Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato -  Redazione P&D - 17/07/2018

Minaccia di ucciderlo attraverso il telefono - Cass. pen. 32026/18 - A.G.

Condannato per aver minacciato, a mezzo telefono, di uccidere la vittima, l’uomo ricorre in Cassazione contestando che la frase non avesse effettiva portata lesiva perché era stata isolata dal contesto di una conversazione litigiosa nella quale assuma la dimensione di una reazione istintiva.
Per la Suprema Corte la censura è manifestamente infondata: la frase «tanto ti ammazzo» aveva un’intrinseca valenza intimidatoria che non poteva ritenersi superata dalla concitazione della situazione. La persona offesa, poi, si mostrava spaventata davanti ai verbalizzanti e piangeva, quindi la minaccia in sé era idonea ad incutere timore.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 23 marzo– 12 luglio 2018, n. 32026 
Presidente Bruno – Relatore Zaza
Ritenuto in fatto
1. Fa. Fe. ricorre avverso la sentenza dell'I marzo 2016 con la quale la Corte di appello di Perugia, confermando la sentenza del Tribunale di Perugia dell'1 aprile 2015, riteneva il Fe. responsabile del reato di minaccia commesso con il mezzo del telefono il 27 ottobre 2014 in danno di Um. Di Sa..
2. Il ricorrente deduce violazione di legge e vizio motivazionale sull'affermazione di responsabilità, lamentando l'omessa valutazione dell'effettiva portata lesiva della frase contestata, isolata dal contesto di una conversazione litigiosa nel quale essa assumeva la dimensione di una reazione istintiva inidonea ad incutere timore. Aggiunge che tanto avrebbe dovuto portare quanto meno ad escludere la contestata circostanza della minaccia grave, e che successivamente alla sentenza impugnata è sopraggiunta la prescrizione del reato.
Considerato in diritto
Il ricorso è inammissibile.
La censura di omessa valutazione dell'effettiva portata offensiva della frase contestata, nel contesto in cui la stessa veniva pronunciata, è manifestamente infondata. Questo aspetto era infatti oggetto di specifico esame nella sentenza impugnata, ove si osservava come la contestata frase «tanto ti ammazzo» avesse un'intrinseca valenza intimidatoria che non poteva ritenersi superata dalla concitazione della situazione, e che era d'altra parte evidenziata dalle dichiarazioni del verbalizzante N., il quale riferiva che la persona offesa si mostrava spaventata al punto di piangere.
L'ulteriore questione della sussistenza della circostanza della gravità della minaccia non risulta proposta con i motivi di appello, il che ne preclude l'esame in questa sede; mentre la richiesta di declaratoria di estinzione del reato per sopraggiunta prescrizione, oltre a non essere valutabile per l'inammissibilità delle altre doglianze, è comunque manifestamente infondata, decorrendo il termine prescrizionale del reato fino al 27 aprile 2022.
Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende che, valutata l'entità della vicenda processuale, appare equo determinare in Euro 2000.
P. Q. M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2000,00 in favore della Cassa delle Ammende.