Famiglia, relazioni affettive - Separazione, divorzio -  Alessandra Sarri - 15/10/2018

Le prime decisioni di merito (Tribunali di Nuoro, Roma, Trieste e Verona) sull’assegno divorzile dopo la sentenza delle Sezioni Unite.

A seguito del revirement operato dalla prima sezione della Corte di Cassazione con la nota sentenza n. 11504 del 2017, a cui si sono uniformatele le successive decisioni della stessa sezione della Corte di Cassazione, ma che non è stato accolto in egual misura da parte della dottrina e dalla giurisprudenza di merito, sull’argomento è intervenuta  la decisione della Sezioni Unite con la sentenza n. 18287 dell’11 luglio 2018 per affermare un nuovo principio di diritto che tende a superare, con una soluzione equilibrata, sia quello formulato dalle sentenze gemelle del 1990,  sia quello introdotto dalla sentenza n. 11504 del 2017.

Il contrasto giurisprudenziale affrontato dalle Sezioni Unite nasce dal fatto che la lettura della norma dell’art. 5, comma sesto, l. n. 898 del 1970 non offre indicazioni applicative univoche in ordine all’esatta determinazione del concetto di “mezzi adeguati”, non avendo il legislatore precisato quale sia il parametro di riferimento cui ancorare il giudizio di adeguatezza.

Secondo le Sezioni Unite inoltre il parametro dell’adeguatezza / inadeguatezza, così come indicato dai due orientamenti (il tenero di vita matrimoniale e l’autonomia od indipendenza economica) sarebbero entrambi esposti al rischio dell’astrattezza e del difetto di collegamento con l’effettività della relazione matrimoniale, in quanto le due parti della norma sono state interpretate in modo dicotomico.

Secondo le Sezioni Unite sostanzialmente il carattere dell’adeguatezza dei mezzi impone una valutazione comparativa che entrambi gli orientamenti traggono però al di fuori degli indicatori contenuti nell’art. 5, comma sesto, così relegando a una funzione residuale proprio le caratteristiche dell’assegno di divorzio fondate sui principi di libertà, autoresponsabilità e pari dignità desumibili dalla carta costituzionale art. 2, 3 e 29  della Costituzione, così come declinati nell’art. 143 c.c..

Ricordiamo brevemente che con le sentenze gemelle del 1990 all’assegno è stato riconosciuto carattere esclusivamente assistenziale  ed il presupposto per la sua concessione deve essere rinvenuto nell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, da intendersi come insufficienza degli stessi a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio,  mentre i criteri indicati nella prima parte della norma hanno funzione esclusivamente determinativa dell’assegno.

A questo consolidato orientamento, rimasto fermo per un trentennio, si è recentemente contrapposto quello affermato dalla sentenza n. 11504 del 2017 che, pur confermando la rigida distinzione tra il criterio attributivo e determinativo, ha individuato come nuovo parametro dell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente l’assegno la non autosufficienza economica, stabilendo che solo all’esito del positivo accertamento di tale presupposto potranno esser esaminati in funzione ampliativa o limitativa del quantum i criteri determinativi indicati nella prima parte della norma, in tal modo continuando a riconoscere all’assegno una funzione esclusivamente assistenziale  anche se in questo caso rigidamente ancorata ad una condizione di autonomia economica, da valutare in relazione alle condizioni soggettive del richiedente l’assegno, ma svincolata dalla relazione matrimoniale.

Le Sezioni Unite partendo da un’analisi comparativa dei due orientamenti in forte contrapposizione, pur  condividendo alcune critiche formulate con la sentenza n. 11504 del 2017 all’orientamento fissato dalla sentenza 11490 del 1990, precisamente in merito ai forti rischi di locupletazione ingiustificata dell’ex coniuge istante in tutte quelle situazioni in cui il coniuge goda di autonomia economica o quando non abbia significativamente contribuito alla formazione della posizione economico –patrimoniale dell’ex coniuge, ritiene che anche “La valutazione svolta nella sentenza n. 11504 del 2017 è rilevante ma incompleta perché non radicata sui fattori oggettivi e inter-relazionali che determinano la condizione complessiva degli ex coniugi dopo lo scioglimento del vincolo”, con conseguente svalutazione proprio del principio di autoresponsabilità.

