Giustizia civile - Generalità, varie -  Luca Tortora - 16/10/2019

Le questioni di rito nelle cause con oggetto il mancato pagamento della “parcella” degli avvocati

Le controversie insorte tra l’avvocato ed il suo cliente in materia di  compensi professionali dovuti al primo per la sua attività professionale sono oggi regolate dall’art. 14 del D.Lgs. n. 150 del 2011 il quale così recita: “ Le controversie previste dall'articolo 28 della legge 13 giugno 1942, n. 794, e l'opposizione proposta a norma dell'articolo 645 del codice di procedura civile contro il decreto ingiuntivo riguardante onorari, diritti o spese spettanti ad avvocati per prestazioni giudiziali sono regolate dal rito sommario di cognizione, ove non diversamente disposto dal presente articolo. È competente l'ufficio giudiziario di merito adito per il processo nel quale l'avvocato ha prestato la propria opera. Il tribunale decide in composizione collegiale. Nel giudizio di merito le parti possono stare in giudizio personalmente. L'ordinanza che definisce il giudizio non è appellabile”.
La Suprema Corte, Sezioni Unite,  è intervenuta con la sentenza n. 4485 del 23 febbraio 2018 per dirimere alcune questioni di carattere processuale che la norma sopra richiamata aveva generato.
Innanzitutto gli Ermellini hanno escluso la possibilità di introdurre questa tipologia di causa con il rito ordinario e cioè con l’atto di citazione ex art. 163 c.p.c. Due sono le “strade” da perseguire per l’avvocato che intende recuperare i compensi professionali maturati per la sua attività giudiziaria civile svolta per un cliente: a)il ricorso ed il conseguente procedimento sommario speciale previsto dal D.LGS. 150/2011 modellato sullo schema dell’art. 702 bis c.p.c.; b) il ricorso per decreto ingiuntivo ai sensi degli art. 633 c.p.c. e segg..  Ciò è espresso come principio di diritto dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 4485/2018: "A seguito dell'introduzione del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14, la controversia di cui alla L. n. 794 del 1942, art. 28, come sostituito dal citato D.Lgs., può essere introdotta: a) o con un ricorso ai sensi dell'art. 702-bis c.p.c., che dà luogo ad un procedimento sommario "speciale", disciplinato dal combinato disposto dell'art. 14 e degli artt. 3 e 4 del citato D.Lgs. e dunque dalle norme degli artt. 702-bis c.p.c. e segg., salve le deroghe previste dalle dette disposizioni del D.Lgs.; b) o con il procedimento per decreto ingiuntivo ai sensi degli artt. 633 c.p.c. e segg., l'opposizione avverso il quale si propone con ricorso ai sensi dell'art. 702-bis c.p.c. e segg., ed è disciplinata come sub a), ferma restando l'applicazione delle norme speciali che dopo l'opposizione esprimono la permanenza della tutela privilegiata del creditore e segnatamente degli artt. 648, 649 e 653 c.p.c. (quest'ultimo da applicarsi in combinato disposto con dell'art. 14, u.c. e con il penultimo comma dell'art. 702-ter c.p.c.). Resta, invece, esclusa la possibilità di introdurre l'azione sia con il rito di cognizione ordinaria e sia con quello del procedimento sommario ordinario codicistico, di cui agli artt. 702-bis c.p.c. e segg.".
Il rito sommario speciale previsto dall’art. 14 del D.Lgs. 150/2011 è applicabile anche quando la controversia ha ad pggetto non solo il quantum debeatur ma, anche, l’an debeatur; il cliente, ad esempio eccepisce la mancata esecuzione in parte o in toto della prestazione per cui è richiesto il compenso, ovvero disconosce il rapporto contrattuale con l’avvocato etc.
