Lavoro - Lavoro -  Maria Rita Mottola - 20/02/2018

Mobbing e azioni vessatorie – Cass. Lav. Ord. 16 febbraio 2018

La Corte territoriale respingeva la domanda di una lavoratrice vessata, a suo dire, per molto tempo nell’azienda ove lavorava e che ormai aveva abbandonato per raggiungimento dell’età pensionabile.

Ancora recentemente la Cassazione (Cass. ordinanza n. 28098/17, depositata il 24 novembre 2017) ricordava come solo in presenza di  una serie di comportamenti persecutori, posti in essere in modo sistematico e prolungato nel tempo nei confronti di un lavoratore, da parte di colleghi o del datore di lavoro stesso che abbiano avuto come conseguenza un danno alla  salute (disturbo Post Traumatico da Stress), alla personalità (evento incidente sulla carriera e sull’immagine professionale) o alla dignità (offese e ingiurie) la condotta può essere letta come mobbing, sempre ché tutte le condotte siano legate tra loro e costituiscano presupposto del pregiudizio arrecato, in quanto perpetrate con intento persecutorio.

La S.C. secondo il suo consolidato orientamento intravede nella sistematicità dei comportamenti persecutori diretti contro il lavoratore e nel fine loro volutamente persecutorio, l’essenza del mobbing (Cass. sez. Lavoro, 3 luglio 2017, n. 16335).

Nel caso di specie nulla di tutto questo, potendosi piuttosto parlare di condotte isolate negli anni e non teologicamente collegate.

È, altresì, notorio come non esista nel nostro ordinamento una specifica fattispecie reato che vorrebbe essere introdotta dalla proposta di legge del 14 marzo 2014, A.C. 2191 diretta, una volta approvata, a introdurre l’art.  582-bis c.p. Tale proposta sotto il titolo mobbing e straining così scriverebbe la norma incriminatrice: <<salvo che il fatto costituisca più grave reato, il datore di lavoro o il lavoratore che, in pendenza di un rapporto di lavoro, con più azioni di molestia, minaccia, violenza morale, fisica o psicologica ripetute nel tempo ponga in pericolo o leda la salute fisica o psichica ovvero la dignità di un lavoratore, è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni e con la multa da euro 5.000 a euro 20.000. Il delitto è procedibile d’ufficio. Se la condotta di cui al primo comma è realizzata con un’unica azione, il reato è punito con la pena da 3 mesi a 2 anni e con la multa da euro 3.000 a euro 15.000. Il delitto è procedibile d’ufficio».

Non è il caso, qui e ora, di sottoporre la nuova normativa a un vaglio attento e pressante, visto che l’interruzione dei lavori parlamentari allontanano nel tempo un’eventuale discussione della stessa.

Rileva solo ricordare che, in assenza di una fattispecie reato, la norma che può essere richiamata è e resta l’art. 2087 c.c. che obbliga il datore di lavoro a creare le condizioni di lavoro idonee a salvaguardare l’integrità psicofisica del lavoratore.

È sotto questa prospettiva che la Cassazione, pur riconoscendo la fondatezza del diniego della Corte territoriale a riconoscere nelle condotte contestate gli estremi del mobbing, ha rinviato ad altro giudice la valutazione se, nel caso concreto, si possa riconoscere il risarcimento del danno per demansionamento e per singole condotte vessatorie dei colleghi, e solo se ritenute tali da ricondurle alla responsabilità risarcitoria del datore di lavoro di cui all’art. 2087 c.c.