Diritto, procedura, esecuzione penale - Reo, vittima -  Matilde Davoli - 22/09/2017

Noi fuori e loro dentro.

Il toccante libro “Fine pena: ora” di Elvio Fassone (magistrato, componente del CSM e Senatore), racconta la storia vera della corrispondenza che ha intrattenuto per 26 anni con un giovane ergastolano da lui condannato e pone importanti interrogativi sul tema del carcere e della pena.

Leggere questo libro mi ha portato a farmi alcune domande.

"C'è una stagione, ignota agli altri ma vera, nella quale il detenuto ha maturato la convinzione di avere pagato il giusto. Sa che doveva "pagare" (il gergo del carcere usa sempre questo verbo: "ho fatto due rapine ma le ho pagate") e sentire che quella quantità corrisponde al dovuto secondo la sua idea di giustizia. Se siamo capaci di cogliere quel tempo è salvo lui con tutto il percorso fatto, e siamo salvi noi. Se siamo sordi, è salvo solo lui "quando arriverà lei me ne andrò io".  ("Fine pena: ora", pag.80)

Credo che anche nell'opinione pubblica esista quel momento in cui siamo noi i primi a pensare che una pena sia troppo lunga o, forse molto più spesso, troppo breve, o ancora, ci stupiamo che una persona che ha commesso un tale efferato reato, sia già libero.In virtù della mia attività lavorativa, sono ormai da tempo a contatto con la realtà carceraria, ma nonostante questo mi sorprendo ancora quando sento il numero degli anni trascorsi tra le quattro mura o quando mi dicono quelli che mancano alla libertà. Poi quando quel numero di anni tende all'infinito, posso solo cercare di immaginare..Dal loro percorso dentro al carcere e dal tipo di relazione che stringo con ognuno di loro chiaramente cambia la mia sensazione di "giustizia", che non deriva da competenze giuridiche, ma semplicemente da emozioni o empatia. Vedo che in certe situazioni la "rieducazione" esiste veramente, così come nella storia raccontata in questo libro e allora mi chiedo: perchè tenerli dentro così tanto se il loro percorso ha funzionato? Come si può conciliare il senso di “giustizia” con questi aspetti? Ma soprattutto come si possono diffondere e riconoscere i differenti percorsi di "rieducazione" per evitare di cadere in quella "sordità" che “salva solo lui” e quindi colmare quel senso di distanza ed incomprensione tra "noi società fuori" e "loro dentro"?

"...se almeno gli scienziati inventassero uno psicoscopio, con il quale guardare dentro l'anima e scoprire quand'è che l'individuo si è "rieducato"....ma lo psicoscopio non esiste." ("Fine pena: ora", pag. 162).

Libri come questo sono un ottimo punto di partenza per sensibilizzarci.