove il familiare convivente attinga, con frequenza, al patrimonio del beneficiario, per sopperire ad altrui posizioni debitorie.  Il Tutore/A.D.S., individuate le fonti di reddito del disabile, provvede, se necessario, alla ricostituzione del patrimonio subentrando nella gestione, o con accensione di strumenti finanziari adeguati, ponendovi sempre il vincolo pupillare.

A tal guisa, lo Stato controlla il divenire degli assetti patrimoniali, e delle condizioni di vita del disabile, anche attraverso l'Ufficio del Pubblico Ministero, stante il pubblico interesse, alla protezione dei diritti della persona incapace, esercitando la qualità di litisconsorte necessario nei procedimenti di volontaria giurisdizione, attinenti alle misure di protezione per persone prive, in tutto o in parte, di autonomia.

Gli istituti della Tutela degli interdetti, dell'Amministrazione di sostegno e della desueta Curatela ex art. 424 Cod.Civ., qualora contemplino la designazione di un professionista esterno, non possono essere interpretati quali strumenti ai quali si fa ricorso per un fine meramente assistenzialistico: il Tutore/A.D.S. cerca di relazionarsi con i familiari del Tutelato/Amministrato che assiste, ma non è soggetto preposto alla risoluzione delle problematiche affettive e giuridiche di persone diverse dal disabile beneficiario della misura di protezione.   Il professionista esterno non ha un obbligo informativo verso i familiari e/o parenti del disabile che assistetuttavia, resta fermo il loro diritto a visionare ed estrarre copia degli atti depositati e prodotti presso la Cancelleria del Giudice Tutelare.

Orbene, il potere che gli Uffici Tutelari possono esercitare nello svolgimento delle relazioni familiari non scardina il principio di autonomia fra ordinamento statuale ed ordinamento familiare: qualora ne ricorrano i presupposti, lo Stato deve intervenire nel consorzio familiare al fine di tutelare i diritti personalissimi del disabile psichiatrico.


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15/02/2017 - Venezia
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