Diritto commerciale - Impresa, società, fallimento -  Redazione P&D - 28/01/2019

Le società cooperative edilizie: costituzione, recesso socio e liquidazione delle quote - Mariagrazia Caruso

Le società cooperative costituiscono una particolare forma giuridica di impresa.
Il codice civile (art. 2511 - 2512) ne indica chiaramente la finalità: lo scopo principale è mutualistico in quanto la produzione di beni e servizi è destinata primariamente agli stessi soci e quindi assolvono "l'intento di fornire beni, servizi ed occasioni di lavoro direttamente ai membri dell’organizzazione a condizioni più vantaggiose di quelle che otterrebbero dal mercato".
Più specificamente la cooperativa edilizia di abitazione è una società senza scopo di lucro la cui finalità è costruire case destinate ai propri soci; tra gli altri scopi, oltre alla costruzione, possono esserci anche la ristrutturazione o la gestione di immobili già esistenti.
In base al Regio Decreto n. 1165 del 1938, il Testo unico dell’edilizia popolare ed economica, si possono individuare due tipi differenti di cooperativa:
• a proprietà indivisa
• a proprietà individuale o divisa
Nel primo caso al socio non viene assegnata la proprietà dell’alloggio ma solo la possibilità di goderne a tempo indeterminato.
Nel secondo caso, invece, il socio è tenuto a contribuire al finanziamento della costruzione versando la quota societaria fissata. Possono inoltre essere richieste eventuali integrazioni necessarie per coprire i fabbisogni non coperti dai mutui.
La cooperativa deve, quindi:
1. acquisire l’area;
2. realizzare il progetto costruttivo;
3. svolgere l’attività di costruzione;
4. assegnare ai soci degli alloggi in proprietà individuale o in godimento, a seconda che si tratti rispettivamente di cooperativa a proprietà divisa o di cooperative a proprietà indivisa.
Nel caso in cui la cooperativa usufruisca di un credito agevolato stanziato dalle Regioni, per associarsi è necessario possedere alcuni requisiti:
• residenza o lavoro nel Comune in cui sorge l’immobile;
• non possedere nessuna abitazione adeguata alle esigenze del proprio nucleo familiare;
• reddito compreso entro determinati parametri stabiliti dalla delibera del CIPE del 31 luglio 1991 e aggiornati periodicamente.
Nella sussistenza dei requisiti chiunque è interessato ad un progetto edilizio tramite cooperativa dovrà sottoscrivere un atto di prenotazione nel quale viene specificamente indicato l’alloggio assegnato e le sue caratteristiche nonché il prezzo.
Anche per l’acquisto in cooperativa valgono le prescrizioni del d.lgs 122/05 per tutelare l’acquirente dal fallimento del costruttore.
Pertanto l’impresa a pena di nullità è tenuta a stipulare:
• una polizza assicurativa decennale contro i vizi costruttivi;
• una fidejussione bancaria a garanzia degli acconti o rate versati dall’acquirente.
In conformità alla previsione dell’articolo 2532 c.c il socio cooperatore può recedere dalla società nei casi previsti dalla legge e dall'atto costitutivo; la dichiarazione di recesso deve essere comunicata con raccomandata alla società e gli amministratori devono esaminarla entro sessanta giorni dalla ricezione e se non sussistono i presupposti del recesso, gli amministratori devono darne immediata comunicazione al socio, che entro sessanta giorni dal ricevimento della comunicazione, può proporre opposizione innanzi al tribunale territorialmente competente.
Il recesso ha effetto, per quanto riguarda il rapporto sociale, dalla comunicazione del provvedimento di accoglimento della domanda. Ove la legge o l'atto costitutivo non preveda diversamente, per i rapporti mutualistici tra socio e società, il recesso ha effetto con la chiusura dell'esercizio in corso, se comunicato tre mesi prima, e, in caso contrario, con la chiusura dell'esercizio successivo.
