Stranieri, immigrati - Cittadinanza -  Redazione P&D - 23/08/2018

Lo ius soli temperato: esperienze europee a confonto - N.C.

Sebbene numerosi esponenti della dottrina costituzionalistica ritengano che quello di cittadinanza, alla luce della progressiva evoluzione della normativa internazionale ed europea in materia di salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo, sarebbe un concetto ormai entrato in stato di crisi1, bisogna ritenere che, fino a che continuerà a sopravvivere lo Stato come principale forma di aggregazione ed organizzazione delle moderne comunità, questo istituto manterrà la propria importanza quale anello di congiunzione tra il singolo e il proprio ordinamento di appartenenza.

Va, in primo luogo, premesso che per cittadinanza si intende uno status che vale ad identificare un soggetto come membro di un ordinamento e, come tale, titolare di diritti e doveri che lo differenziano rispetto a tutti i coloro i quali non siano in possesso di questo titolo2.
Non si può, di fatto, ritenere che gli sviluppi del diritto internazionale abbiano condotto alla affermazione di principi universali condivisi dalla totalità degli Stati e alla erosione di qualsiasi elemento di eterogeneità tra di essi. Al contrario, sebbene siano stati raggiunti, sotto numerosi profili, notevoli traguardi in materia di armonizzazione delle legislazioni, ogni entità statuale continua a manifestare dei caratteri suoi propri con riferimento all’insieme di valori e di principi che si pongono a fondamento della propria individualità, e che si rivelano condizionati dalle vicende storiche e culturali che hanno interessato in passato lo Stato medesimo.

Ecco che allora viene in risalto il primo dei due significati principali che sono tradizionalmente attribuiti al concetto di cittadinanza. Questa espressione, infatti, indica, innanzitutto, l’appartenenza di un soggetto ad una certa comunità. Appartenenza che si esprime nella condivisione di valori, ideali ed elementi culturali comuni che, erodendo le barriere proprie della individualità personale, riescono a condurre alla aggregazione dei singoli in un gruppo unitario. Nonostante molti studiosi3 ritengano che si tratterebbe di un’accezione incapace di rispecchiare il moderno funzionamento dell’istituto, in verità, a ben guardare, essa continua a condizionare l’operato dei principali organi legislativi europei nella loro attività di individuazione dei presupposti legittimanti l’acquisto dello status di cittadino, come ci si accinge a dimostrare.

La seconda declinazione semantica del termine è quella di cittadinanza come partecipazione. Quest’accezione, ad uno sguardo più attento, si dimostra complementare alla prima, tanto che non si potrebbe discutere di appartenenza ad una comunità in mancanza di partecipazione all’attività della stessa. Partecipazione, dunque, come attivo coinvolgimento nella vita della società, e come contributo alla crescita e alla definizione dei connotati identificativi della stessa.4

Quello della concreta partecipazione dell’individuo alla vita del contesto sociale in cui è inserito, sembra essere il criterio che gli stati dell’Europa occidentale, recentemente interessati da un fenomeno di massiccia immigrazione e accoglimento di soggetti provenienti prevalentemente dal Medio Oriente e dal continente Africano, hanno riscoperto negli anni più recenti, ed attorno al quale hanno impostato le proprie politiche in materia di attribuzione della cittadinanza.

Uno degli scopi di questo breve lavoro è, infatti, quello di mettere in luce i tratti comuni delle politiche intraprese dai diversi Stati costretti a confrontarsi con una realtà, quale quella dell’immigrazione, sotto molti aspetti drammatica, e di evidenziare come esse si siano imperniate sulla riscoperta dell’appartenenza e della partecipazione come concetti fondativi dell’istituto della cittadinanza. Si cercherà, poi, di verificare se il contenuto della riforma italiana sul diritto di cittadinanza, attualmente in discussione in Parlamento, abbia dei caratteri coerenti con quelli propri della normativa straniera.
Ai fini della comparazione, suscitano particolare interesse le vicende relative agli sviluppi del diritto di cittadinanza in Germania e in Gran Bretagna, per il fatto che entrambi gli ordinamenti, pur partendo da presupposti e realtà differenti, sono giunti alla adozione di un sistema composito
5 per l’attribuzione di questo status.

