Internet, nuove tecnologie - Generalità, varie -  Marco Faccioli - 15/12/2017

Lo stupro virtuale

Nel mondo, lo sappiamo benissimo, si può trovare di tutto. Nella dimensione virtuale di quest'ultimo, ovvero la Rete, le cose non cambiano, anzi, se possibile, possiamo trovare persino di più rispetto alla realtà. Una di queste è il cosiddetto “stupro virtuale” (lo chiamo così perchè, stranamente, non esiste ancora un termine inglese per definirlo) che, sebbene da quello “vero” si differenzi per la mancanza di un'aggressione fisica vera e propria, ne condivide comunque le premesse e gli intenti. Vediamo bene di che si tratta, partendo da un caso di cronaca del gennaio 2017, ovvero il blocco da parte di Facebook del gruppo chiuso “Babylone 2.0”, laddove migliaia e migliaia di uomini condividevano foto di amiche, amanti, o delle loro presunte conquiste, dando il via libera ad una miriade di commenti di ogni tipo, perlopiù oltraggiosi e, naturalmente, sessisti. Di gruppi di questo tipo Facebook né è pieno, e per uno che viene chiuso ne spuntano subito due, ragione per cui, viene da dire, quello di arginarli è una battaglia che, dati alla mano, si può dire persa in partenza. Sia ben chiaro, a scatenare la canea di commenti solitamente irripetibili (e quasi sempre monotematici), non sono certo ragazze in abiti succinti o dagli sguardi provocanti, ma normalissime donne riprese in semplici scatti con lo smartphone, spesso a figura intera e poco importa se col viso scoperto o meno. Vediamo nel dettaglio come funziona: Tizio si trova al supermercato e, mentre fa la spesa, si imbatte in una cassiera che trova interessante. Le fa una foto di nascosto mentre paga alla cassa (con uno smart è davvero facilissimo), e poi la pubblica in uno di questi gruppi, magari con annesso un suo sagace commento, e da qui avanti... ognuno scrive la sua su quello che, in gergo, viene definito l'“avvistamento”: quel che le farebbe, come la “sistemerebbe”, o anche solo meri insulti e basta... naturalmente rivolti all'ignara malcapitata, divenuta sua malgrado oggetto di tanta virulenta attenzione. Ci vuole davvero un nonnulla per trasformare una semplice cassiera che sta facendo il suo lavoro nell'oggetto di feroci istinti che si abbattono con la forza di un tornado, scatenando fantasie ed improperi che, una volta, si era soliti leggere sulle mura dei wc pubblici. Nessuna sembra sfuggire a questa logica: vi è chi posta in simili gruppi foto rubate di sorelle, zie, mogli, figlie, nonne... non si fanno sconti di nessun tipo e per nessuna ragione. Le zone franche per tali divertimenti sono gruppi di Facebook, tutti rigorosamente chiusi (per cui solo i membri possono vedere cosa viene postato e partecipare attivamente alla discussione), dove il turpiloquio e la bestemmia (al fine di meglio condire il proprio entusiasmo), sono sempre ammessi per espressa previsione del regolamento e degli amministratori. L'articolo 167 del codice della privacy prevede la reclusione da uno a sei mesi per chi pubblica foto senza consenso ma, nei fatti, lo sappiamo benissimo, viene quasi sempre garantita l’impunità a chi viola questa regola. Denunciare alla polizia postale sembra inutile, e su Facebook nessuna grande campagna di pulizia interna (repulisti di gruppi e post inopportuni) è attualmente in corso. L’importante, si sa, è rispettare i suoi “standard della comunità”, e la dignità femminile, forse, non è tra questi contemplata.