Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Maria Rosa Pantè - 05/03/2018

Mandàla

Un giorno con una mia amica si parlava dei mandala, cioè di quei disegni dei monaci tibetani fatti con la sabbia colorata e che rappresentano il cosmo e sono dunque disegni sacri. La caratteristica dei mandala è che, dopo un certo tempo, vengono distrutti, da quegli stessi monaci che li hanno fatti con grande perizia e fatica.
Il disegno del cosmo, che in un certo senso è il cosmo vero e proprio, viene distrutto proprio perché fatto di sabbia e questa sabbia viene dispersa in una cerimonia religiosa.
Al vedere come viene fatto un mandala e la sua fine, prima di tutto ho detto: ok, quando sarò morta vorrei che, con le mie ceneri, prima fosse fatto un mandala e poi fosse disperso in un fiume o in un bosco (dove inquina meno direi). Ma le mie ceneri sarebbero monocrome e poi alla fin fine è davvero un desiderio pieno di vanità.
Poi ho pensato una cosa che da molto penso, cioè alla grandezza della rinuncia, al fatto, come viene detto benissimo nel Bhagavad Gita (testo sacro indiano) che si deve agire senza voler cogliere il frutto della nostra azione. Sembra frustrante, invece, a capirlo bene, ci libera da tante attese e desideri vani.
Certo non è facile, io ci riesco solo in alcuni casi, in alcuni momenti di più grande consapevolezza e felicità.
Ho pensato anche che tutto passa e quel mandala fatto con fatica è giusto che venga distrutto, perché tutto farà quella fine e anche questo è una vera liberazione.
Poi però ho capito che, con buona pace dei monaci tibetani che ammiro molto, c’è un modo di essere ancora più alto, almeno secondo me.
Così ho detto alla mia amica: “Per fortuna però la Gioconda non è stata distrutta” e davvero se ogni artista, ogni monaco, ogni essere vivente decidesse di distruggere la sua opera il mondo sarebbe meno bello, più povero, più sguarnito. La cosa più alta è questa: creare un’opera d’arte, essere l’artista che si stacca dalla sua opera e la lascia andare, in questo modo l’opera di bellezza diventa di tutti, per secoli. Distruggere il senso del possesso, la maternità dell’opera ma lasciare intatta la bellezza e farla patrimonio di tutti.
E oggi vedo che al Louvre hanno deciso di dare anche a mostre esterne in prestito proprio la Gioconda.
Dunque benissimo la spiritualità del mandala (poi ci sono mandala scolpiti e dipinti che restano), ma ancor meglio l’artista che crea e dona a tutti la bellezza.
La cosa importante è rendere tutti affamati di bellezza e di opere d’arte e poter saziare questa fame.