Sempre secondo Le Sezioni Unite lo stesso limite d’incompletezza si ravvisa riguardo alla ratio posta a sostegno del criterio attributivo individuato nella carenza di autosufficienza economica  della parte richiedente l’assegno , il cui fondamento costituzionale è la solidarietà post coniugale, se consideriamo che con l’orientamento introdotto dalla sentenza n. 11504 del 2017 “lo scioglimento del vincolo coniugale comporta una netta soluzione di continuità tra la fase di vita successiva e quella anteriore il matrimonio”.

Osservano le Sezioni Unite che proprio tale impostazione, essendo del tutto svincolata dalla relazione matrimoniale e unicamente orientata dalle scelte e responsabilità individuali, si pone in contrasto proprio con i principi di autoresponsabilità ed autodeterminazione che sono gli stessi che  hanno  orientato la scelta dei coniugi ed il modello di relazione coniugale da realizzare,  la definizione dei ruoli  ed il contributo di ciascun coniuge all’attuazione della rete di diritti e doveri fissati nell’art. 143 c.c..  

Secondo le Sezioni Unite è proprio la rigida bipartizione tra i criteri attributivi e determinativi e la ricerca del parametro dell’adeguatezza/ inadeguatezza dei mezzi al di fuori degli indicatori contenuti nell’art. 5, sesto comma, introdotto dal nuovo orientamento, a far diventare meramente eventuali, e quindi a prospettare una lettura dell’art. 5, comma sesto abrogatrice della prima parte.

In sostanza secondo le Sezioni Unite l’adeguatezza dei mezzi deve esser valutata non solo in relazione alla loro mancanza o insufficienza oggettiva, ma anche in relazione a quel che si è contribuito a realizzare in funzione della vita familiare, laddove la funzione equilibratrice dell’assegno “non è finalizzata alla ricostruzione del tenore di vita endoconiugale,  ma soltanto al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla realizzazione della situazione comparativa attuale” .

Le Sezioni Unite dopo aver evidenziato i risvolti critici di entrambi gli orientamenti hanno stabilito che la funzione dell’assegno non è più solo assistenziale ma bensì ed in pari misura compensativa e perequativa, mentre la sua previsione richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque l’impossibilità di procurarseli  per ragioni oggettive attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tener conto per la relativa attribuzione e determinazione, con particolare riferimento alla contribuzione del richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio dell’altro coniuge, oltre che alla durata del matrimonio.

Pertanto il richiamo alla valorizzazione dell’autoresponsabilità di ciascuno degli ex coniugi “deve dirigersi verso la preminenza della funzione equilibratrice – perequativa  dell’assegno divorzile, in quanto il principio di solidarietà posto alla base del riconoscimento del diritto impone che il giudizio sull’adeguatezza dei mezzi e all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive sia saldamente ancorato alle caratteristiche ed alla ripartizione dei ruoli endofamiliari”.

Ciò precisato vediamo come alcuni Tribunali si sono regolati e come hanno accolto il nuovo principio di diritto nell’immediatezza, dovendo i Giudici procedere attraverso una rigorosa istruttoria volta all’effettiva valutazione del contributo fornito dal coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio comune e alla formazione del profilo economico patrimoniale dell’altra parte, anche in relazione alle potenzialità future, dovendo l’adeguatezza dei mezzi esser valutata non solo in relazione alla loro mancanza o insufficienza oggettiva, ma anche  in relazione a quel che si è contribuito a realizzare in funzione della vita familiare, come non è possibile dall’altro canto fondare il riconoscimento solo su uno degli indicatori  contenuti nell’incipit dell’art. 5, comma sesto, essendo necessaria una valutazione integrata, incentrata sull’aspetto perequativo – compensativo, fondata sulla comparazione effettiva delle condizioni economico– patrimoniali, alla luce delle cause che hanno determinato l’attuale situazione di disparità, oltre “a dover procedere a un accertamento probatorio rigoroso del rilievo causale degli indicatori sopracitati sulla sperequazione determinatasi” .

