Famiglia, relazioni affettive - Generalità, varie -  Valeria Cianciolo - 29/01/2019

Non è annullabile il testamento redatto da persona affetta da disturbo bipolare. Nota a Cass. civ. Sez. VI - 2, Ord., 22-01-2019, n. 1682

Il caso. Tizia conveniva in giudizio Caia per far dichiarare la nullità dei due testamenti olografi di Tizione, e per l'effetto, sentire dichiarare nulla la successione testamentaria in favore dell'apertura della successione legittima. A sostegno di dette pretese, l'attrice deduceva la nullità dei suddetti testamenti, ai sensi dell'art. 591, co. 3°, c.c., in quanto il de cuius, al momento della redazione, si sarebbe trovato in stato di incapacità naturale determinato da disturbo psichico (cd disturbo bipolare) di cui era affetto, sin dagli anni Novanta, e che gli avrebbe impedito di attendere ai propri interessi morali e materiali. Il Tribunale rigettava la domanda. La Corte d’Appello rigettava l’appello principale posto che dagli atti di causa e considerate le risultanze cui era pervenuto il CTU, non risultava fosse stata fornita la prova che il de cuius nel momento in cui aveva redatto il testamento, fosse incapace di intendere e di volere. I giudici di merito hanno dunque, escluso che il de cuius, nonostante affetto da una malattia di una certa gravità, avesse mai perduta la capacità di autodeterminarsi, ovvero, la capacità di porre in essere atti di ordinaria e/o straordinaria amministrazione.

La Cassazione nel rigettare il secondo motivo del ricorso evidenzia come i giudici di merito, pur accertata la sindrome bipolare di grado II del testatore, in nessuna delle relazioni peritali svolte nel corso del giudizio di interdizione promosso dai medesimi attori si afferma che la malattia abbia determinato un “assoluto stato di incoscienza”, e che anzi tre giorni prima della scrittura della seconda scheda testamentaria il testatore non versava in una situazione di parziale capacità di intendere e di volere nel compiere atti di autonomia gestionale.

Ad ogni modo, la prova di uno stato di incapacità naturale ai sensi dell'art. 428 c.c. era a carico della parte che chiedeva l'annullamento del testamento e non, invece, come sostenuto dalla ricorrente, a carico del convenuto.

La prova per l’annullamento del testamento. Come è noto l’art. 591, 1° co., c.c. stabilisce che “Possono disporre per testamento tutti coloro che non sono stati dichiarati incapaci dalla legge.” E’ un principio ormai assodato in giurisprudenza che in tema di annullamento del testamento, l'incapacità naturale del testatore postula la esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del "de cuius", bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell'atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti o della capacità di autodeterminarsi; peraltro, poiché lo stato di capacità costituisce la regola e quello di incapacità l'eccezione, spetta a chi impugni il testamento dimostrare la dedotta incapacità, salvo che il testatore non risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso grava, invece, su chi voglia avvalersene provarne la corrispondente redazione in un momento di lucido intervallo[1].

La prova della causa di incapacità deve essere fornita da chi invochi l'annullamento del testamento, mentre il giudice del merito può trarre la prova dell'incapacità del testatore dalle sue condizioni mentali, anteriori o posteriori, sulla base di una presunzione potendo l'incapacità stessa essere dimostrata con qualsiasi mezzo di prova

Quanto all'impugnazione per incapacità di intendere e di volere del testatore, si precisa che spetta all'attore provare la sussistenza dell'incapacità nel momento della redazione dell'atto, mentre, se la prova renda evidente uno stato permanente di infermità mentale del testatore, spetta al convenuto, il quale intenda avvalersi del testamento, provare un eventuale lucido intervallo nel momento di manifestazione dell'ultima volontà.

Alla luce di queste considerazioni, chi si volesse avventurare in un contenzioso per chiedere l’annullamento di un testamento, deve tener conto che la semplice produzione in giudizio della cartella clinica del de cuius, riferibile al periodo in cui lo stesso ha redatto il testamento, dalla quale si deduca un banale stato di decadimento fisico tipico dell'età avanzata del testatore, ma dal quale non sia dato ricavare con assoluta certezza la sussistenza di una patologia di una gravità tale da compromettere seriamente ed indiscutibilmente la capacità di intendere e volere dello stesso, non è sufficiente, ove non suffragata da ulteriori inequivoci elementi, ai fini dell'annullamento del testamento per incapacità naturale del testatore.

L’incapacità naturale, in buona sostanza, deve consistere in una condizione di totale obnubilazione della mente del testatore, tale da precludergli non solo la redazione del testamento, ma anche il compimento di qualunque atto, cioè, da renderlo totalmente incapace di intendere il significato della sua condotta e di assumerne volontariamente le conseguenze[2]. Per dimostrare l’incapacità di intendere e di volere, invece, la semplice allegazione della patologia mentale non è più sufficiente perché non consente ancora di verificare la concreta incidenza della stessa sul processo volitivo dell’autore, essendo a tal fine necessaria un’attenta valutazione del contenuto e della forma della scheda testamentaria.

L’incoerenza e l’illogicità del testamento, invece, potranno giustificarne l’annullamento in presenza di ulteriori elementi, incentrati sulla stessa persona del de cuius, sulla sua vita quotidiana, sulle sue condizioni di salute, sulla sua idoneità a regolare i propri interessi anche fuori dall’ambito testamentario[3].

 

[1] Voltaggio Lucchesi, L’infermità di mente e il «lucido intervallo» nelle disposizioni testamentarie, in Foro sic., 1951, 13 ss.

[2] Cfr. Brunelli e Zappulli, Il libro delle successioni e donazioni, Milano, 1940, 238; Carnelutti, Incapacità del testatore per infermità di mente, in Foro it., 1941, I, 1165 ss.

[3] Cfr. Cass., 4.7.1961, n. 1600, in Giust. civ., 1961, I, 1786 ss.; App. Napoli, 27.4.1962, in Dir. e giur., 1963, 476 ss., confermata da Cass., 18.7.1966, n. 1947, in Foro padano, 1967, I, 586 s.; Cass., 19.11.2004, n. 21904.