Giustizia civile - Parti del processo -  Andrea Castiglioni - 10/04/2018

Muore il cane. Perchè no al risarcimento? - Cass. 8440/2018

Un cane veniva affidato ad una pensione perché venisse custodito e curato – non si trattava di un soggiorno temporaneo ma di lungo periodo; evidentemente i proprietari non avevano il posto o la possibilità concreta di tenerlo.

L’animale decedeva a causa della condotta colposa addebitabile al gestore della pensione. Veniva accertata la sua responsabilità per il fatto che il cane non era stato accudito e curato adeguatamente.

I proprietari promuovevano azione nei confronti del responsabile ma la Corte d’Appello, ribaltando la statuizione del Tribunale, negava l’esistenza di un danno risarcibile in capo a costoro; né a titolo di danno patrimoniale, né di danno non patrimoniale.

È fondamentale precisare la ragione per cui i proprietari non possono percepire nessun ristoro, perché alla luce degli orientamenti attuali, ciò può apparire curioso e difficile da accettare.

L’orientamento attuale – soprattutto la giurisprudenza di merito – rispetto al passato avvalora di molto l’affetto che le persone possono riporre nell’animale domestico, inteso quale essere che dà un qualcosa in più di una semplice “compagnia”. Questo si rileva in modo chiaro quando si riferisce a sentimenti di ordine comune, che ispirano le norme penali contro la crudeltà verso gli animali; principi, se vogliamo, che trovano la loro radice nel diritto naturale, poiché nella nostra cultura c’è indubbiamente un sentimento di pietà che non tollera la crudeltà verso gli altri esseri viventi. Complice anche l’opinione pubblica, questo porta l’ordinamento (soprattutto penale) ad essere meno tollerante nei confronti di chi è crudele nei confronti degli animali (pensiamo ai casi di cronaca di allevatori/pastori/veterinari troppo cinici; a ragazzini che filmano torture nei confronti di cani e gatti; ad importatori senza scrupoli di cuccioli).

Anche in ambito civile stiamo assistendo allo stesso trend. Nonostante la giurisprudenza (Cass. SSUU 26972/2008), volendo porre un punto fermo, abbia voluto rendere più arduo il ristoro di pregiudizi non patrimoniali, legandoli alla lesione di diritti o interessi costituzionalmente tutelati (e quindi, a rigore, l’animale d’affezione dovrebbe trovare tutela costituzionale, ma così non è); nonostante ciò, si diceva, molti interpreti hanno aderito ad orientamenti opposti, non potendo negare il fatto che la morte – improvvisa e per colpa altrui – del proprio cane getta un dispiacere palpabile sul padrone. Ed infatti, molte pronunce riconoscono il risarcimento per pregiudizi – morali ed esistenziali – ai padroni.

Tuttavia, sul versante processuale, tutto ciò deve rispettare i principi vigenti e i punti fermi che (qui sì) è più difficile, se non impossibile, mettere in discussione.

Il danno, sia che abbia fonte extracontrattuale (il conducente dell’auto è distratto e investe il mio cane) o contrattuale (come nel nostro caso, dove il gestore della pensione era parte di un contratto quantomeno di custodia), per essere risarcito deve essere provato e non può essere considerato in re ipsa. È indispensabile allegare il pregiudizio subìto, sia esso di ordine patrimoniale (poco rilevante nel nostro caso, a meno che il cane fosse di una razza pregiata), sia esso di ordine morale od esistenziale. Anche se difficile, bisogna trovare il modo di introdurre nel processo elementi che consentano all’istruttoria di far emergere l’affetto che c’era tra il padrone e il cane, quanto gli si voleva bene, quanto la vita era influenzata dalla sua presenza (in senso positivo, ovviamente), e quanto è cambiata adesso che non c’è più.

Inoltre, non si può esigere dal giudice di legittimità che annulli con rinvio la sentenza, o la decida nel merito, sulla base di una nuova valutazione delle prove (Cass. SSUU 8053 e 8054/2014). La Corte di Cassazione si deve arrestare di fronte alla censura di errata valutazione delle prove; al limite può pronunciarsi qualora il giudice di merito abbia errato nel ripartire gli oneri probatori; ovvero abbia posto alla base della propria decisione elementi che non sono stati le parti ad introdurre, salvi i casi in cui possa egli stesso introdurre d’ufficio delle prove (Cass. SSUU 16598/2016).

In tutti gli altri casi, un motivo di ricorso improntato su tale pretesa è destinato ad essere bollato di inammissibilità; come è stato nel caso di specie.

In conclusione, al di là della pronuncia della Suprema Corte che ha dichiarato il ricorso inammissibile, ciò che sconcerta è la sentenza della Corte d’Appello, la quale ha ritenuto di negare il risarcimento del danno ai padroni evidentemente per non aver assolto in modo completo l’onere probatorio a loro carico.

Ciò non può essere condiviso. Dato che l’onere probatorio del danneggiato è assistito da presunzioni, risulta molto arduo pensare che nell’istruttoria non sia emerso nulla relativo alla relazione di affetto che i padroni avevano per quell’animale. Già il fatto di prendersene cura dimostra una certa inclinazione affettiva; a maggior ragione se ciò è assistito da presunzioni.

L’insegnamento che se ne può trarre è comunque il fatto che non bisogna assolutamente trascurare l’aspetto probatorio; o meglio, non concentrarsi esclusivamente sui profili sostanziali, a scapito dei profili processuali, poiché anche questi ultimi rappresentano l’ariete che consente di sfondare il portone dell’an debeatur, non essendo confinati soltanto al successivo ed eventuale profilo del quantum.