La Germania ha, infatti, una tradizione basata sul riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis, dimostrativa di una concezione fortemente etnica della comunità6. Negli anni 2000, ha dovuto tuttavia anch’essa provvedere ad un riadattamento della propria normativa, in quanto anacronistica e stridente con la propria realtà socioculturale, caratterizzata dalla presenza di un elevatissimo numero di stranieri, quali protagonisti attivi del vivere civile.

Di fronte ad uno scenario di questo tipo, gli organi legislativi tedeschi sono intervenuti, modellando un sistema capace di coniugare in maniera efficace elementi di ius sanguinis ed elementi di ius soli, per la individuazione dei soggetti legittimati a diventare cittadini7.
L’attuale legge
8 stabilisce, infatti, che possono ottenere la cittadinanza tedesca i figli nati da genitori stranieri, dei quali almeno uno sia residente sul territorio tedesco almeno da 8 anni. Sul versante del riconoscimento della cittadinanza per naturalizzazione, è stato disposto un alleggerimento dei presupposti per quanto attiene al computo del periodo di residenza (da 15 anni si è passati ad 8), mentre vi è stato un irrigidimento in merito alle valutazioni che devono essere compiute dalle competenti autorità al fine di constatare che lo straniero richiedente abbia dimostrato una adesione effettiva ai valori che si pongono alla base dell’ordinamento, primo tra tutti quello di democrazia (e alle quali si aggiunge, in ogni caso, un esame volto alla verificazione della conoscenza della lingua nazionale).

Diverso è il caso della Gran Bretagna, il cui diritto di cittadinanza si è tradizionalmente basato, in maniera prevalente, su un criterio di attribuzione iure soli. Questo comportava che la cittadinanza venisse riconosciuta a tutti i soggetti nati sul territorio britannico, purchè almeno uno dei genitori fosse regolarmente ivi residente, in quanto in possesso di permesso di soggiorno non sottoposto a limitazioni temporali in termini di validità9.

Come in Germania, invece, l’entrata in vigore delle leggi di riforma più recenti, che hanno modificato il contenuto del British Nationality Act del 1981, ha comportato l’adozione di criteri più rigorosi per il riconoscimento della cittadinanza per naturalizzazione. Sono, infatti, richiesti requisiti personali specifici (quali i cosiddetti sound mind e good character)10, nonché l’aver risieduto stabilmente sul territorio britannico nei cinque anni precedenti alla data di presentazione della richiesta. Oltre a ciò, dal 1 novembre 2005, è previsto che gli stranieri richiedenti siano chiamati al superamento di un test linguistico che certifichi un’adeguata padronanza della lingua nazionale, e di uno relativo alla conoscenza delle istituzioni sociali e civili del Paese, che ne dimostri l’effettivo inserimento all’interno del tessuto sociale11.

Nel Regno Unito è stato, altresì, sperimentato un innovativo sistema, volto alla massimizzazione dei risultati positivi che possono derivare dall’ingresso di individui stranieri nel Paese. Esso consiste nella regolamentazione di un sistema “a punti”12, in base al quale ad ogni immigrato viene attribuita una valutazione che tenga conto della qualifica professionale e delle competenze lavorative, avuto anche riguardo ai settori economici in cui vi sia maggiore richiesta di personale. I soggetti che soddisfino determinati parametri di punteggio, vengono ammessi a risiedere nel territorio e, laddove i risultati da questi ottenuti a livello professionale già durante il primo anno risultino soddisfacenti (in termini di semplice ottenimento di un impiego stabile), possono acquisire il diritto di cittadinanza.

Germania e Regno Unito hanno, dunque, storicamente imperniato le rispettive normative in materia di cittadinanza su principi differenti. Nonostante questo, nel tentativo di far fronte ad un fenomeno migratorio che negli ultimi anni ha fatto registrare dei numeri senza precedenti, entrambi gli Stati hanno proceduto ad un adeguamento dei criteri attributivi della cittadinanza, che sembrano tener conto prevalentemente di due dati oggettivi.

In primo luogo, il criterio di attribuzione per ius soli è esemplificativo del fatto che gli ordinamenti degli Stati che non lo avevano ancora fatto proprio, abbiano riconosciuto l’importanza determinante della partecipazione concreta del soggetto alla vita di comunità, attraverso la condivisione della quotidianità con gli altri individui, e la contribuzione effettiva alla crescita del consorzio sociale sotto ogni punto di vista. Si abbandona l’idea dello ius sanguinis come unico criterio di selezione dei soggetti meritevoli di essere titolari di quel particolare corpus di diritti e di doveri che dimostrano l’esistenza di un rapporto di stretta appartenenza all’ordinamento, e si dà finalmente risalto alla concretezza della partecipazione del singolo alla vita della collettività.

