Giustizia civile - Giusto processo, ragionevole durata -  Maria Zappia - 03/05/2018

Legge Pinto: proponibilita' immediata subito dopo il superamento dei termini di ragionevolezza

LEGGE PINTO: POSSIBILE PROPORRE IL RICORSO ANCHE IN ASSENZA DI DEFINITIVITA’ DEL GIUDIZIO PRESUPPOSTO

Sentenza Corte Costituzionale del n. 88 depositata il  26 aprile 2018;

                                                                                                                                                                                                                               - Maria ZAPPIA -

 

Processo civile/Legge Pinto/Corte Costituzionale/giudizio presupposto/ sentenze additive /diritto di azione/effettivita’ del processo/indennizzo per durata eccessiva dei processi/ Art. 13 Convenzione CEDU /

 

 

La Corte Costituzionale nel giudizio di legittimita’ costituzionale riguardante l’art. 4 della Legge 24 marzo 2001 n. 89 ha dichiarato, con pronuncia additiva, l’illegittimità costituzionale della norma “nella parte in cui non prevede che la domanda di equa riparazione possa essere proposta in pendenza del procedimento presupposto.

 

In un clima di assoluta incertezza politica, in cui l’effettività del diritto costituisce un emblema sotto il quale manifestare istanze di giustizia, ricorrenti nel tessuto sociale, sia sotto il profilo sostanziale che su quello processuale, viene pubblicata la sentenza additiva della Corte Costituzionale con quale, in sostanza si consente la proposizione del ricorso per ottenere l’equo indennizzo per durata eccessiva del processo senza dover attendere la definizione del giudizio presupposto.

In effetti la riforma alla c.d. “Legge Pinto” effettuata con la Legge 7 agosto 2012 dall’incisiva intitolazione “Misure urgenti per la crescita del paese” , nel chiaro tentativo di realizzare risparmio di spesa all’interno dei capitoli del bilancio statale, impediva, di fatto,  la proposizione dei ricorsi per equo indennizzo già alla data di superamento del  termine di ragionevolezza obbligando i ricorrenti ad attendere la conclusione del giudizio presupposto ed il passaggio in giudicato della relativa pronuncia.

Ciò comportava intoppi di non scarso rilievo per i pratici del diritto; sia per la necessaria attesa, del decorso dei termini attestanti la definitività di tanti provvedimenti, condizione processualmente obbligata per ottenere da parte delle cancellerie l’indispensabile attestazione di passaggio in giudicato delle pronunce e sia per l’ingiusta preclusione alla proposizione della domanda nella sfortunata ipotesi in cui il ricorso, prematuramente iscritto, veniva dichiarato improponibile.

Insomma il diritto del cittadino al giusto indennizzo per durata eccessiva del processo era sottoposto a rigide prescrizioni formali che, di fatto ne condizionavano l’operatività. La Corte, nell’accogliere le impostazioni dei giudici remittenti, tutte tese a manifestare, rilevanti profili di contrarietà della Legge Pinto, nuova formulazione, ai principi costituzionali ed al canone di effettività previsto dall’art. 13 della Cedu, ha manifestato l’adesione a principi di diritto vivente privilegiando il diritto di azione del cittadino rispetto ad ulteriori esigenze di carattere pubblicistico.

Non va peraltro sottaciuto, l’impianto complessivo di quella che è una sentenza “additiva” propriamente intesa: una pronuncia in altri termini che, stante l’inerzia del legislatore ordinario, pone l’organismo giudiziario di vertice del nostro ordinamento, in una condizione suppletiva.

Nel caso di specie, la Consulta, esprime una severa censura al legislatore ordinario, evidenziando che un precedente monito è rimasto inascoltato e dunque, “perdurando l’illegittimita’ costituzionale del differimento, aggravata dalla definitiva improponibilità della domanda di equa riparazione prematuramente avanzata” l’intervento correttivo s’impone con aggiunta di un preziosissimo frammento normativo “di procedura” che attribuisce organicità all’intera legge nell’ottica della ragionevolezza, garantendo al contempo a tutti i cittadini lesi da lungaggini giurisdizionali: civili amministrative e tributarie, l’esercizio di un diritto fondamentale.