Diritto commerciale - Impresa, società, fallimento -  Mattia Sgarbossa - 13/05/2020

Le società con sede legale all’estero restano soggette alla giurisdizione italiana ai fini dell’accertamento della responsabilità ex D.lgs. 231/2001 per i reati-presupposto commessi in Italia - Cass. Pen. Sez. VI del 07.4.2020 n. 11626

I fatti. 

Il coauditore legale della procedura fallimentare di una società romana veniva imputato, unitamente al legale rappresentante e al direttore del settore corporate stategy & business development di due società, rispettivamente una capogruppo con sede in Olanda e una partecipata con sede in Italia, del reato di cui agli artt. 110, 319, 319-ter e 321 c.p. (concorso in corruzione in atti giudiziari), per aver il primo ricevuto dai secondi un’ingente somma quale corrispettivo del compimento di atti contrari ai doveri d’ufficio, finalizzati a favorire indebitamente le predette società nell’acquisizione dei beni dell’azienda fallita. 

Allo stesso tempo, le medesime società venivano rinviate a giudizio – unitamente ad altre società del gruppo – in relazione all’illecito amministrativo ex artt. 5 e 25 D.lgs. 231/2001 derivante, per l’appunto, dalla presupposta commissione del citato reato-presupposto. 

Avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma che, confermando la pronuncia di primo grado, riconosceva la responsabilità amministrativa da reato delle succitate società, proponevano queste ultime ricorso in Cassazione denunciando, per quanto qui di interesse, la violazione degli artt. 20 c.p.p. e 5 e 25 D.lgs. 231/2001, per aver i giudici di merito erroneamente ritenuto sussistente la giurisdizione italiana pur in presenza di condotte commesse in Italia da società aventi sede principale all’estero, non potendosi muovere agli enti un rimprovero dovuto alla propria colpa in organizzazione se non nel luogo ove gli stessi abbiano i propri centri decisionali; la difesa insisteva sulla natura amministrativa della responsabilità ex D.lgs. 231/2001, pur accertata nel processo penale, e come le società coinvolte non avessero alcuna effettiva operatività sul suolo italiano, limitandosi a svolgervi solo attività formali. 

Le motivazioni della Corte. 

Per la Corte la denunciata violazione degli artt. 20 c.p.p. e 5 e 25 D.lgs. 231/2001 è manifestamente infondata. 

In primo luogo, il D. Lgs. 231/2001 non prevede alcuna distinzione fra gli enti aventi sede in Italia e gli enti aventi sede all’estero. 

In seguito, la Corte evidenzia come la responsabilità amministrativa dell’ente, sia pure autonoma, è dipendente dal reato presupposto, sicchè la giurisdizione deve essere apprezzata rispetto a quest’ultimo, a nulla rilevando che la colpa organizzativa, ossia l’inadeguata predisposizione del modello di organizzazione e gestione, sia avvenuta all’estero. 

L’art. 36 D. lgs. 231/2001, del resto, affida la competenza a conoscere della responsabilità amministrativa dell’ente al giudice penale competente per i reati presupposto, così come il successivo art. 38 esprime un chiaro favore verso il simultaneus processus, ovvero verso l’accertamento, nel medesimo procedimento, sia del reato presupposto che dell’illecito amministrativo. 

Tale assunto è confermato a contrario dall’art. 4 D. Lgs. 231/2001, ove nel caso in cui il reato presupposto sia stato commesso all’estero nell’interesse o a vantaggio di un ente avente sede legale in Italia, tale ente resta soggetto alla giurisdizione italiana nei casi e alle condizioni previste dagli artt. 7, 8, 9 e 10 c.p. , salvo il limite del bis in idem internazionale. 

Continua la Corte affermando che l’adesione alla prospettazione dei ricorrenti andrebbe a porsi in aperto contrasto con i principi di obbligatorietà e territorialità della legge penale, cagionando una palese lesione del principio di uguaglianza nella misura in cui giustificherebbe una disparità di trattamento tra la persona fisica straniera, soggetta senza dubbio alla giurisdizione italiana in caso di reati commessi in Italia, e la persona giuridica straniera, nel caso di reati-presupposto commessi in Italia. 

Inconferente infine il riferimento all’art. 25 L. 218/1995 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato) che assoggetta le società, le fondazioni, le associazioni e ogni altro ente pubblico o privato alla legge dello Stato nel cui territorio si è perfezionato il procedimento di costituzione, e in via sussidiaria alla legge italiana solo nel caso in cui la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale di tali enti si trovi in Italia: tale norma fa chiaramente riferimento ai soli profili civilistici, e non può esonerare le persone giuridiche dall’osservanza della legge penale vigente. 

Il principio di diritto. 

Alla luce delle argomentazione sopra svolte, la Corte di Cassazione ha sancito il seguente principio di diritto (confermando l’orientamento di merito già espresso dal Tribunale di Lucca, sentenza 31/07/2017 n. 222 riguardante i fatti dell’incidente ferroviario di Viareggio): “la persona giuridica è chiamata a rispondere dell'illecito amministrativo derivante da un reato-presupposto per il quale sussista la giurisdizione nazionale commesso dai propri legali rappresentanti o soggetti sottoposti all'altrui direzione o vigilanza, in quanto l'ente è soggetto all'obbligo di osservare la legge italiana e, in particolare, quella penale, a prescindere dalla sua nazionalità o dal luogo ove esso abbia la propria sede legale ed indipendentemente dall'esistenza o meno nel Paese di appartenenza di norme che disciplino in modo analogo la medesima materia anche con riguardo alla predisposizione e all'efficace attuazione di modelli di organizzazione e di gestione atti ad impedire la commissione di reati fonte di responsabilità amministrativa dell'ente stesso”.