Dall’altro lato, e in maniera complementare al primo aspetto, emerge la volontà di emancipazione da una concezione di cittadinanza quale arida e formale registrazione amministrativa13 di un soggetto che soddisfi i requisiti di legge, per ritornare ad arricchire la nozione di significati di carattere sostanziale, quale quello di effettiva appartenenza ad una comunità fondata sull’accettazione e condivisione di valori ed interessi imprescindibili.

E’ in questa prospettiva che vanno letti gli interventi di riforma che hanno previsto parametri più stringenti nelle valutazioni che devono essere compiute dalle autorità amministrative al fine di verificare se un soggetto straniero sia meritevole di essere riconosciuto quale cittadino effettivo. La conoscenza della lingua, del funzionamento delle istituzioni, e l’accoglimento dei più importanti principi di uguaglianza e di democrazia rappresentano, allora, un presupposto indefettibile per l’effettivo inserimento all’interno di una collettività, e prerogativa irrinunciabile per una feconda partecipazione alla vita della stessa. Con ciò non si vuole naturalmente sostenere che il nuovo cittadino debba spogliarsi di qualsiasi elemento culturale che non coincida con quelli propri della realtà nella quale si inserisce, ma soltanto che la valorizzazione dei profili multiculturali della società (che rappresenta un obiettivo perseguito, ma non ancora sufficientemente realizzato, da gran parte degli Stati dell’occidente)14 non può spingersi fino all’annullamento dei valori sui quali la comunità nazionale si è edificata e sui quali continua a reggersi. Un esito di questo tipo determinerebbe, infatti, la scomparsa dello Stato come oggi lo conosciamo, e la nullificazione del concetto di cittadinanza e del suo significato, così come è stato espresso nelle pagine che precedono.

L’analisi condotta con riferimento alle realtà normative di questi Stati, ci consente di formulare un giudizio sul contenuto della riforma del diritto di cittadinanza italiano, attualmente in fase di discussione in Parlamento.

La normativa in materia di diritto di cittadinanza in Italia si è storicamente caratterizzata per la centralità dello ius sanguinis come criterio di riconoscimento dei nuovi cittadini. Si è già avuto modo di vedere che questo criterio comporti l’acquisto del titolo di cittadino da parte di coloro che siano nati da genitori dei quali almeno uno sia in possesso della cittadinanza italiana. Si tratta di un modello che ha dato buona prova di sé in passato, per il fatto che fino a non molti anni fa la popolazione residente sul territorio italiano era composta, in misura quasi totalitaria, da soggetti figli di cittadini italiani, i quali realizzavano, all’interno della nostra società e nel rispetto dei suoi valori, la parte più significativa della propria esistenza. Lo scenario è mutato negli ultimi decenni, in ragione del progressivo sviluppo del fenomeno migratorio, che ha modificato in maniera vistosa il volto della popolazione presente sul territorio. Questo mutamento si è concretizzato sia nell’emigrazione dei cittadini italiani verso altri Paesi, che nell’ingresso sul nostro territorio di soggetti appartenenti a Stati extracomunitari. Da un lato, dunque, è emersa la contraddittorietà del riconoscimento del diritto di cittadinanza iure sanguinis a soggetti che non partecipano attivamente alla vita di comunità italiana, in quanto nati e residenti in altri territori; dall’altro, questo criterio si è rivelato inadeguato, poichè incapace di garantire una tutela effettiva nei confronti di coloro che, pur non discendendo da cittadini italiani, siano stabilmente residenti sul nostro territorio, condividano i valori fondanti della civiltà occidentale, e partecipino attivamente, dal punto di vista sociale ed economico, allo sviluppo della collettività.

La proposta di riforma del diritto di cittadinanza, ancora in fase di discussione in sede Parlamentare, ha cercato di porre rimedio a questa realtà normativa ormai divenuta anacronistica, dettando disposizioni innovative sia con riferimento all’acquisto della cittadinanza per nascita, che con riferimento a quello per naturalizzazione.

