Responsabilità civile - Causalità -  Andrea Castiglioni - 14/01/2019

Malpractice medica e il risarcimento all'impresa agricola - Trib. di Arezzo, 23.7.2018

Una persona cade da un ulivo e subisce un forte colpo alla testa. Si reca al pronto soccorso; viene sottoposto a diversi esami. Le conseguenze della caduta vengono sottovalutate, ritenute lievi, pertanto viene invitato a tornare a casa.

I dolori aumentano e l’uomo fa ritorno in ospedale, ma ormai è tardi per intervenire in modo efficace e risolvere il problema. Dopo cinque giorni entra in coma e sopraggiunge la morte.

Gli eredi promuovo azione legale e nel corso dell’istruttoria viene accertata una condotta colposa del personale sanitario, nella misura in cui erano stati sottovalutati i sintomi, tanto che, la momento del ritorno in ospedale dell’uomo, non è stato più possibile effettuare quegli interventi che avrebbero potuto scongiurare il peggioramento, e verosimilmente il coma e il decesso.

Il tribunale accoglie la domanda e riconosce il risarcimento al danno non patrimoniale nelle seguenti sottovoci.

Danno biologico terminale, risarcito iure hereditatis, in quanto dall’accettazione al sopraggiungere del coma, il paziente era vigile e consapevole della propria condizione, patendo una sofferenza fisica e psichica via via crescente (con sintomi di nausea, dolori alla testa e disorientamento). I giorni intercorrenti tra il primo accesso al pronto soccorso e il sopraggiungere del coma – condizione che fa venire meno la consapevolezza della propria condizione – erano 5.

Danno da lesione del rapporto parentale, in quanto il paziente era marito e padre di famiglia.

Danno morale iure proprio patito dagli attori, in quanto famigliari, che hanno vissuto giorni di grande ansia e sofferenza  – anche fisica – nel vedere il proprio congiunto deperire.

Non viene riconosciuto il danno da morte (c.d. danno tanatologico), stante il consolidato orientamento contrario dell’attuale giurisprudenza, a cui il tribunale intende adeguarsi.

Merita una riflessione, invece, il riconoscimento di un danno patrimoniale derivante dal fatto che il paziente era l’unico gestore di un’impresa agricola e agriturismo; unica persona che conosceva gli aspetti gestionali, contabili, economici, commerciali, di tali attività imprenditoriali. Il tribunale riconosce una somma (di € 57.000,00) in quanto sarebbe venuta meno una figura centrale dell’impresa; “perdita in termini di forza lavoro e in termini di maggiori prospettive di sviluppo dell'azienda (data la esperienza e varietà di mansioni che il S. vi espletava)”.

Ora, la responsabilità della struttura sanitaria è stata – correttamente – ritenuta di natura contrattuale, stante il contratto di spedalità stipulato dal paziente al momento dell’accettazione. Il danno subìto, quindi, è derivato dall’inadempimento dell’obbligazione – contrattuale – assunta dalla struttura.

In tema di quantificazione del danno da inadempimento contrattuale opera un limite legale: il risarcimento è limitato al danno che poteva prevedersi al momento in cui è sorta l’obbligazione (art. 1225 c.c.), ossia al momento dell’accettazione.

In tale momento, non era possibile, per gli operatori sanitari, conoscere, e neppure presumere, il tipo di attività che quel paziente svolgeva (imprenditore, professionista; manager, agricoltore, ristoratore; disoccupato).

Tale limite della prevedibilità – che può cadere solo laddove l’inadempimento sia dipeso da dolo o colpa grave; ma non è questo il caso poiché il tribunale nulla precisa sul punto – non opera in ambito di responsabilità aquiliana. Ed infatti, secondo coerenza, colui che arreca un danno ad un soggetto con cui non intesse nessun rapporto, non può “prevedere” (appunto) che tipo di pregiudizio può arrecargli (per tale motivo, l’art. 2056 c.c. non rinvia all’art. 1225 c.c.); e dunque il rischio di un danno imprevedibile viene addossato al danneggiante. Lo scenario è opposto, invece, in ambito contrattuale, poiché in questo caso vi è un accordo che viene consapevolmente concluso tra le parti; le quali, si presume, abbiano valutato non solo la convenienza dello stesso, ma anche i rischi.

In conclusione, se assumiamo che la responsabilità della struttura sanitaria è di tipo contrattuale poiché deriva da un contratto, non può non trovare applicazione la relativa disciplina; e dunque anche il principio della prevedibilità del danno. Ovviare a tale limite – che non gioca di certo a favore del danneggiato-paziente – oltre che costituire una deroga alla disciplina dei contratti difficilmente giustificabile, significa introdurre nel giudizio di responsabilità (contrattuale) da malpractice medica un elemento di imprevedibilità che non è proprio della responsabilità contrattuale, ma tipico di quella extracontrattuale.

Altrimenti, per una medesima – pur infausta – situazione, pur nell’ambito di una personalizzazione del danno che sempre bisogna operare, i risarcimenti oscilleranno a seconda della professione che il paziente svolge, a prescindere dalla conoscibilità di tale fattore al momento del sorgere dell’obbligazione.

In altre parole, questo problema non sussisterebbe se si qualificasse la responsabilità della struttura sanitaria come extracontrattuale; in questo caso non ci sarebbe il limite della prevedibilità; ma ciò negherebbe la sussistenza del contratto di spedalità.

Non si intende, per ora, prendere una posizione per l’una o l’altra soluzione; quanto esposto ha il solo fine di porre in luce un ennesimo aspetto problematico della responsabilità medica.