Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Valeria Cianciolo - 12/08/2017

Libertà di trasferimento della residenza del genitore e diritto del minore alla bi-genitorialità.

Osteggia l’interesse a mantenere un rapporto costante col padre, il trasferimento dei figli minorenni, insieme alla madre, in una città lontana da quella dove risiede l’altro genitore.

Il Tribunale di Ancona con l’ordinanza n. 3358 del 21 giugno 2017 ha così respinto l’istanza formulata da una donna, al giudice della separazione, al fine di farsi autorizzare il trasferimento dei figli, allocati presso di lei, poiché la stessa aveva reperito occasioni di lavoro in una città distante oltre 300 km da quella dove tutta la famiglia risiedeva.

Spesso i Tribunali si trovano a dover risolvere il seguente quesito: con l’affidamento condiviso, qualora il genitore “separato” presso il quale il figlio minore è collocato intenda trasferirsi in un’altra città, è legittimo che il minore sia costretto a “subire” il trasferimento oppure l’altro genitore può ottenere una inibitoria giudiziale al trasferimento del figlio?

In altri termini, il quesito al quale spesso i Tribunali si trovano a dover fornire una risposta è se sia prevalente il diritto del minore alla bi-genitorialità ovvero se prevalga il diritto del genitore a trasferirsi per motivi personali o lavorativi e se sia concretamente realizzabile un regime di affidamento condiviso tra genitori che risiedono a numerosi chilometri di distanza.

Una decina di anni fa in un interessante provvedimento pronunciato dal Massachusetts Supreme Judicial Court, 10 luglio 2006 si era stabilito un principio molto maturo ed equilibrato: “l’affidamento congiunto comporta l’assunzione di decisioni insieme fra i genitori e presuppone il comune desiderio di promuovere il preminente interesse dei figli. Pertanto è consigliabile come spontanea iniziativa dei genitori che abbiano rapporti equilibrati ed amichevoli e si comportino in modo civile e maturo. Nel caso in cui i genitori, tra loro divorziati, esercitino la legal and physical custody in modo condiviso, non viola il diritto di libertà di movimento previsto dalla Costituzione degli Stati Uniti l’ordine del giudice con cui viene negato il permesso ad uno dei genitori coaffidatari di trasferire la residenza dei figli in uno Stato differente. La Corte infatti può negare l’autorizzazione a detto trasferimento, necessaria in assenza del consenso dell’altro genitore, qualora lo stesso, alla luce delle circostanze del caso concreto, sia contrario al preminente interesse dei minori. In tale caso, il provvedimento non restringe il diritto della madre di trasferirsi liberamente nell’ambito degli Stati confederati, ma incide solo sul suo diritto di trasferire i figli. Inoltre l’intesa sull’esercizio congiunto della physical custody - che implica la collocazione dei figli presso ciascun genitore e l’accudimento quotidiano degli stessi in modo tendenzialmente equivalente - comporta la rinuncia da parte dei genitori stessi ad effettuare liberamente determinate scelte di vita, come quella della propria residenza.”

Nel caso deciso dal provvedimento americano, quando la madre informò il padre della sua intenzione di traslocare nel New Hampshire, il padre rifiutò di acconsentire al trasferimento dei bambini fuori dal Commonwealth e depositò un ricorso per modifica del decreto di divorzio alla Corte Successioni e Famiglia chiedendo, tra le altre cose, la physical custody in via esclusiva e un ordine provvisorio che interdisse la madre dal trasferire i bambini fuori dal Commonwealth.

La madre a sua volta chiese la modifica per ottenere la physical custody in via esclusiva ed un ordine provvisorio che autorizzasse il programmato trasferimento a Bristol, New Hampshire.

Il giudice della Corte competente per i provvedimenti temporanei, accolse la domanda del padre relativa all’ordine provvisorio di interdizione al trasferimento e altri giudici pronunciarono provvedimenti non relativi alla nostra materia. Dopo un po’ di tempo, e un dibattimento di quattro giorni, la Corte valutò, nel merito, il preminente interesse dei figli e decise che il trasferimento a Bristol, New Hampshire, nei termini richiesti dalla madre non soddisfava tale interesse e pertanto non sarebbe stato autorizzato dalla Corte. Il giudice ritenne che le scuole di Chelmsford erano da preferirsi a quelle di Bristol, in particolare per il bambino con speciali esigenze; che lo sradicamento dei bambini sarebbe stato pregiudizievole per il loro interesse; che il trasferimento avrebbe comportato una riduzione del tempo che i figli avrebbero trascorso con il padre e ciò sarebbe stato contrario agli interessi dei primi; che le accuse di condotta illecita contro il figlio del nuovo marito della madre propendevano contro un aumento del tempo nel contesto familiare della madre; e che vi era un insufficiente prova delle esigenze economiche per giustificare uno spostamento della madre a Bristol.

Il giudice decise che il trasferimento del padre a Nashua non giustificava le richieste formulate dalla madre, ed il giudice non concesse la physical custody in via esclusiva ad alcuna delle parti, ordinando invece, che venisse confermata la condivisione della legal and physical custody.