Le disposizioni più significative a questo proposito sono sicuramente quelle che prevedono l’inserimento, all’articolo 1, comma 1, della legge n. 91 del 1992, di una lettera b-bis, e di un comma 2-bis) nello stesso articolo, nonché quella che prevede l’aggiunta di un comma 2-bis) all’articolo 4, in materia di naturalizzazione.

Le prime due disposizioni, prevedendo la possibilità, per chi sia nato in Italia da genitori stranieri, dei quali almeno uno sia in possesso di un permesso di soggiorno dell’UE per soggiornanti di lungo periodo, di acquisire la cittadinanza al momento della nascita o, comunque, fino allo scadere dei due anni successivi al compimento della maggiore età, si colloca in una posizione del tutto affine a quelle esaminate in precedenza, relative alle realtà straniere. Posto, infatti, che questo particolare permesso viene rilasciato in presenza di requisiti specifici (quali il superamento di un test volto a verificare la conoscenza della lingua italiana, la valutazione delle condizioni reddituali del richiedente, nonché la titolarità di un permesso di soggiorno in corso di validità, ottenuto almeno 5 anni prima), può affermarsi che lo spirito della riforma sia, anche in questo caso, quello di privilegiare la posizione di coloro che, in maniera effettiva, partecipino alla vita di comunità, dando ad essa il proprio contributo sociale ed economico. La mancanza di ascendenti che fossero cittadini italiani non acquisisce più, nell’ottica della riforma, quel carattere ostativo che le era stato proprio in passato. L’accesso a questo status è ora garantito dalla presenza di elementi sostanziali che denotino l’appartenenza oggettiva del singolo alla comunità.

Sul versante dell’acquisto per naturalizzazione, la legge sulla cittadinanza attualmente vigente in Italia prevede un’ipotesi particolarmente significativa di riconoscimento dello status di cittadino all’articolo 9, che denota come, per certi aspetti, l’ordinamento valorizzi già i principi dell’appartenenza e della partecipazione effettiva dell’individuo alla vita di comunità. Suscita grande interesse la disciplina dettata alla lettera f) di questo articolo, che ammette il riconoscimento del diritto in parola, con decreto del Presidente della Repubblica, agli stranieri che risiedano regolarmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica. Non si tratta, tuttavia, di un atto dovuto, ma, al contrario, di un provvedimento dal forte contenuto discrezionale, che impone alla pubblica autorità di compiere una valutazione comparativa di tutti gli interessi in gioco, sia pubblici che privati. Questo è quanto si evince anche da una recente pronuncia del TAR del Lazio, nella quale si legge che: “Il provvedimento con cui, ai sensi dell'art. 9 comma 1, lett. f), l. n. 91 del 1992,

la cittadinanza italiana può essere concessa allo straniero che risieda legalmente da almeno 10 anni nel territorio della Repubblica, è un provvedimento ampiamente discrezionale. La discrezionalità non può che tradursi in un apprezzamento di opportunità circa lo stabile inserimento dello straniero nella comunità nazionale, sulla base di un complesso di circostanze, atte a dimostrare l'integrazione del soggetto interessato nel tessuto sociale, sotto il profilo delle condizioni lavorative, economiche, familiari e di irreprensibilità della condotta”.15

Si tratta di una norma non dissimile da quelle vigenti negli ordinamenti tedesco e britannico, ma che probabilmente si caratterizza per un eccessivo grado di discrezionalità del potere riconosciuto alle autorità pubbliche, laddove forse l’individuazione di criteri dotati di un carattere di maggiore oggettività garantirebbe una decisione più agile e certa.

Una delle disposizioni più significative, tra le tante contenute nel testo della proposta di riforma, è infatti quella che prevede l’inserimento, all’articolo 4 della legge 91 del 1992, dei commi 2-bis e 2- ter, contenenti la disciplina introduttiva di un nuovo criterio di attribuzione della cittadinanza per naturalizzazione, denominato, con una formula tanto suggestiva quanto, per certi versi, fuorviante, acquisto per ius culturae. Si tratta probabilmente del criterio che più di ogni altro dimostra di fondare il riconoscimento dello status di cittadino su parametri attinenti all’effettivo inserimento sociale dello straniero e all’accettazione dei valori della civiltà occidentale, anche per il fatto di mettere in evidenza l’importanza che, a questi fini, ricoprono le relazioni che si creano nell’ambito degli istituti scolastici e delle strutture che organizzano attività volte al conseguimento di qualifiche professionali. Questi ultimi, per la complessità delle dinamiche che si verificano al loro interno, possono essere paragonati a piccole comunità, in cui il singolo trova terreno fertile per la propria crescita personale.