“La controversia di cui alla L. n. 794 del 1942, art. 28, tanto se introdotta con ricorso ai sensi dell'art. 702-bis c.p.c., quanto se introdotta con ricorso per decreto ingiuntivo, ha ad oggetto la domanda di condanna del cliente al pagamento delle spettanze giudiziali dell'avvocato tanto se prima della lite vi sia una contestazione sull'an debeatur quanto se non vi sia e, una volta introdotta, resta soggetta (nel secondo caso a seguito dell'opposizione) al rito indicato dal D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14, anche quando il cliente dell'avvocato non si limiti a sollevare contestazioni sulla quantificazione del credito alla stregua della tariffa, ma sollevi contestazioni in ordine all'esistenza del rapporto, alle prestazioni eseguite ed in genere riguardo all'an. Soltanto qualora il convenuto svolga una difesa che si articoli con la proposizione di una domanda (riconvenzionale, di compensazione, di accertamento con efficacia di giudicato di un rapporto pregiudicante), l'introduzione di una domanda ulteriore rispetto a quella originaria e la sua esorbitanza dal rito di cui all'art. 14 comporta - sempre che non si ponga anche un problema di spostamento della competenza per ragioni di connessione (da risolversi ai sensi delle disposizioni degli artt. 34, 35 e 36 c.p.c.) e, se è stata adita la corte di appello, il problema della soggezione della domanda del cliente alla competenza di un giudice di primo grado, che ne impone la rimessione ad esso - che, ai sensi dell'art. 702-ter c.p.c., comma 4, si debba dar corso alla trattazione di detta domanda con il rito sommario congiuntamente a quella ex art. 14, qualora anche la domanda introdotta dal cliente si presti ad un'istruzione sommaria, mentre, in caso contrario, si impone di separarne la trattazione e di procedervi con il rito per essa di regola previsto (non potendo trovare applicazione, per l'esistenza della norma speciale, la possibilità di unitaria trattazione con il rito ordinario sull'intero cumulo di cause ai sensi dell'art. 40 c.p.c., comma 3" (così in Cassazione Civile, Sezioni Unite, 4485 del 23 febbraio 2018).
L’opposizione a decreto ingiuntivo va proposta nelle stesse forme di cui all’art. 14 D.Lgs. n. 150 del 2011. “Va ribadito in premessa l'insegnamento delle sezioni unite di questa Corte a tenor del quale, a seguito dell'entrata in vigore del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14, la controversia di cui allaL. n. 794 del 1942, art. 28, come sostituito dal D.Lgs. cit., può essere introdotta: a) con un ricorso ai sensi dell'art. 702 bis c.p.c., che dà luogo ad un procedimento sommario "speciale" disciplinato dagli artt. 3, 4 e 14 del menzionato D.Lgs.; oppure: b) ai sensi degli artt. 633 c.p.c. e segg., fermo restando che la successiva eventuale opposizione deve essere proposta ai sensi dell'art. 702 bis c.p.c. e segg., integrato dalla sopraindicata disciplina speciale e con applicazione degli artt. 648, 649, 653 e 654 c.p.c.; è, invece, esclusa la possibilità di introdurre l'azione sia con il rito ordinario di cognizione sia con quello del procedimento sommario ordinario codicistico disciplinato esclusivamente dagli artt. 702 bis c.p.c. e segg. (cfr. Cass. sez. un. 23.2.2018, n. 4485)” (in Cassazione Civile sentenza 24069/2019).Non vi sono profili di inammissibilità se l’opposizione a decreto ingiuntivo viene proposta nelle forme dell’atto di citazione pur sempre però nel rispetto del termine previsto dall’art. 641 c.p.c. E’ proprio quanto afferma la Corte di Cassazione nella sentenza n. 24069/2019: “Per un verso, siccome riconosce lo stesso controricorrente, l'avvocato I.R. ebbe a richiedere la notifica dell'atto di citazione in opposizione avverso l'ingiunzione di pagamento "il 38 giorno" (così controricorso, pag. 6), antecedentemente dunque alla scadenza del termine di quaranta giorni di cui all'art. 641 c.p.c..Per altro verso, il D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 4, con riferimento alle controversie di cui al medesimo decreto legislativo e quindi pur con riferimento alle "controversie in materia di liquidazione degli onorari e dei diritti di avvocato" di cui allo stesso D.Lgs., dispone, al comma 1, che, "quando una controversia viene promossa in forme diverse da quelle previste dal presente decreto, il giudice dispone il mutamento del rito con ordinanza". Ed, al comma 5, che "gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono secondo le norme del rito seguito prima del mutamento. Restano ferme le decadenze e le preclusioni maturate secondo le norme del rito seguito prima del mutamento".