La giurisprudenza di legittimità è consolidata nel ritenere che, comunque, entro 60 giorni si deve concludere l’iter, in caso contrario il recesso è da intendersi legittimo e dunque accettato nella forma del silenzio - assenso (v. Cass. Civ. n. 10135 del 2 maggio 2006 che ha ribadito e confermato i principi già enunciati dalla stessa Corte di Cassazione nei primi anni novanta con la sentenza n. 8802 del 1992, affermando e chiarendo che “In tema di società cooperative, il recesso convenzionale, contemplato dagli artt. 2518 e 2526 c.c. (nel testo anteriore alle modifiche introdotte dall’art. 8 del d.lgs.17 gennaio 2006, n. 6), in quanto previsto dall’atto costitutivo, costituisce manifestazione della volontà negoziale, la quale può legittimamente disciplinarlo attraverso clausole che ne determinino il contenuto, ammettendo l’esercizio di tale facoltà in situazioni specifiche, ovvero limitandolo o subordinandolo alla sussistenza di determinati presupposti o condizioni, in particolare all’autorizzazione o all’approvazione del consiglio d’amministrazione o dell’assemblea dei soci. Tali clausole, volte a garantire il perseguimento dell’oggetto della società attraverso la conservazione  dell’integrità della compagine sociale, attribuiscono ai predetti organi un potere discrezionale, che non può tuttavia essere esercitato in modo arbitrario, né tradursi in un rifiuto di provvedere o in un diniego assoluto ed immotivato dell’approvazione, i quali, oltre a contrastare con i principi di correttezza e buona fede, che vanno rispettati anche nell’esecuzione del contratto sociale, comporterebbe una sostanziale vanificazione del diritto di recesso, il cui esercizio, ai sensi dell’art. 2437 terzo comma cod. civ. (applicabile anche alle società cooperative), non può essere escluso o reso eccessivamente gravoso. La violazione di tale diritto, per inosservanza dei predetti principi, rende applicabile l’art. 1359 cod. civ., in virtù del quale la condizione si considera avverata, qualora sia mancata per causa imputabile alla parte che aveva interesse contrario al suo avveramento. La necessità dell’autorizzazione non comporta infatti la trasformazione della fattispecie in un accordo, nell’ambito del quale la determinazione della società venga ad assumere la funzione di accettazione della proposta del socio, configurandosi pur sempre il recesso come un negozio unilaterale, corrispondente al diritto potestativo di uscire dalla società o di rinunciare a conservare lo stato derivante dal rapporto giuridico nel quale il socio è inserito, e rispetto al quale la deliberazione del consiglio di amministrazione o dell’assemblea opera come condizione di efficacia”).
“Orbene, secondo la Cassazione dal comportamento omissivo della società deriva il realizzarsi del silenzio - assenso sulla dichiarazione di recesso per effetto dell’applicazione, anche ai rapporti sociali, dell’art. 1359 c.c. in base al quale “la condizione si considera avvera qualora sia mancata per causa imputabile alla parte che aveva interesse contrario all’avveramento di essa” (Tribunale di Catania sez. specializzata in materia di imprese n. 2923/2017).
Le anticipazioni e gli esborsi effettuati dal socio per il conseguimento dei singoli beni o servizi prodotti dalla cooperativa, pongono il socio nella posizione di creditore verso la cooperativa, posizione che una volta avvenuto lo scioglimento del rapporto sociale - si manifesta come diritto alla restituzione delle somme anticipate (sempre che la proprietà dell’alloggio non sia stata conseguita e lo scopo sociale non sia stato raggiunto (cfr. Cass. 7.3.2008 n. 6197; Cass. 18.5.2004 n. 9393; Cass. 7.12.2000 n. 13550; Cass. 29.3.1994 n. 3079; Corte Appello Roma Sez. II 19.6.2008 n. 2611).
Il credito relativo alla liquidazione della quota del socio uscente, avendo fin dall’origine ad oggetto una somma di denaro, ha natura pecuniaria e costituisce, quindi, un credito c.d. “di valuta” (cfr. in tal senso Cass. 8 novembre 1995 n. 11598 le cui affermazioni, benché riferite alla liquidazione della quota di un socio di società personale, a maggior ragione sono da considerare valide in caso di recesso da una società di capitali). Si tratta, perciò di un credito che “se liquido ed esigibile” - è per ciò solo idoneo a produrre interessi di pieno diritto, a norma dell’art. 1282, comma 1 c.c., senza necessità di alcun atto di messa in mora. (Cass. civ. Sez. I, 19.3.2004 n. 22659 e in termini Tribunale di Catania Sez. specializzata in materia di imprese Sent. n. 2923/2017).
In conformità alla previsione di cui all’art. 1224 c.c., in assenza di richiesta del maggior danno, sono dovuti gli interessi legali e per il caso di mancato pagamento, il socio receduto potrà chiedere ed ottenere una ingiunzione di pagamento dal Tribunale territorialmente competente, sezione specializzata in materia di imprese (tra le tante Tribunale Torino sez. I civ. delle imprese nella causa civ. n. 1532/2013; Tribunale di Catania Sez. specializzata in materia di imprese Sent. n. 2923/2017) irrilevante risultando la eventuale presenza nello Statuto della clausola arbitrale (Cass. civ. sez. VI civ. n. 12124 del 13.6.2016).
