Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Valentina Finotti - 26/06/2019

Maltrattamenti in famiglia: la prova dell'abitualità

(Per vedere il video collegato: https://www.youtube.com/watch?v=UZvba6RRYKs&t=3s)

Il reato di maltrattamenti in famiglia – previsto dall’art. 572 c.p. (“Maltrattamenti contro familiari o conviventi”) - è quel reato in base al quale un soggetto compie una serie continua di condotte vessatorie, reiterate per un lasso apprezzabile di tempo, ponendo la vittima in uno stato di prostrazione, ossia umiliandola e denigrandola in una misura tale che ella non è più in grado di gestire la sua vita e reagire alle condotte che le vengono inflitte.

Oggi mi soffermo, in particolare, nell’analisi di un aspetto di questo reato, ossia l’abitualità (che è “l’elemento materiale/oggettivo” che deve caratterizzare necessariamente la condotta del reo)

Quali elementi devono essere portati affinché il Giudice possa ritenere che le condotte vessatorie si siano ripetute con intensità e frequenza tali da rendere intollerabile la vita della vittima e non siano state, invece,  condotte solo sporadiche? E, quindi, quando il Giudice si convince dell’abitualità dei maltrattamenti e condanna l’agente per il reato in esame?

 Questa analisi potrà essere di aiuto alle donne che vogliono trovare il coraggio di uscire da uno stato di sofferenza affrontando un processo avendo tutto ciò che serve, a livello probatorio, per dimostrare l’attendibilità di quanto raccontano in merito alle continue violenze (fisiche o morali) subite.

Come avrò modo di sottolineare in assenza di una prova certa della reiterazione dei comportamenti vessatori la giurisprudenza esclude la sussistenza del reato in esame, per mancanza dell’elemento materiale/oggettivo.

Ecco perché qualora nell’ambito della famiglia si  è soggetti a violenze fisiche o verbali continue, è necessario raccogliere, il più possibile, prove di questi maltrattamenti per poter dimostrare in giudizio la frequenza e intensità delle condotte.

Sarà, dunque, fondamentale mostrare eventuali lividi o segni provocati dalla violenza a persone conosciute che possano testimoniare nel processo, avere referti medici che attestino lo stato di salute successivo alle violenze, nonché registrare e  fotografare quello che accade continuativamente: insomma fare ciò che serve per documentare gli episodi di violenza che si subiscono.

In proposito la giurisprudenza ha chiarito che essendo l’abitualità della condotta maltrattante elemento imprescindibile per la sussistenza del reato: “Deve essere provato che la condotta di maltrattamenti ascritta all'imputato in relazione alle violenze sia fisiche che psicologiche poste in essere, sia caratterizzata  da abitualità e idonea, per frequenza, intensità e circostanze delle azioni, a determinare una condizione di prostrazione della persona offesa (Tribunale Ferrara, Sent., 27-09-2017; nello stesso senso: Corte d'Appello Cagliari Sez. I, 19/07/2016).

Quindi avere la prova di condotte di violenza sporadiche non sarà sufficiente, visto che: " la materialità del fatto, nel reato di cui all’art. 572 c.p., deve consistere in una condotta abituale che si estrinsechi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzate anche in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un'unica intenzione criminosa di ledere l'integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendogli abitualmente tali sofferenze. Ne consegue che per ritenere raggiunta la prova della materialità dell'elemento materiale di tale reato non possono essere presi in considerazione singoli e sporadici episodi di percosse e lesioni..." (Cass., Sez. VI, 24 aprile 2013, n. 18616 e Cass., Sez. I, 24 settembre 1996, n. 8618; Tribunale Taranto Sez. I, Sent., 31-03-2014; Cass. 12/02/1996, n. 8618).

Quindi, in sostanza, la giurisprudenza, al fine di potersi ritenere integrato l'elemento materiale del delitto di maltrattamenti in famiglia, richiede una continuativa vessazione, visto che solo il carattere della continuatività fa sì che venga integrata quella abitualità che connota l'elemento materiale del reato in esame.

Un altro aspetto importante da tenere in considerazione è che le deposizioni di eventuali testimoni che narrino di aver visto la vittima con i segni delle violenze, o di aver ascoltato i suoi racconti circa i maltrattamenti dalla stessa subiti, non sono di regola, di per sé, sufficienti a dare prova dell’abitualità della condotta vessatoria.

 Un recente pronuncia del 2018, sul punto ha evidenziato infatti:  “le dichiarazioni dei testimoni, diversi dalla persona offesa debbono ritenersi credibili in quanto intrinsecamente attendibili e confortate da riscontri esterni” (Cass. pen 2018 n. 29255).

In particolare, in quel caso i testimoni avevano riportato gli episodi di maltrattamento per come essi gli erano stati raccontati dalla vittima, ma nel corso dell’istruttoria al Giudice non erano stati portati riscontri documentali (ossia referti medici che attestassero le violenze) che lo convincessero sull’attendibilità e credibilità di queste deposizioni.

Delle innumerevoli aggressioni fisiche patite denunciate dalla vittima vi era “solo” il racconto della stessa e quello “de relato” (ossia indiretto, perché derivante da quanto i testimoni avevano appreso dalla stessa persona offesa, senza però assistere personalmente agli episodi di violenza) dei conoscenti/familiari.

Ebbene per la Cassazione queste testimonianze, sfornite da riscontri “oggettivi” non consentono  di far luce né sulla specificità dei singoli episodi di violenza, né, soprattutto, sulla effettiva ripetizione nel tempo e sistematicità delle addotte condotte vessatorie.

Quindi bisogna tenere a mente che i Giudici per verificare la sussistenza del reato in esame effettueranno una specifico approfondimento “investigativo/istruttorio” per accertare l’elemento fondamentale del reato di maltrattamenti in famiglia, ossia l’abitualità e, dunque, la continuità delle condotte: “il dibattimento deve consentire di accertare i motivi dei litigi e di verificare se il comportamento violento dell'imputato si sia ripetuto costantemente tanto da rendere la vita impossibile alla moglie e a vessarla in modo tale da renderla succube ed incapace di poter gestire liberamente la propria vita e la propria famiglia. In assenza di prova certa della ripetizione prolungata ed abituale dei comportamenti vessatori deve escludersi la sussistenza del reato contestato” (Tribunale Firenze Sez. II, Sent., 24-09-2012).

Da ultimo è opportuno ricordare che per effetto della Legge 172/2012 il reato, in particolare. può sussistere non solo se la condotta vessatoria abituale viene perpetuata a danno del coniuge o dei figli nati dal matrimonio, ma anche se viene compiuta a danno del convivente – purché la convivenza abbia carattere di stabilità ed effettività - e dei figli nati al di fuori di un rapporto coniugale.

 Sappiamo, infatti, che il concetto di “famiglia” comprende, oramai, non solo il nucleo che si forma tramite il vincolo di coniugio, ma anche tutti quei rapporti – pur di fatto e non giuridicizzati – con cui due persone creano una comunanza di vita, stabile e duratura, avendo un progetto di vita in comune e un legame affettivo consolidato che li porta a sostenersi moralmente, affettivamente e materialmente (Tribunale Milano 30 gennaio 2018 che ravvisa la coppia di fatto considerando i criteri della durata e stabilità del rapporto, la condivisione di rilevanti e frequenti momenti di vita e, quindi, la sussistenza di un progetto di vita comune; T. Milano 31 maggio 2016 in tema di prova di convivenza di fatto, che rinvia, peraltro, alla definizione di “conviventi di fatto” contenuta nell’art. 1, comma 36 della L. 76/16).