Sinteticamente, l’articolo 1, lettera d), della riforma prevede che la cittadinanza debba essere riconosciuta a tutti gli stranieri che siano nati sul territorio Italiano, o che vi abbiano fatto ingresso prima del raggiungimento del dodicesimo anno di età, qualora abbiano frequentato, per un periodo pari ad almeno cinque anni, uno o più cicli scolastici, o percorsi di formazione idonei al conseguimento di una qualifica professionale. L’acquisto si verifica a seguito di dichiarazione che deve essere rilasciata, all’ufficiale dello stato civile, dai genitori del minore che si trovi nelle condizioni descritte dall’articolo. La dichiarazione alla quale fa riferimento la norma deve essere effettuata subito dopo la nascita o in qualsiasi altro momento, ma comunque prima che il soggetto abbia raggiunto la maggiore età. Dopo il raggiungimento del diciottesimo anno, questi può manifestare autonomamente, ma solo nei due anni successivi, la sua volontà di diventare cittadino italiano.

Questo criterio sembra rispondere alle predette esigenze di obiettività e di certezza nella individuazione degli indici rivelatori della effettiva integrazione dello straniero all’interno del tessuto sociale italiano, e lo fa identificandoli nella partecipazione di quest’ultimo alle attività di insegnamento e di quelle ricreative che vengono svolte negli istituti scolastici.

Innanzitutto, va detto che sarebbe sbagliato e superficiale approcciarsi allo ius culturae ritenendo che esso costituisca un criterio di riconoscimento della cittadinanza fondato sul mero e passivo apprendimento della storia e della cultura italiane all’interno degli istituti di insegnamento. Ci si potrebbe, infatti, legittimamente domandare a questo punto quali elementi culturali un soggetto debba necessariamente padroneggiare per potersi definire italiano, e quale grado di apprendimento questi richiedano. Non è certo la sola conoscenza della storia o dell’arte di uno Stato a rendere un individuo cittadino di esso. Come si è cercato di mettere in evidenza nelle pagine precedenti, l’importanza ricade invece sull’effettiva integrazione del singolo nella vita di comunità, che testimonia la sincera accettazione dei valori che incidono sul funzionamento e sulla sopravvivenza della convivenza sociale. Ecco perché, quando si discute dell’acquisto della cittadinanza iure culturae, è fondamentale, in primo luogo, focalizzare l’attenzione sui rapporti intersoggettivi che l’ambiente scolastico è in grado di promuovere e stabilizzare.
E’, infatti, fuor di dubbio che quello scolastico, al pari di quello familiare, sia il contesto che più di qualunque altro è dotato di proprietà formative della identità di un soggetto. Questo dipende, in primo luogo, dal fatto che la scuola, come detto, non costituisce unicamente un luogo di apprendimento e di istruzione, ma rappresenta soprattutto ambiente di confronto e di socializzazione, e, secondariamente, dal fatto che le esperienze che caratterizzano il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza sono quelle che più sensibilmente incidono sul percorso di crescita di una persona, determinando in un senso o in un altro lo sviluppo della sua individualità. La scuola è, poi, un efficacissimo veicolo di introduzione del minore all’interno delle dinamiche sociali, per il fatto che le relazioni che si instaurano tra le mura degli istituti non sono destinate ad esaurirsi all’interno di essi, ma, nella pluralità dei casi, si sviluppano e si articolano in esperienze di carattere extrascolastico: lo straniero può, dunque, riconoscere nei suoi coetanei dei fondamentali punti di riferimento per l’acquisizione di consapevolezza nella gestione delle dinamiche della propria quotidianità.

