Stranieri, immigrati - Stranieri, immigrati -  Maria Rita Mottola - 28/09/2017

Miti da sfatare: lo jus soli.

I fautori della riforma dell’accesso alla cittadinanza italiana sostengono che rendere cittadini italiani tutti coloro che nascono in Italia è doveroso, che risolverà i problemi di integrazione e di terrorismo e che sarà di grande beneficio per l’economia, come del resto la presenza dei cittadini extracomunitari nel nostro paese.

Cerchiamo di procedere con ordine: prima analizzeremo se è vero che concedere la cittadinanza per solo diritto di nascita (anche se la legge proposta è alquanto più complessa ma è necessario semplificare per comprendere l’atteggiamento ideologico dei proponenti) porti effettivi benefici all’Italia e poi verificheremo se benefici ne porterebbe almeno agli stranieri nati nel nostro Paese, perché di questo non si parla mai.

In primis ottenere la cittadinanza per nascita non è un diritto riconosciuto a livello internazionale. Le convenzioni ora in vigore prevedono il diritto del bambino ad avere una cittadinanza non la cittadinanza del paese di nascita. Dunque non è un diritto riconosciuto universalmente. Del resto anche richiamare la legislazione degli Stati Uniti d’America conduce a ben grottesche conclusioni. Portare a paragone quale tutore dei diritti un Paese che è nato da alcuni invasori, per lo più di lingua inglese, violenti e aggressivi che hanno messo a ferro e fuoco una terra sconfinata, uccidendo quasi tutti i legittimi abitanti (e si aggiungano i bufali), è perlomeno bizzarro. Quasi come conferire all’Arabia Saudita l’incarico di difesa dei diritti all’interno dell’Onu (a ma questo è già stato fatto, ovviamente). Come mai avrebbe potuto il nuovo stato d’America avere cittadini senza stabilire che tutti coloro che nascevano sul suo suolo erano di diritto alla nascita cittadini di uno stato altrimenti inesistente?

Dare la cittadinanza a coloro che nascono sul nostro territorio li aiuterebbe ad integrarsi e quindi a non diventare preda degli estremismi e quindi nella rete del terrorismo. Questo assioma è ancor più misterioso. Innanzitutto occorre intercederci sul termine integrazione. Significa adottare senza discutere la cultura e le abitudini del paese ospitante? O viceversa convincere gli abitanti di detto paese a cambiare abitudini e cultura per adeguarsi a quella degli ultimi arrivati? È ben evidente che la tolleranza reciproca impone che ognuno sia libero di mantenere la propria cultura e le proprie abitudini, fede religiosa, lingua e tradizioni. Tutto nel rispetto della legge e della morale del Paese ospite. In altre parole non si può imporre la lingua italiana nell’ambito delle relazioni familiari o di comunità, mentre è ovvio che la lingua italiana sia quella che si dovrà parlare a scuola, sul luogo di lavoro, nei rapporti con le istituzioni ecc. E potrebbe essere necessario, proprie per evitare estremismi e proselitismo terroristico, imporre che la lingua italiana sia parlata anche in occasione di assemblea pubbliche (per esempio al venerdì in moschea). Come mai potrebbe la cittadinanza italiana conferita a un bambino che nulla comprende di legge, lacci e laccioli dissuaderlo, divenuto adulto, dal ritenere veritiero il messaggio contenuto nel fervente richiamo del capo religioso alla lotta al mondo occidentale? Resta un mistero.

Che beneficio ne trarrebbe l’Italia dall’avere molti altri cittadini italiani? Anche questo è un misterioso postulato.

Ora la convivenza pacifica, il reciproco scambio culturale, il confronto dialettico questi si sono elementi che portano ad arricchire il paese ospitante. Ma non sono valori connessi in alcun modo alla cittadinanza. Anche se viene il dubbio che coloro che promuovono così spassionatamente la legge non sappiano cosa significa cittadinanza. Del resto è vero che da tempo si parta di diritti di cittadinanza, di cultura della cittadinanza. Che mai può voler dire?

Il cittadino italiano ha diritti e doveri di fronte alla legge. Molti di questi diritti sono de plano riconosciuti a tutti coloro che vivono nel nostro paese e non perché ci siano nati. Si pensi all’assistenza sanitaria, al diritto allo studio, al diritto alla casa, ecc. ecc. L’unico diritto che il cittadino straniero non ha è il diritto di voto. E forse qui sta il punto.

E allora veniamo ai vantaggi del bambino nato in Italia che finalmente alla nascita diventa cittadino italiano con genitori stranieri.

Egli potrà andare a scuola esattamente come prima, potrà accedere alle cure sanitarie esattamente come prima, potrà esprimere la sua fede religiosa, esattamente come prima. Certo potrebbe, maggiorenne e al termine degli studi, accedere a concorsi pubblici che sono riservati ai cittadini italiani. Ma dopo la maggiore età, momento in cui potrebbe chiedere e ottenere la cittadinanza italiana avendone i titoli (prolungata permanenza in Italia per oltre 10 anni). Che altri vantaggi ne potrebbe trarre? Anche questo è misterioso.

Due esempi così per comprendere come vanno le cose nel mondo reale e non in politicandia.

Mio cognato, agronomo, di cittadinanza peruviana, assistente universitario nel suo paese, giunto in Italia grazie a una borsa di studio si fermò, conobbe mia sorella e si sposarono. Egli dopo poco tempo ottenne la cittadinanza italiana in quanto coniuge di un cittadino italiano (la procedura deve essere attivata e non è automatica). Con tutto l’affetto che ho per mio cognato penso che egli lo fece solo perché il Perù gli consentiva di mantenere la propria cittadinanza. E infatti appena ha potuto ha condotto le tre figlie in Perù e ha fatto conferire loro la cittadinanza peruviana. Interessante, vero?

Una mia cara conoscente marocchina ha ottenuto la cittadinanza italiana, i suoi due bambini, nati in Italia, hanno automaticamente ottenuto la cittadinanza italiana in quanto figli di donna italiana.

 

Cosa intendo dire. La cittadinanza nulla ha a che fare con la civile e proficua convivenza, con il rispetto e la condivisione. D’altra parte i genitori di bambini nati in Italia possono, ben prima del raggiungimento della maggiore età dei figli nati in Italia, accedere e ottenere la cittadinanza italiana, se lo desiderano, senza imposizione, e conseguentemente consentire ai figli, senza alcuna procedura ma in modo automatico, ottenere la cittadinanza italiana. Dall’altro lato siamo proprio sicuri che tutti i cittadini stranieri desiderino per sé e per i propri figli la cittadinanza qualora dovessero perdere la loro?