“La presenza di una clausola compromissoria nel solo statuto della cooperativa non è idonea a radicare la competenza arbitrale per quelle cause tra la cooperativa e soggetti che siano stati suoi soci che non traggono origine da rapporti endosocietari e che attengono solo al trasferimento in proprietà dell’immobile costruito dalla cooperativa, dovendosi ritenere necessario a questo scopo o una espressa previsione dell’applicabilità della clausola statutaria anche ai rapporti di assegnazione e trasferimento in proprietà degli immobili, o l’inserimento di un’autonoma clausola nell’atto di prenotazione o nel successivo atto di assegnazione o nell’atto di trasferimento” (Cass. civ. sez. VI civ. n. 12124 del 13.6.2016).
Ed invero:
“…secondo lo stabile insegnamento di questa Corte, da ultimo ribadito da Cass., Sez. 1, 8/03/2013, n. 5836, "il recesso da una società di persone è un atto unilaterale recettizio, e, pertanto, la liquidazione della quota non è una condizione sospensiva del medesimo, ma un effetto stabilito dalla legge, con la conseguenza che il socio, una volta comunicato il recesso alla società, perde lo "status socii" nonchè il diritto agli utili, anche se non ha ancora ottenuto la liquidazione della quota".
Come è noto infatti, trattandosi di una dichiarazione recettizia, a cui si rende applicabile l'art. 1334 c.c., la dichiarazione di recesso del socio produce i suoi effetti nel momento in cui la volontà del socio di sciogliersi dal vincolo societario viene portata a conoscenza della società (Cass., Sez. 1, 24/09/2009, n. 20544), di modo che a seguito di essa, il rapporto sociale si scioglie limitatamente alla posizione del recedente, che perde la qualifica di socio, cessa di essere obbligato in relazione alle future obbligazioni che dovessero gravare sulla società (art. 2290 c.c.) e diviene titolare nei confronti di questa di un diritto di credito alla liquidazione della quota (Cass., Sez. 1, 23/10/2001, n. 22574).
La circostanza, dunque, che per effetto della comunicazione di recesso il rapporto sociale tra il socio e la società si sciolga hinc et inde e che si caduca perciò a far tempo dalla sua conoscenza da parte della società ogni vincolo nascente dal rapporto pregresso, con eccezione dei soli rapporti obbligatori sorti fino al giorno in cui si verifica lo scioglimento, rende inopponibili al recedente tutte le successive vicende che dovessero interessare la società, sicchè sono conseguentemente irrilevanti nei suoi confronti, tra l'altro, i mutamenti che abbiano ad oggetto il suo assetto organizzativo e, segnatamente, il fatto che la società originariamente di persone si trasformi, come qui è avvenuto, in una società di capitali.
Rispetto a ciò il socio receduto è un terzo estraneo o, più esattamente, un creditore della società risultante dalla trasformazione, a cui vengono infatti trasferiti in forza della mera mutazione formale che ha luogo all'esito del relativo procedimento, senza soluzione di continuità, i crediti ed i debiti che la società aveva contratto in precedenza.
Egli non è perciò più parte del rapporto societario che continua nella diversa forma organizzativa scaturita dalla trasformazione e non gli sono per questo opponibili le clausole statutarie - e dunque anche la clausola compromissoria - che governano il funzionamento della società nella mutata veste formale.
5. Se a questo assunto - che importa che competente a conoscere della lite in questione sia quindi il giudice ordinario e non il collegio arbitrale previsto dallo statuto della società trasformata - non è perciò opponibile l'argomento secondo cui la controversia, afferendo al rapporto sociale, ricade nell'ambito della competenza arbitrale, così come delineata dall'art. 21 del citato statuto…” (Cass. civ. sez. VI 11.9.2017 n. 21036).
Qualora a seguito della notifica del decreto ingiuntivo la cooperativa non provveda al rimborso della quota sociale ut supra, il socio receduto potrà rivalersi sul patrimonio della società non sussistendo alcuna preclusione all’azione esecutiva in danno della Cooperativa.
Sussiste, quindi, la possibilità:
- di pignorare, e poi far vendere all’asta giudiziaria, immobili di proprietà della società cooperativa che andranno ricercati mediante apposita visura ipotecaria;
- avviare un pignoramento presso terzi nella sussistenza dei presupposti di legge per tale tipologia di procedura (credito della Cooperativa nei confronti del terzo pignorato quali per es. giacenze nell’ambito di rapporti in conto corrente aperti a nome della stessa società e di proprietà della stessa società da individuarsi con apposita indagine bancaria finalizzata anche ad accertare la giacenza esistente, crediti della società verso terzi);
- avviare una procedura esecutiva sui mobili di proprietà della cooperativa nei limiti e nei termini previsti dalle leggi vigenti.
Si evidenzia da ultimo che, qualora l’azione esecutiva non andasse a buon fine per l’assenza di patrimonio sociale, stante la prospettata ipotesi di irregolarità gestionali, il socio receduto ben potrà esercitare azione di responsabilità direttamente verso gli amministratori.