E’ in ragione di queste considerazioni che si ritiene che l’inserimento in un contesto di gruppo come quello di scuola possieda delle straordinarie proprietà educative, in quanto la nascita e lo sviluppo dei rapporti interpersonali tra i più giovani risente fortemente del condizionamento dei valori che sono posti alla base del nostro vivere civile. Ciò è tanto più vero se si considera che la condivisione dei medesimi interessi e delle stesse esperienze, che caratterizzano inevitabilmente l’età infantile e adolescenziale, finisce per diventare un potentissimo veicolo di assorbimento, per i non italiani, dei più importanti principi osservati a livello sociale, che incidono sensibilmente sull’approccio del singolo ai più importanti momenti della sua giovinezza.

Naturalmente, poi, sebbene non possa essere considerato l’unico fattore in grado di incidere sull’integrazione di un soggetto straniero e sul suo percorso di identificazione nei caratteri dell’italianità, grande importanza riveste anche la concreta attività di insegnamento che viene realizzata all’interno di questi istituti, e rispetto alla quale si cerca di garantire un approccio il più possibile critico da parte dei destinatari.

Come detto in precedenza, la conoscenza della lingua, della storia e della letteratura italiana non può, essa sola, costituire un indice affidabile di inserimento di un soggetto straniero all’interno della nostra società. Ciò, tuttavia, non significa che il loro apprendimento e la loro padronanza costituiscano fatti totalmente ininfluenti a questi fini; al contrario, è bene osservare come le materie che formano oggetto dei programmi di insegnamento negli istituti scolastici nazionali riflettano i capisaldi sui quali si fonda la civiltà occidentale, attraverso un metodo che mette in grado i fruitori di esse di conoscere le ragioni che hanno condotto alla proclamazione di questi valori, e gli effetti pregiudizievoli che sono storicamente derivati dalla loro negazione. E’ infatti anche attraverso lo studio della storia italiana ed europea che si può apprezzare, in maniera ancora più consapevole, l’importanza di ideali come quelli di uguaglianza e di non discriminazione, e come la tutela che essi assicurano si presenti quale strumento imprescindibile di gestione delle dinamiche sociali, volto ad evitare le disuguaglianze e i conflitti, che potrebbero minare la stabilità del vivere comune.

Si è osservato, peraltro, come la proposta di riforma, nello stesso articolo, faccia riferimento anche a coloro i quali abbiano intrapreso percorsi di formazione finalizzati all’acquisto di una qualifica professionale. Anche per questa ipotesi si devono ritenere valide le considerazioni svolte in precedenza, per il fatto che l’importanza della partecipazione a programmi di questo tipo si concretizza non solo nel profilo dell’apprendimento della professione, ma anche, e probabilmente in maniera più marcata, in relazione a quello della partecipazione ad un contesto di gruppo. Ancora una volta, la condivisione ed il confronto si presentano quali strumenti efficaci di integrazione e di assimilazione delle dinamiche sociali, e delle regole fondamentali sulle quali esse si fondano.

Nelle pagine precedenti è stato brevemente analizzato l’articolo 9, lettera f) della legge attualmente vigente in Italia sul diritto di cittadinanza, e si è sottolineato come, ad oggi, esso costituisca la norma cardine per il riconoscimento della cittadinanza per naturalizzazione. L’articolo individua la

stabile residenza sul territorio italiano per un periodo pari a dieci anni come il presupposto per l’esercizio, da parte dell’autorità pubblica, di un’attività discrezionale di valutazione degli interessi pubblici e privati in gioco, il cui esito positivo può dar luogo al riconoscimento della cittadinanza. Questa breve riflessione consente di effettuare una comparazione con la disciplina contenuta all’interno della proposta di riforma, relativamente all’acquisto iure culturae. Dalla lettura della disciplina dell’articolo 1, lettera d), della proposta di legge emerge la volontà di vincolare il riconoscimento dello status di cittadino alla semplice sussistenza dei presupposti in esso elencati. In questo caso il potere amministrativo assume connotati di vincolatezza, per il fatto che è precluso all’Amministrazione l’esercizio di un’attività valutativa degli interessi presenti nella situazione concreta, in quanto il bilanciamento degli stessi è già stato compiuto dalla legge.

Quanto detto si spiega alla luce delle considerazioni svolte sopra: la scuola è stata riconosciuta quale ambiente di elezione per l’integrazione di un soggetto straniero nella società italiana, e per l’assorbimento degli ideali da essa proclamati come fondamentali. La partecipazione a cicli di istruzione sufficientemente lunghi consente di ritenere che un individuo appartenga all’ordinamento italiano e sia, pertanto, meritevole di divenire suo cittadino.