La decisione della Suprema Corte del Massachusetts ci offre degli spunti di riflessione sulla dibattuta questione del cambio di residenza dei figli di genitori, non più conviventi, quando ad essi sia attribuito l’affidamento congiunto.

Oscillante, come si sa, è l'orientamento sulla rilevanza, per decidere quale affidamento disporre, della lontananza tra le residenze dei genitori.

Una corrente indica la distanza delle residenze come ostativa dell'affidamento condiviso[1], in quanto renderebbe impossibile quella che sarebbe l'essenza stessa di tale forma di affidamento, vale a dire l'indispensabile paritetica corresponsabilità e compartecipazione alla cura, all'educazione e all'istruzione del minore[2].

Nel senso che l'allontanamento della residenza da parte della madre con cui i figli convivono sia semplicemente di "ostacolo" all'affidamento condiviso[3], se ne contrappone un altro, che mi pare tenda a divenire maggioritario, secondo il quale l'oggettiva distanza tra i luoghi di residenza dei genitori non preclude la possibilità di un affidamento condiviso[4], incidendo, tale distanza, unicamente sulla disciplina dei tempi e delle modalità di presenza del minore presso ciascun genitore[5], ed essendo necessaria, per l'affidamento condiviso, non tanto la "quotidianità" del rapporto con ciascun genitore, ma la semplice "continuità" di esso[6].

Va anche aggiunto che, prima della novellazione del 2006, già si era ritenuto ininfluente, ai fini della decisione concernente l'affidamento, il fatto che il genitore al quale il figlio veniva affidato risiedesse, o intendesse trasferirsi, all'estero[7].

Il Tribunale di Ancona con l’ordinanza dello scorso giugno, ha respinto l’istanza di autorizzazione al trasferimento dei minori nella città richiesta dalla madre, precisando che, qualora la stessa vi insista, sarà necessario accertare quale sia la migliore collocazione dei figli, fermo restando l’affido condiviso, attraverso una consulenza tecnica.

Il trasferimento dei bambini avrebbe pregiudicato il rapporto continuativo e stabile già tra loro sussistente e qualora fosse stato accordato il trasferimento, si sarebbe ridotto a sporadici incontri presso qualche sistemazione precaria, atteso che lo stesso non dispone di adeguata sistemazione nella città di destinazione.

L’ex coniuge ha dichiarato di non opporsi al desiderio della moglie di trovare una posizione professionale, che altresì le consentirebbe di raggiungere un’autonomia economica.

Nell’ordinanza anconetana l’uomo, nonostante svolga un lavoro impegnativo e di grande responsabilità, viene definito “persona molto attenta e premurosa e sinceramente preoccupata del benessere dei propri bambini”, con la conseguenza che il trasferimento, a una distanza di oltre 300 km, priverebbe i figli di tale presenza continuativa, nonché del sostegno che solo un padre che vive nella stessa città può dare e “può vedere i figli e tenerli presso di sé quando vuole, previo accordo con lo madre e compatibilmente con le esigenze dei minori”.

Il Tribunale conclude affermando che “non conta tanto la quantità quanto la qualità del tempo dedicato ai figli”, aggiungendo un peculiare apprezzamento a favore del padre: lo stesso ha valutato l’importanza della presenza della madre per la crescita dei propri figli, a tal fine offrendosi di pagare il canone di locazione per sopperire ai problemi economici della moglie, in tal modo dimostrando “maggiore senso di responsabilità di una madre che è pronta a sacrificare l’interesse dei figli a crescere vicino al padre alle sue esigenze personali”.

[1] A. Roma, 18.4.2007, in Banca dati Utet Giuridica; T. min. Emilia Romagna, 6.2.2007, in FD, 2007, 813 con nota di Arceri; A. Bologna, 28.12.2006, in FD, 2007, 482, con nota di Arceri.

[2] T. min. Emilia Romagna, 6.2.2007, in FD, 2007, 813 con nota di Arceri. Per l'importanza, ai fini dell'affidamento condiviso, della vicinanza tra le residenze dei genitori, si veda anche T. Napoli, 21.11.2006, in FI, I, 237, in cui si assegna ad entrambi i genitori la casa familiare facilmente divisibile in due distinte unità immobiliari, proprio allo scopo di garantire la massima efficacia all'affidamento condiviso.

[3] T. Pisa, 20.12.2006, in FD, 2007, 1051, con nota di Iannaccone.

[4] C. civ., 19.5.2011, n. 11062; C. civ., 2.12.2010 n. 24526; T. Messina, 12.10.2010, in Banca dati DeJure; T. Messina, 22.1.2008, in FI, 2008, I, 2701

[5] C. civ., 2.12.2010 n. 24526.

[6] T. Messina, 12.10.2010, in Banca dati DeJure; T. Messina, 22.1.2008, in FI, 2008, I, 2701.

[7] C. civ., 22.6.1999, n. 6312, in GI., 2000, 1935; C. civ., 17.2.1995, n. 1732, in FD, 1995, 222, con nota di Figone.




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