Il riferimento contenuto nell’art. 28 della L. 13.06.1942 n. 794 alla “decisione della causa o l’estinzione della procura” nonché quello contenuto al comma 3 dell’art. 14 per la determinazione della competenza, potrebbe far ritenere  che il procedimento sommario speciale di cui all’art. 14 D.Lgs. n. 150 del 2011, richiamato anche nello stesso art. 28, può essere utilizzato solo per i compensi dovuti per prestazioni giudiziali in materia civile e non anche per le prestazioni stragiudiziali civili; in tal senso sembrerebbe propendere l’ordinanza n. 15138 /2018 dove si legge: “Le controversie per la liquidazione degli onorari e dei diritti dell'avvocato in materia giudiziale civile soggiacciono al rito di cui all'art. 14 del D.Lgs. n.150 del 2011 anche nell'ipotesi in cui la domanda non sia limitata al quantum, ma riguardi l'an della pretesa”. In realtà bisogna operare una distinzione tra le prestazioni stragiudiziali rese dall’avvocato strettamente correlate all’attività giudiziaria espletata e quelle ad essa non collegata e/o connessa. Le prime sono state considerate più volte ai fini dei compensi dell’avvocato come “attività giudiziaria” e  quindi ad esse andrà applicato l’art. 14: “E', del resto, interpretazione consolidata di questa Corte quella secondo cui, in tema di esercizio della professione forense, è da considerare prestazione giudiziale, ai fini della liquidazione delle competenze e della relativa tariffa in materia giudiziale, anche l'assistenza e l'attività svolta dal difensore, stragiudizialmente, per transigere una controversia, trattandosi di attività complementare e dipendente da quella per cui gli è stato conferito il mandato (Cass. Sez. 2, 04/12/2009, n. 25675; Cass. Sez. 2, 06/08/1997, n. 7223; Cass. Sez. 2, 03/07/1991, n. 7275)” in Cassazione Civile 20547/2019. Una ulteriore precisazione è doverosa: il procedimento di cui alla L. n. 794/1942 e, quindi, il più volte richiamato procedimento sommario speciale ex art. 14, non è applicabile, invece, alle altre prestazioni professionali non esplicate nell’ambito del processo civile, e cioè alle prestazioni giudiziali in materia penale, e dinanzi al giudice amministrativo (Corte cost. 11 aprile 2008 n. 96) e alle prestazioni stragiudiziali non collegate ad alcuna attività processuale. L’avvocato che intende recuperare i propri compensi per l’attività giudiziaria svolta in materia penale o amministrativa potrà agire con il rito ordinario perché l’obbligo di utilizzare il rito sommario speciale di cui all’art. 14, D.Lgs. n. 150 del 2011 per l’accertamento e la riscossione dei compensi dell’avvocato, vale nei limiti dell’ambito di operatività dell’art. 28, L. n. 794/1942, e quindi, solo per i compensi dovuti all’avvocato per attività giudiziaria civile.
In ordine alla competenza per l’accertamento e la riscossione degli onorari l’art. 14, comma 3, del D.Lgs. n. 150/2011 indica nello stesso  giudice dove l’avvocato ha svolto la sua attività giudiziaria per il cliente quello competente a decidere sulla causa relativa ai suoi compensi(È competente l'ufficio giudiziario di merito adito per il processo nel quale l'avvocato ha prestato la propria opera), con conseguente possibile competenza anche del giudice di pace, al quale si applica il rito sommario ex art. 14 D.Lgs. n. 150/2011. Le regole dettate sul foro del consumatore determineranno, invece, la competenza per territorio: “La possibilità di praticare detti fori, come quello che il ricorrente ha adito, doveva, però, misurarsi, sotto il profilo della competenza per territorio, con la posizione della cliente, che era qualificabile come consumatrice alla stregua della nozione indicata dal D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 3, comma 1, lett. a), con conseguente operatività in via prevalente del foro di cui alD.Lgs. n. 206 del 2005, art. 33, comma 2, lett. u), sicchè ognuno dei fori di cui si è detto, in tanto avrebbe potuto essere azionato, in quanto sul piano territoriale fosse stato coincidente con quello della residenza della L., giusta quanto osservato sopra sub 3.5… L'inosservanza del foro della consumatrice sarebbe stata rilevabile d'ufficio se vi fosse stata, cioè se il foro di Civitavecchia non fosse stato quello di residenza della L.” (si legge nella sentenza n. 4485/2018).