L’impatto che potrebbe derivare dall’approvazione di questa legge sarebbe, pertanto, fortissimo.
In primo luogo, si verificherebbe un ridimensionamento dello
ius sanguinis come criterio principe per l’acquisto della cittadinanza, in quanto non sempre idoneo a far coincidere l’aspetto formale dello status di cittadino con quello sostanziale. In secondo luogo, si garantirebbe l’ingresso nel diritto italiano di parametri fino ad oggi sconosciuti (ius soli temperato e ius culturae), ma capaci di ancorare il riconoscimento della cittadinanza alla sussistenza di elementi sostanziali, e sintomatici di una reale identificazione del singolo nei valori cardine del nostro ordinamento.
Alla luce di queste considerazioni, si può affermare che la proposta di legge italiana sul diritto di cittadinanza si inserisce in maniera coerente nell’ambito di un processo di riforma avviato a livello europeo già da diversi anni, e volto ad adeguare la disciplina interna alle sfide derivanti dalle dinamiche socio-politiche mondiali.
In conclusione di questo lavoro, si vuole sottolineare come il diritto di cittadinanza rappresenti, pur a fronte del massiccio consolidamento dei diritti umani realizzato a livello internazionale attraverso un’intensa attività di contrattazione, una conquista di primaria importanza per coloro i quali siano stabilmente inseriti in un determinato contesto sociale e giuridico, anche in ragione del fatto che esso assicura l’accesso ai più importanti diritti politici che sarebbero, altrimenti, preclusi
16.
Gli Stati europei si sono fatti, quindi, interpreti dell’esigenza, avvertita dai cittadini stranieri stabilmente residenti, di godere della piena equiparazione, in quanto a diritti e doveri, rispetto ai discendenti dei cittadini italiani di vecchia generazione, stante l’identità dei valori e dei principi da essi condivisi. Allo stesso tempo, emerge dalla lettura delle legislazioni nazionali e della proposta di riforma italiana, come si stia cercando, anche in Italia, di guardare allo straniero non più come ad un elemento estraneo da tenere isolato e distinto dalla comunità tradizionale, ma come ad una risorsa per l’ordinamento, capace, in presenza di una concreta assimilazione e condivisione dei principi posti alla base della vita di comunità, di produrre risultati positivi in termini di crescita e sviluppo sociale.

1 M. LUCIANI: Cittadini e stranieri come titolari dei diritti fondamentali. L’esperienza italiana, contenuto in Rivista critica del diritto privato, 1992, pag. 208

2 E. GROSSO: Cittadinanza e territorio, lo ius soli nel diritto comparato, Editoriale Scientifica, Napoli 2015
3 Cfr. G. AZZARITI
: La cittadinanza: appartenenza, partecipazione, diritti delle persone, contenuto in Diritto pubblico 2011, pag. 426 ss.
4 Cfr. G. AZZARITI:
Op. cit., pag. 432 ss.

5 Cfr. A. BARAGGIA: La cittadinanza “composita” in alcune esperienze europee. Spunti di riflessione per il caso italiano, contenuto in Federalismi.it 27/09/2017

6 Testualmente, E. GROSSO: Op. cit., pag. 41

7 A. BARAGGIA: Op. cit., pag. 14

8 Si tratta della legge di riforma del diritto di cittadinanza del 15 luglio 1999, così come modificata dalla legge del 5 febbraio 2009.

9 E. GROSSO: Op. cit., pag. 39
10 G. SACERDOTI:
Leggi sulla cittadinanza: modelli europei a confronto, contenuto in Diritto pubblico comparato ed europeo, 2013, pag. 811
11 G. SACERDOTI:
Op. cit., pag. 812

12 G. SACERDOTI: Op. cit., pag. 812

13 G. AZZARITI: Op. cit., pag. 429

14 G. AZZARITI: Cittadinanza e multiculturalismo: immagini riflesse e giudizio politico, contenuto in Diritto pubblico 2008, pag. 191

15 Sentenza del TAR del Lazio (Roma), sez. II, 02/10/2014, n. 10140. Nello stesso senso anche Consiglio di Stato, sez. VI, 05/07/2011 n. 4035

16 C. CORSI: Diritti fondamentali e cittadinanza, contenuto in Diritto pubblico, 2000, pag. 806