Famiglia, relazioni affettive  -  Redazione P&D  -  10/08/2021

Mettere fine a un matrimonio fallito: si può con l'amministrazione di sostegno?  

Oltre alle varie magagne che l’assillano, sul terreno psichiatrico, una donna non più giovane si ritrova con un marito scadente: sfaccendato, con strane pretese sessuali a volte, traditore.

    “Meglio lasciarlo al suo destino”, consigliano le amiche.

     La separazione coniugale è qualcosa che non va in automatico però, occorre chiederla in modo esplicito.

     La nostra paziente alterna momenti validi ad altri meno buoni: d’accordo nella sostanza, disamorata ormai del marito, non è in grado tuttavia di prendere iniziative, non da sola; chiaro che, se non si vuole abbandonarla, occorrerà nominarle un protettore.

     Possibile una cosa del genere?

     Qualche studioso risponderà di no: “Non si può, settore troppo intimo quello del matrimonio”. Discussioni varie, perplessità al Palazzo di Giustizia; finché non prevarrà il buon senso.

      Delicata la sfera domestica, certamente, quel  che conta è però il “best interest” della persona:  la soluzione più conveniente per lei, cioè, sotto il profilo pratico; anche nelle vertenze tra marito e moglie.

     Perché perpetuare i disagi nel focolare, inutilmente?

      Un giudice accoglierà la richiesta a un certo punto: via libera alla separazione coniugale, sì, tramite amministratore di sostegno.

      Dopo un po’ anche la domanda di divorzio (un altro giudice): l’annullamento del matrimonio  poi, la divisione dei beni, atti consimili; le risoluzioni circa i figli minori.

      Un nuovo capitolo si è aperto in materia





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