Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Valeria Cianciolo - 22/11/2017

Niente amministrazione di sostegno per il prodigo. Nota a Tribunale Modena, sentenza 3 novembre 2017.

Introduzione. Le misure di protezione tutelano la persona debole, non già la sua famiglia, come può desumersi anche dalla Conv. 13.9.2006 delle Nazioni Unite sui «Diritti delle persone con disabilità», ratificata in Italia dalla l. 3.3.2009, n. 18. L’art. 12 stabilisce che le misure volte a favorire l’esercizio della capacità d’agire devono rispettare «i diritti, la volontà e le preferenze della persona, [essere] scevre da ogni conflitto di interesse... proporzionate e adatte alle condizioni della persona...».

La protezione è dunque, destinata esclusivamente al disabile. Nel nostro ordinamento, peraltro, i diritti patrimoniali dei familiari sono ben tutelati da strumenti diversi dall’inabilitazione o dall’amministrazione di sostegno. Deve affermarsi, in conclusione, la legittimità della protezione non quando la persona compia consapevolmente e lucidamente spese eccessive e stravaganti, ma solo quando tali spese dipendano da una patologia. In tal caso se per un verso, l’inabilitazione si rivela spesso misura protettiva insufficiente, per altro verso, invece, essa può apparire eccessiva nel limitare la capacità d’agire per tutti gli atti di straordinaria amministrazione.

Il caso. La vicenda da cui trae origine la decisione in commento ha ad oggetto la richiesta di nomina di un A.d.S. da parte dei figli di un uomo che aveva dissipato il proprio patrimonio vivendo al di sopra delle proprie possibilità, “spendendo in viaggi, serate, donne”.

A causa di questa vita di eccessi, oggi lo stesso risulta impossidente, vive con una modesta pensione (di € 400) in un appartamento comodatogli dal nipote.  Risulta pacifico che l’uomo, non è affetto da alcuna patologia psichiatrica, né è stato in cura psichiatrica.

Per questo motivo, i ricorrenti adivano il Giudice tutelare affinché gli affiancasse un amministratore di sostegno in grado di limitare i gravi danni di natura patrimoniale che il padre continuava a perpetrare.

Il Tribunale modenese si chiede dunque, se la condizione di persona prodigale, non affetta da vizio di mente, legittimi un provvedimento limitativo della capacità di agire e nel fare ciò, richiama i vari orientamenti giurisprudenziali che si sono avuti negli ultimi decenni.

Un primo orientamento ha ritenuto rilevante ai fine del provvedimento di inabilitazione, la c.d. obiettiva prodigalità. In particolare, ribadendo un orientamento risalente nel tempo, secondo cui: “la prodigalità, cioè un comportamento abituale caratterizzato da larghezza nello spendere, nel regalare o nel rischiare, eccessiva rispetto alle proprie condizioni socio-economiche ed al valore oggettivamente attribuibile al denaro, configura autonoma causa di inabilitazione, ai sensi dell'art. 415 comma 2 c.c., indipendentemente da una sua derivazione da specifica malattia o comunque infermità, e, quindi, anche quando si traduca in atteggiamenti lucidi, espressione di libera scelta di vita, purché sia ricollegabile a motivi futili (ad esempio, frivolezza, vanità, ostentazione del lusso, disprezzo di coloro che lavorano, dispetto verso vincoli di solidarietà familiare)”[1].

Secondo invece, una più moderna è condivisibile impostazione la prodigalità suppone in primis la patologia mentale, che espone la persona al rischio di un danno economico, dato che la sola compromissione del patrimonio familiare non sarebbe sufficiente a giustificare il provvedimento limitativo della capacità di agire.

Nell’art. 415 c.c. la prodigalità è slegata dall’infermità mentale, essendo prevista nel 2º co. il quale richiede anche il grave pregiudizio economico, presupposto, questo, non richiesto dal 1º co.

La prodigalità, quindi, non implica, se ci si attiene alla lettera della norma, la prova dell’infermità mentale, bensì dell’attitudine a dissipare il proprio patrimonio. Ma tale prova, non è sufficiente poiché deve essere la conseguenza di un impulso patologico che priva il soggetto della facoltà di valutare lucidamente le conseguenze degli atti che compie.

Se manca questo legame tra condotta sregolata e patologia, deve prevalere sull’esigenza protettiva la libertà di utilizzare il proprio patrimonio anche con l’intento di annientarlo.