Infine due ultime osservazioni: la prima sul criterio della determinazione dei compensi e sul calcolo di essi,  la seconda sul riparto dell’onere della prova.
Il valore della causa ai fini della determinazione dei compensi è quello stabilito nel momento iniziale della lite : “Il valore della causa, ai fini della liquidazione degli onorari spettanti all'avvocato nei confronti del cliente, si determina avuto riguardo all'oggetto della domanda considerata nel momento iniziale della lite, senza che assumano rilievo al riguardo gli interessi e la rivalutazione maturati sulla somma capitale durante lo svolgimento del processo (cfr., ex multis, Cass. 9082/2006)” (in Cassazione Civile Ord., (ud. 20-09-2017) 10-05-2018, n. 11286). E’ onere del professionista provare il contratto e/o l’incarico ricevuto e le prestazioni effettivamente eseguite per ritenere fondata la domanda ed ottenere la determinazione e la liquidazione dei compensi. La Corte di Cassazione con la sentenza n. 22042 /2019 ha confermato la decisione della Corte d’Appello di Milano che aveva ritenuto non provata la prestazione professionale dell’avvocato e aveva rigettato la sua domanda di condanna al pagamento dei compensi perchè non aveva informato i clienti dei rischi della causa svolta né aveva provato la prestazione professionale. La Cassazione, inoltre conferma anche la decisione della Corte Disrettuale milanese in ordina alla condanna del professionista ex art. 96 c.p.c. comma 3:  “La Corte di merito ha confermato la statuizione di condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3, pronunciata dal giudice di primo grado, per avere l'attore agito giudizialmente per il pagamento di compensi relativi ad un'azione legale presupposta che, a sua volta, appariva sin dall'inizio infondata, e per non aver reso, senza giustificato motivo, l'interrogatorio formale. Ed ha, altresì, condannato per lo stesso titolo l'appellante a pagare un'ulteriore somma di denaro per avere proposto il giudizio di secondo grado insistendo colpevolmente su tesi giuridiche già reputate infondate dal primo giudice, avanzando censure la cui inconsistenza avrebbe dovuto e potuto essere apprezzata dall'appellante in modo da evitare il gravame.Tali statuizioni si sottraggono alle censure sollevate risultando del tutto conformi all'orientamento di questa Corte, la quale ha sottolineato come la condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3, è volta a salvaguardare finalità pubblicistiche, correlate all'esigenza di una sollecita ed efficace definizione dei giudizi, nonchè interessi della parte vittoriosa ed a sanzionare la violazione dei doveri di lealtà e probità sanciti dall'art. 88 c.p.c., realizzata attraverso un vero e proprio abuso della "potestas agendi" con un'utilizzazione del potere di promuovere la lite, di per sè legittimo, per fini diversi da quelli ai quali esso è preordinato, con conseguente produzione di effetti pregiudizievoli per la controparte, e che tale statuizione di condanna non richiede nè la domanda di parte nè la prova del danno, ma soltanto l'accertamento, in capo alla parte soccombente, della mala fede, intesa come consapevolezza dell'infondatezza della domanda, o della colpa grave, per carenza dell'ordinaria diligenza volta all'acquisizione di detta consapevolezza (Cass. S.U. n. 22405 del 2018). La sentenza impugnata appare conforme a tale orientamento sia con riguardo ai presupposti giuridici che a quelli concreti della decisione adottata, avendo la Corte distrettuale accertato in concreto la colpa grave dell'odierno ricorrente, tanto in ordine alla domanda proposta in primo grado, quanto in relazione all'appello, avendo egli azionato una pretesa manifestamente infondata e promosso il giudizio di appello sulla base di censure di cui avrebbe dovuto apprezzare, in rapporto alle ragioni addotte dal primo giudice, la palese inconsistenza. Gli apprezzamenti operati e le valutazioni svolte al riguardo dalla Corte territoriale costituiscono esercizio d'un potere discrezionale demandato dalla legge al solo giudice di merito, censurabile in sede di giudizio di legittimità solo in relazione ai criteri e presupposti normativi applicati, ma non anche in ordine alla valutazione dei fatti in concreto posti a base della decisione”.