Lavoro - Mobbing, discriminazioni, molestie -  Andrea Castiglioni - 03/04/2018

Molestie da parte del collega. Responsabile anche il datore, se è consapevole - Cass. sez. lav. 7097/2018

Un prestatore di lavoro compiva plurimi atti di molestie sessuali nei confronti di una collega. Entrambi hanno il medesimo datore di lavoro; nella specie trattasi di un ente pubblico, con rapporto di lavoro contrattualizzato.

La collega agiva in giudizio e otteneva il risarcimento del danno non patrimoniale derivante da tale condotta. E la condanna investiva non solo il collega molestatore, ma anche il datore in quanto corresponsabile. Veniva accertato, infatti, che questi era consapevole della condotta lesiva e, colpevolmente, non si era attivato per impedirla.

Veniva dichiarata la duplice responsabilità del lavoratore-molestatore e del datore, con precisazione della quota di risarcimento spettante a ciascuno.

Il datore di lavoro agiva, poi, a titolo di regresso nei confronti del lavoratore-responsabile, al fine di ottenere il rimborso della parte di risarcimento che l’ente era stato costretto a pagare a causa delle molestie. In altre parole, il datore, condannato pro quota a risarcire il danno, agiva in giudizio per sentir dichiarare il prestatore-molestatore a rifondergli tale quota. Dato che la domanda di regresso viene accolta, è questo il punto che merita di essere posto in luce.

Il lavoratore che ha subito molestie imputa la responsabilità del danno non solo al collega, ma anche al datore di lavoro, per non aver posto in essere quelle condotte impeditive che sarebbero state ossequiose dell’obbligo di protezione sancito dall’art. 2087 c.c.. Detto articolo impone al datore di predisporre e assicurare al lavoratore un luogo di lavoro che garantisca la sua integrità fisica e la personalità morale. Ebbene, tra i doveri rientra altresì l’impedire a che altri lavoratori possano essi stessi generare una condizione lesiva dei diritti dei colleghi. Quindi non solo il datore può essere fonte della situazione che compromette la tutela dei lavoratori, ma anche i lavoratori medesimi nei confronti dei colleghi.

Nel caso di specie, è stato accertato che il datore era consapevole di quanto stava succedendo e non ha fatto nulla per impedirlo o porre fine alle condotte lesive. Ciò è stato considerato fonte di responsabilità – o meglio, corresponsabilità – che si unisce a quella del lavoratore-responsabile in senso stretto.

Il lavoratore-responsabile, da parte sua, essendo a lui attribuibile la condotta, essendo quindi lui il soggetto che ha provocato la lesione dei diritti inviolabili della collega molestata, è stato condannato a indennizzare il proprio datore, a titolo di regresso, per la quota di responsabilità attribuita a quest’ultimo.

Il tutto, ovviamente, a prescindere dal procedimento disciplinare instauratosi a carico del lavoratore-molestatore, in quanto, essendo dipendente di una pubblica amministrazione, ha violato non solo gli obblighi di correttezza e buona fede nell’adempimento del contratto (artt. 1175 e 1375 c.c.), non solo gli obblighi di diligenza e il dovere di fedeltà, propri di ogni prestatore di lavoro (art. 2104 e 2015 c.c.), ma ha anche leso l’immagine della pubblica amministrazione. Lesione che genera un danno autonomamente risarcibile laddove l’immagine di un ente pubblico, alla luce dei principi costituzionali di buon andamento e imparzialità (art. 97 Cost.), sia stata lesa da parte di un proprio componente.