Pubblica amministrazione - Pubblica amministrazione -  Alceste Santuari - 24/02/2018

Le società pubbliche sono soggetti IVA anche se partecipate al 100% dagli enti pubblici – Corte UE C-182/17

La Corte di giustizia dell’Unione Europea (settima sezione), con la sentenza C-182/17 del 22 febbraio 2018 è intervenuta sulla qualificazione, ai fini dell’assoggettamento dell’imposta sul valore aggiunto, delle società totalmente partecipate dagli enti locali.

Nel caso di specie, una società pubblica ungherese ha contestato l’assoggettamento alla disciplina IVA ritenendo che, in qualità di società a responsabilità limitata, il cui capitale sociale è al 100% detenuto dal comune, fosse riconducibile al novero delle P.A. per le quali non si applica l’art. 13, Direttiva 2006/112. Il par. 1 dell’articolo in parola stabilisce, infatti, che “Gli Stati, le regioni, le province, i comuni e gli altri enti di diritto pubblico non sono considerati soggetti passivi per le attività od operazioni che esercitano in quanto pubbliche autorità, anche quando, in relazione a tali attività od operazioni, percepiscono diritti, canoni, contributi o retribuzioni.”

Il diritto nazionale ungherese, come quello italiano, riconosce che determinati servizi pubblici siano garantiti solo da un organismo di bilancio appositamente creato, da una società avente personalità giuridica, detenuta dallo Stato o per lo meno detenuta in maggioranza da un ente locale, nella quale lo Stato o l’ente locale eserciti almeno un’influenza determinante, oppure da una società avente personalità giuridica detenuta almeno in maggioranza da una società come sopra definita, e nella quale una tale società eserciti almeno un’influenza determinante.

La circostanza che la società (di diritto privato) stipuli un contratto di servizio con il comune proprietario per l’erogazione di determinati servizi pubblici attrare la società medesima nella disciplina IVA. Si tratta – sostiene la Corte – pur sempre di un compenso a fronte di un corrispettivo incassato dalla società per l’obbligazione relativa all’erogazione del servizio.

In ordine alla impossibilità di far rientrare la società de qua nell’alveo di quelle organizzazioni pubbliche per cui l’art. 13, comma 1 della Direttiva 112/2006 prevede l’esclusione dall’applicazione dell’IVA, i giudici di Lussemburgo hanno sostenuto che la società non avrebbe la qualità di ente autorizzato all’esercizio di pubblici poteri, giacché essa non costituirebbe un organismo rientrante nel bilancio dello Stato, ma sarebbe una società commerciale istituita dal comune e iscritta nel registro delle imprese. Inoltre, l’attività svolta dalla società non sarebbe un’attività propria dei pubblici poteri, bensì un’attività economica, dal momento che tale società avrebbe soltanto contribuito alla realizzazione di compiti comunali, senza eseguirli direttamente: il comune continuerebbe ad essere responsabile dell’esecuzione dei propri compiti istituzionali. In proposito, rileverebbe anche il fatto che la NTN ha effettuato prestazioni di servizi non soltanto per conto del comune proprietario ma anche a favore di altri soggetti, prestazioni per le quali tale società avrebbe esercitato il proprio diritto a detrazione.

In sintesi, la Corte ha ribadito che:

-) il fatto che l’attività di cui trattasi consista nell’esercizio di funzioni conferite e regolamentate per legge, per uno scopo di interesse generale, è irrilevante al fine di valutare se tale attività costituisca una prestazione di servizi a titolo oneroso;

-) anche qualora l’attività considerata abbia ad oggetto l’esecuzione di un obbligo costituzionale incombente esclusivamente e direttamente allo Stato membro interessato, tale sola circostanza non può rimettere in discussione il nesso diretto tra la prestazione di servizi effettuata e il corrispettivo ricevuto;

-) la società é una persona giuridica di diritto privato, la quale dispone, secondo le norme di legge a essa applicabili, di una determinata autonomia rispetto al suddetto comune nell’ambito del suo funzionamento e della sua gestione quotidiana;

-) anche se il capitale della società non è aperto all’entrata di soggetti privati ed è detenuto al 100% dal comune, esso non è in condizione di esercitare un’influenza decisiva sulle attività della società;

-) il comune non è il solo cliente della società e le prestazioni fornite dalla società a terzi non sono di importanza marginale e sono imponibili.

In ultima analisi, la Corte sembra non aver identificato i requisiti del modello in house providing, così come anche disciplinato dalle Direttive del 2014, che peraltro hanno riconosciuto il modello anche in presenza di capitali privati e di prestazioni erogate al di fuori dei soci pubblici proprietari.