Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Marco Sessa - 18/05/2020

Le possibili similitudini tra le vite delle persone detenute e quella delle persone disabili

A mio parere le prime similitudini tra le persone con disabilità e quelle detenute le ritrovi al… Via della vita. 

Penso che il proprio futuro sia in buona parte determinato da un lato dalle nostre scelte e dall’altro dalle situazioni oggettive di partenza. E’ così quando consapevolmente scegliamo alternative rischiose per la nostra vita (correre in automobile, fumare o bere in eccesso…) o atti volutamente gravi per il prossimo (uccidere, frodare…). Oppure quando le nostre scelte sono determinate dalle condizioni in cui nasciamo e che all’apparenza sembrano immodificabili. Queste ultime sono quelle che io chiamo fragilità di partenza: una disabilità genetica oppure un contesto socio-familiare fragile, debole sin dalla nascita.  In entrambi i casi per potere guarire, bisogna avere a disposizione gli strumenti utili sia personali sia sociali che non sempre sono alla portata di tutti. 

Un altro punto in comune in entrambe le condizioni è la mancanza di autonomia e quindi di libertà. La vita di una persona disabile come quella di una persona detenuta è soggetta/condizionata alla volontà arbitraria del prossimo: bevi, mangi ti lavi quando lo dico io.  Si dipende in qualche modo sempre da un altro il quale, a sua volta, può agire in modo discutibile a seconda della propria disponibilità. 

Ma ancora di più dipende dagli altri il proprio destino. I Dottori (il Magistrato o il Medico di turno) in maniera ‘scientifica’, attraverso una sentenza o una diagnosi emanano un verdetto che andrà ad incidere sul proprio Essere. Il significato della propria esistenza dipenderà da quelle parole spesso definitive (A questo proposito mi viene sempre in mente il racconto di Tolstoj ‘ La morte di Ivan Ilic’).

Anche per quello che riguarda la libertà fisica (spazio-tempo) vi sono molti denominatori comuni. Che differenza c'è tra le barriere architettoniche, culturali… ed una barriera fisica come una cella? Tra una sedia a rotelle ed una condanna a 20 anni? Tra una terapia salva-vita (come la dialisi o la respirazione artificiale) e lo scontare una pena in uno spazio di 3x2 metri?

Per eliminare qualsiasi tipo di barriera ancora una volta deve intervenire un elemento esterno o un soggetto terzo oltre la propria volontà e determinazione (requisiti questi necessari ma non sufficienti): un giudice, un buon avvocato, la propria buona condotta, oppure la famiglia, una cura, la cultura che cambia i propri paradigmi di riferimento, un miracolo. Insomma, si dipende nella maggiore parte dei casi da qualcosa d’altro o da qualcun altro e questo fa sì che ogni azione sia di nuovo legata al libero arbitrio del prossimo. 

Inoltre, credo che l’aspetto che più accomuna queste due realtà sia lo stato d’animo intimo, personale che emerge molto spesso in entrambe le situazioni ovvero il senso di colpa e la sua espiazione che per una persona con disabilità è il non (cor)rispondere ai requisiti sociali prevalenti e vincenti del momento e questo porta ad assumere atteggiamenti di auto isolamento senza mai cercare soluzioni di riscatto verso la condizione di disabilità, mentre per quello che riguarda il la persona detenuta è la consapevolezza, la presa d’atto di avere commesso un torto, di avere creato un danno quindi un senso di pentimento e conseguente necessità di espiazione della pena. La cosa curiosa è che in entrambi le situazioni ci si senta responsabili del proprio status quo ma, mentre il reo si sente colpevole di un fatto effettivamente compiuto, il disabile si sente colpevole a causa di una condizione fisica che la cultura dominante percepisce come ostacolo alla persona ma ancora di più alla società intera. 

Infine, questo periodo di quarantena mi ha fatto venire in mente altri aspetti comuni tra la detenzione e la disabilità. Per esempio, sulla scelta dei ‘compagni di viaggio’ di una vita. Certamente i compagni di cella non si scelgono ma questo accade spessissimo anche nella disabilità. Ci si trova ad avere a che fare con persone che non si è scelto di frequentare. Penso per esempio non solo ai compagni di una degenza ospedaliera ma anche quelli che puoi trovare in un centro di riabilitazione o a mio parere ancora peggio tutti coloro che hanno la stessa patologia e per questo devono sentirsi appartenenti alla stessa ‘famiglia’. 

Avere un comune destino non vuole dire per forza reciproca empatia e grazie alle singole diversità che l’Umanità può progredire.