Lavoro - Lavoro -  Andrea Castiglioni - 23/02/2018

Lo straining come mobbing attenuato. Diritto al risarcimento del danno - Cass. sez. lav. 3977/2018

Una lavoratrice chiede od ottiene il risarcimento del danno cagionato dal datore per una condotta di straining. Accadeva che a causa di tensioni sorte in conseguenza della denunciata carenza di organico, unita a probabile insorgenza di attriti relazionali, il datore aveva sottratto alla lavoratrice gli strumenti di lavoro, rendendo il suo ruolo del tutto inattivo. Successivamente veniva privata in modo diretto di una mansione, sicché il ruolo degradava a totale inutilità. Queste decisioni datoriali generavano una condizione di stress; per la precisione, il giudice di merito – con l’ausilio di c.t.u. medico-legale – rilevava “stress forzato deliberatamente inflitto alla vittima dal superiore gerarchico con un obiettivo discriminatorio”.

Si può il datore ha attuato due singole scelte dirigenziali: (1) la sottrazione degli strumenti e (2) la privazione di una mansione.

Nell’ambito delle condotte vessatorie che il datore può porre in essere nei confronti del lavoratore non vi è soltanto il c.d. mobbing, ma trova riconoscimento giuridico anche quest’altra versione, che viene definita come “forma attenuata di mobbing”. Le condotte vessatorie del mobbing vengono poste in essere con continuità; è lo stillicidio costante che lede l’integrità e – soprattutto – la personalità morale del prestatore di lavoro. Lo straining, invece – da to strain: sforzare, affaticare; strain: tensione, sforzo, pressione – consiste in una condotta che può risolversi anche in una singola decisione, comunque posta in essere in modo non continuativo, ma che può essere sufficiente per violare l’integrità psico-fisica del lavoratore, con conseguente diritto al risarcimento del danno. La definizione data è “forma attenuata di mobbing nella quale non si riscontra il carattere della continuità delle azioni vessatorie”, che la branca medico-legale riconosce come foriera di una condizione di stress.

La pretesa risarcitoria si fonda sul principio sancito dall’art. 2087 c.c. a cui, secondo la giurisprudenza più recente (Cass. 19.2.2016, n. 3291), deve essere data interpretazione in senso ampio, “costituzionalmente orientata al rispetto di beni essenziali e primari quali sono il diritto alla salute, la dignità umana e i diritti inviolabili della persona, tutelati dagli artt. 32, 41 e 2 Cost.”. L’integrità fisica e la personalità morale del prestatore non deve essere intesa come oggetto di tutela limitato al mero ambito dell’infortunistica. Piuttosto il datore deve impegnarsi affinché nel luogo di lavoro non si verifichino fatti che possano ledere la dignità della persona; e non sorgano situazioni che possano anche solo porre in pericolo l’integrità fisica, senza sconfinare nella materia della prevenzione degli infortuni in senso stretto.

Alla luce di tale interpretazione in senso ampio, la condizione di stress derivante dalle due decisioni prese dal datore, che la danneggiata è stata in grado di produrre in giudizio in modo puntuale e completo, , ha giustificato la condanna al risarcimento del danno cagionato (liquidato in € 15.000,00).