Responsabilità civile - Circolazione stradale -  Andrea Castiglioni - 13/03/2018

Lucro cessante. Presunzioni sì, ma con un principio di prova - Cass. 4930/2018

A seguito di sinistro stradale, al danneggiato viene riconosciuto il risarcimento del danno non patrimoniale (danno biologico e morale), mentre, riguardo alle conseguenze patrimoniali, viene respinta la richiesta di ristoro per contrazione della capacità lavorativa a titolo di lucro cessante. La Cassazione ribadisce il principio secondo cui il lucro cessante, consistente nella diminuita capacità lavorativa, può essere riconosciuto solo se dimostrato, non essendo ammessi automatismi risarcitori.

La ragione riposa sulla mancata dimostrazione, da un lato, della concreta contrazione del reddito derivante dal sinistro; dall’altro, del nesso di causalità tra il sinistro stesso e la diminuzione di reddito. La pretesa era basata su una deduzione generica fondata sull’id quod plerumque accidit, con l’affermazione che qualsiasi soggetto, dopo essere stato vittima di un sinistro di quel tipo, avrebbe sicuramente patito una (futura) contrazione della capacità lavorativa e quindi del reddito.

La Corte conferma il proprio orientamento (Cass. n. 4801/1999) e ribadisce che non è possibile ottenere il risarcimento del danno a titolo di lucro cessante sulla base di automatismi probatori. Il danno alla persona, in particolare gli aspetti patrimoniali, come noto, non è da considerarsi in re ipsa, pertanto è sempre necessaria un’allegazione. Ciò detto, il regime probatorio è poi agevole essendo ammessa la prova per presunzioni anche semplici, ma ciò è cosa diversa dalla mancata allegazione.

Nel caso di specie, la mancata allegazione era inevitabile perché la vittima, al tempo del sinistro, era minorenne. Si è creata la situazione in cui non vi era la possibilità di sapere il tipo di lavoro che avrebbe svolto in futuro; o meglio, questo sarebbe un ragionamento logico inammissibile. Anche se il danno biologico consisteva in lesioni fisiche permanenti, ciò può influire su alcuni lavori, ma può essere ininfluente per altri. Pertanto, data la giovane età del danneggiato, non si può dimostrare se questi avrebbe fatto ad es. lo sportivo (professione in cui l’efficienza del corpo umano è imprescindibile) oppure una professione intellettuale (per cui la produzione di reddito, al contrario, può non risentire ad es. della malformazione, pur grave, alla caviglia).

La sentenza merita attenzione perché conferma l’impostazione secondo la quale, nella materia del risarcimento del danno, si esige l’adeguata allegazione dell’esistenza del danno e del collegamento tra evento e conseguenze dannose subite.

Sotto l’aspetto processuale, chiarisce che una cosa è l’allegazione del pregiudizio subito, altra cosa è pretendere che le presunzioni, che agevolano l’onere probatorio, possano supplire all’assenza tout court quantomeno di un principio di prova.

Indirettamente, la S.C. non consente al risarcimento per un danno inflitto – e quindi alla responsabilità civile generalmente intesa – di assumere anche funzione sanzionatoria. Pur in presenza di un evento grave, con danni considerevoli alla salute e alla propria esistenza futura, la condanna non può comprendere danni che non possono essere sorretti da prove. Al centro del sistema si colloca la vittima e non il responsabile.