Diritto, procedura, esecuzione penale - Procedura penale -  Redazione P&D - 16/12/2018

Non è necessario il pagamento del debito tributario per avanzare richiesta di applicazione della pena - Cass. pen. 38684/18 - Giuseppe Mangiameli

Non è necessario il pagamento del debito tributario per avanzare richiesta di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p.

Nota alla recente pronuncia della Terza Sezione della Corte di Cassazione n. 38684/2018.

Con la sentenza del 21.8.2018 n. 38684, la Terza Sezione della Corte di Cassazione è intervenuta in tema di patteggiamento e reati tributari, con una decisione che con ogni probabilità avrà effetti dirompenti dal punto di vista pratico-applicativo.

La decisione in commento segue il ricorso proposto dal Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Firenze avverso la pena inflitta all’imputato, con applicazione della pena su richiesta ex art. 444 c.p.p., per il reato di cui all’art. 13 bis D.Lgs. 74/2000.

Secondo la Procura Generale, l’art. 13 bis(1) menzionato, non ammetterebbe l’applicabilità del rito alternativo del patteggiamento se non a seguito dell’integrale pagamento del debito tributario e del ravvedimento operoso, circostanze non verificatesi nel caso di specie.

Nell’ottica della Procura Generale, pertanto, il rito premiale sarebbe sottoposto alla condizione del pagamento integrale degli importi dovuti a titolo di debito tributario, delle sanzioni amministrative e degli interessi. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha ritenuto la scelta del Tribunale di prime cure immune da censure discostandosi nettamente dall’orientamento prevalente(2).

Nel dichiarare inammissibile il ricorso la Suprema Corte ha, infatti, affermato la piena legalità della pena applicata, con una soluzione interpretativa che parte dal dato letterale delle disposizione contenute negli artt. 13 e 13 bis, comma 2, D.Lgs. 74/2000.

Orbene, a mente della disposizione da ultimo citata, per i reati tributari inseriti nel D.Lgs. 74/2000, il rito alternativo di cui all’art. 444 c.p.p. può essere richiesto “solo quando ricorra la circostanza di cui al comma 1, nonché il ravvedimento operoso”.

Viene, inoltre, inserita una clausola di salvezza finale che, appunto, fa salve le

“ipotesi di cui all’art. 13, commi 1 e 2.”

Il comma 1 richiamato dal comma 2 dell’art. 13 bis D.Lgs. 74/2000 contempla una circostanza attenuante ad effetto speciale (3), che si applica “fuori dai casi di non punibilità”, quando “siano stati estinti i debiti tributari, comprese sanzioni amministrative ed interessi, mediante integrale pagamento degli importi dovuti, anche a seguito delle speciali procedure conciliative e di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie” prima dell’apertura del dibattimento di primo grado.

Il comma 2 dell’art. 13 bis D.Lvo 74/2000, inoltre, richiama l’art. 13 comma 1 e 2 D.Lgs. 74/2000 che a sua volta, prevede una causa sopravvenuta di non punibilità applicabile per i reati di cui agli artt. 10 bis, 10 ter, 10 quater (ipotesi del comma 1) e – con sostanziali differenze - anche agli artt. 4 e 5 (ipotesi del comma 2) quando vengono corrisposti i debiti tributari, la sanzioni e gli interessi. Nel primo caso, a causa del minor disvalore delle condotte, per l’operatività della causa di non punibilità viene concessa all’imputato una cornice temporale più ampia, che si prolunga fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento. Nel secondo, invece, e cioè quando la violazione concerne non solo il versamento, ma l’intera dichiarazione, è previsto un termine di adempimento più breve, ma soprattutto spontaneo.

Ebbene, a parere della Suprema Corte, la coesistenza di tali disposizioni, la causa di non punibilità ex art. 13 e la clausola di salvezza finale dell’art. 13 bis comma 2 rivelerebbe “una insanabile contraddizione interna del sistema” ove si ritenesse che il pagamento integrale del debito possa fungere, allo stesso tempo, da causa di non punibilità e presupposto di legittimità di applicazione della pena che “fisiologicamente, non potrebbe riguardare reati non punibili.” È evidente, infatti, che se attraverso il pagamento del debito tributario si estingue il reato, in via radicale e pregiudiziale, facendone venir meno la sua punibilità, allora questo stesso meccanismo di estinzione dell’illecito non può essere ritenuto elemento essenziale ai fini dell’applicazione della pena su richiesta.

In altri termini, alla luce della recentissima pronuncia due sono le strade concretamente percorribili dall’imputato di uno dei reati previsti dagli artt. 10 bis,

10 ter e 10 quater (ma il medesimo principio sembra ritenersi applicabile anche ai reati di cui agli artt. 4 e 5 (4)) prima dell’apertura del dibattimento:

    -  Provvedere al pagamento, entro i termini stabiliti, dell’integrale debito tributario, comprensivo di sanzioni ed interessi e, giovarsi dell’efficacia estintiva della causa di non punibilità di cui all’art. 13 D.Lgs. 74/2000;

    -  Non provvedere ad alcun pagamento, con facoltà di avanzare istanza di applicazione della pena su richiesta alla luce del combinato disposto degli artt. 13 e 13 bis, comma 2 D.Lgs. 74/2000.



1 come introdotto a seguito della entrata in vigore del D.L. n. 138 del 2011, art. 2, comma 36 viciesemel, convertito, con modificazioni, con L. n. 148 del 2011 (disposizione poi trasfusa, a seguito della entrata in vigore del D.Lgs. n. 158 del 2015, nell'art. 13 bis, comma 2, del medesimo D.Lgs. n. 74 del 2000.
2 ex multis: Cass. pen., Sez. III, 01 luglio 2016, n.29565, in Diritto & Giustizia 15 giugno 2017: “In presenza di un reato tributario, affinché l'imputato possa avanzare la richiesta di patteggiamento occorre che il debito tributario e le eventuali sanzioni amministrative connesse al ritardato pagamento siano integralmente estinti.”
3 con riduzione della pena fino alla metà e con l’esclusione delle pene accessorie ex art. 12.
4 “sempreché il ravvedimento operoso o la presentazione siano intervenuti prima che l’autore abbia avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche o dell’inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o procedimento penale”.