In particolare il Tribunale di Nuoro (sentenza n. 424 del 23.8.2018), dopo aver proceduto ad una valutazione di adeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente in relazione a tutti i parametri di cui all’art. 5, comma sesto, preceduta da una preliminare analisi sull’accertamento del diritto all’assegno attraverso la verifica di una rilevante disparità tra le rispettive situazioni  economico patrimoniali degli ex coniugi, e dopo aver valutato se tale disparità sia stata causata da scelte condivise, se il coniuge più debole abbia o meno la possibilità di trovare un lavoro o ottenere una più alta remunerazione, in considerazione della sua età, delle pregresse esperienze professionali e delle condizioni del mercato del lavoro, ha concluso per l’accoglimento della domanda di assegno.

La previsione di un assegno, in questo caso, è avvenuta nonostante la moglie istante avesse redditi propri ma inferiori al marito,  soprattutto considerando il rilevante contributo dato alla conduzione della vita familiare e per aver cresciuto tre figli; considerata altresì l’età del soggetto richiedente ( di 51 anni) che non le consentirebbe di poter aspirare a miglioramenti della propria attuale situazione reddituale, né  di poter reperire un’altra attività lavorativa maggiormente remunerativa di quella attuale (segretaria in uno studio legale), oltre al fatto che il soggetto istante  ha dimostrato nel corso del giudizio di aver significativamente contribuito alla formazione del patrimonio personale del marito, partecipando alle spese per l’acquisto e la ristrutturazione dell’immobile di proprietà del marito. 

Diversamente il Tribunale di Trieste (sentenza n. 525 del 21.8.2018) ha ritenuto di non dover accogliere la domanda di assegno formulata da una moglie che, seppur nella fattispecie goda di un reddito da lavoro da impiego part time di molto inferiore al marito, dispone di un patrimonio immobiliare consistente al punto da  far venir meno il divario economico patrimoniale  con l’altro coniuge, ha un buon livello di scolarizzazione e maggior tempo libero che le consentirebbe di poter continuare a svolgere in parallelo un’altra attività.

Il Tribunale inoltre ha fondato il proprio diniego sul fatto che non risultano agli atti che le scelte lavorative siano legate alle esigenze familiari, ma bensì a meri motivi organizzativi aziendali, e neppure che abbia svolto un ruolo preminente o esclusivo all’interno della famiglia.

Anche il Tribunale di Roma (sentenza n. 16394 dell’8.8.2018) ha negato l’assegno alla moglie dopo aver accertato che la stessa fosse capace ed abile al lavoro, che fosse titolare di un trattamento pensionistico, oltre ad esser comproprietaria con il marito della ex casa familiare alla stessa assegnata, ma soprattutto dopo aver verificato che la disparità economico – patrimoniale tra le parti non è eziologicamente riconducibile a determinazioni e scelte comuni  e condivise che hanno condotto la moglie ad esplicitare il suo ruolo non solo o prevalentemente nell’ambito familiare.

Infine anche il Tribunale di Verona (sentenza n. 1764 del 20.7.2018) ha rigettato la richiesta di un assegno di divorzio ad una moglie pur a fronte di una florida condizione economica del marito, in quanto svolge attività lavorativa che le consente di poter percepire un buon reddito, considerato altresì che, per quanto gravata di mutuo, gode della piena proprietà di un immobile, per sua scelta non messo a reddito, ma soprattutto che in ragione dell’età delle parti e della durata del matrimonio ( 4 anni) non può ravvisarsi nella fattispecie un concreto contributo della moglie allo sviluppo di carriera del marito, oltre al fatto che il trasferimento della moglie nella città del marito non le ha compromesso la situazione lavorativa e reddituale della moglie. 

Ci sembra che davvero questa sentenza delle Sezioni Unite abbia non solo trovato un giusto equilibro tra i contrapposti orientamenti rilevandone e superandone le maggiori criticità ma che così facendo si è anche avvicinata ai più evoluti ordinamenti europei.

Le pronunce di Trieste e Verona:  https://www.personaedanno.it/articolo/le-prime-decisioni-di-merito-ii-trieste-e-verona-a-s