E` agevole rilevare allora come la deficienza psichica in cui versi il prodigo, condizione meno grave dell’infermità mentale, attiri, in linea teorica, il caso in esame nell’orbita dell’amministrazione di sostegno. Tanto più che talvolta, come abbiamo rilevato, per assicurare adeguata protezione occorre incidere sulla capacità di compiere atti non solo di straordinaria, ma anche di ordinaria amministrazione. In tale eventualità, l’inabilitazione si mostra insufficiente (prevedendo solo l’assistenza per la straordinaria amministrazione), mentre l’interdizione appare eccessiva eliminando anche diritti fondamentali come la capacità di testare. Ne consegue l’applicabilità dell’amministrazione di sostegno se la condotta è espressione di una patologia, come spessissimo accade, secondo la letteratura medica, quando gli atti siano irrazionali e sproporzionati rispetto al patrimonio e al reddito.

Il giudice, eventualmente, per responsabilizzare il beneficiario, può lasciare intatta la capacità di agire per gli atti che non superino un certo importo[2].

Conclusione. La risposta al quesito viene formulata nel corpo del provvedimento annotato ove il G.T., in modo perentorio ed esaustivo precisa che : “ritenere che al prodigo, il quale sperperi il proprio patrimonio e non sia affetto da patologia psichiatrica di sorta, non è nominabile un amministratore di sostegno, a tenore dell'art. 404 c.c., dato che la norma espressamente condiziona la nomina al riscontro di una “infermità o menomazione psichica”. Il chè ben si spiega nell'ottica di tutela della persona che pervade il nostro ordinamento, secondo una prospettiva costituzionalmente orientata di protezione della dignità e libertà umana, in tutte le sue forme e manifestazioni, anche in quella di sperpero. In sostanza, il comportamento prodigale, di consapevole dilapidazione del proprio patrimonio, rientra in una sfera di libertà dell'uomo che l'ordinamento non può e non deve comprimere, pena la riemersione di una concezione dello Stato etico; per quanto l'esercizio di tale pretesa libertà economica sia eticamente e socialmente censurabile e vada censurata, laddove induca allo sperpero ed alla dilapidazione patrimoniale.”

In quest'ottica si è orientato il Tribunale di Modena:i comportamenti di dilapidazione del proprio patrimonio personale legittimano la nomina di un amministratore di sostegno solo laddove essi espongano a conseguenze dannose le persone verso cui il beneficiario è responsabile[3].

[1] Cass. 19 novembre 1986, 6805, in Giust. Civ., 1987, I, 327; in Foro it., 1987, I, 823, con nota di MANACORDA, La prodigalità e i suoi possibili rapporti con l'infermità psichica. Un concetto che muta con l'evoluzione storica; in Riv. Not., 1987, 360. Nella giurisprudenza di merito, Trib. Catania, 21 novembre 2007, in Giust. Civ., 2008, 3027, s.m., con nota critica di NAPOLI, La prodigalità nell'inabilitazione.

[2] Il Trib. Modena, 20.3.2008, in Giust. civ., 2008, 9, 2037 ss., con nota di BULGARELLI, Prodigalità: inabilitazione o amministrazione di sostegno?, in un caso di prodigalita` e di dedizione al gioco, ha affermato che non vi erano «esigenze di cura e protezione tali da legittimare il ricorso ai residuali, ed ormai eccezionali istituti dell’interdizione o dell’inabilitazione dopo l’introduzione dell’amministrazione di sostegno». Nel dispositivo del decreto il giudice tutelare ha disposto l’ablazione della capacità d’agire per tutti gli atti di straordinaria amministrazione e per gli atti di ordinaria amministrazione di importo superiore a 30,00 euro. Sempre il Trib. Modena, 20.2.2008, in De Jure on line, in una vicenda in cui il soggetto debole «non riesce a dire di no a certe persone e non ha capacità di resistere agli stimoli esterni», ha attribuito all’amministratore di sostegno il potere di assistere il beneficiario nel compimento di tutti gli «atti depauperativi aventi un valore superiore a euro 2.000».

[3] Trib. Modena 25 settembre 2006, in Giur. Merito, 207, 955, con nota di CENDON, Nota a Tribunale di Modena 25 settembre 2006.