Diritto, procedura, esecuzione penale - Generalità, varie -  Redazione P&D - 25/04/2020

Non in nome del popolo italiano - Giuseppe Scarpa

In questi giorni abbiamo assistito ad uno scontro tra magistrati ed avvocati in relazione al cd processo penale da remoto.

Invero, il Parlamento ha approvato la legge che prevede lo svolgimento delle udienze da remoto, ossia la celebrazione dell’udienza lontano dal luogo deputato per legge a tale funzione, cioè il Tribunale.

Un processo, quindi, fuori dall’aula ma non in un altro luogo fisico-materiale, bensì in “rete”. Correttamente illustri cattedratici ed avvocati penalisti hanno evidenziato in maniera eccelsa tutti i profili di violazione di principi costituzionali relativi al giusto processo.

A tali voci hanno fatto seguito meri slogan, spesso dettati più da un ovvio populismo che da un ponderato buonsenso, assolutamente privi di qualsivoglia approfondimento giuridico: "la giustizia non si può fermare", "si deve tutelare la salute", "il distanziamento sociale contrasta la diffusione del virus". Qualche malpensante potrebbe ritienere che questo processo da remoto rappresenti una prova tecnica per allontanare la ingombrante presenza della difesa dalle aule ed alleggerire il processo, troppo gravato da orpelli inutili e sovrabbondanti, al fine di sferrare il colpo di grazia ai principi del giusto processo.

Ad ogni buon conto, con questa mia modesta riflessione da operatore del diritto, privo di titoli accademici, onorificenze o altro, paleso un vulnus, allo stato insuperabile, del processo da remoto che, come immaginato dalle eccelse menti che l'hanno teorizzato, condurrebbe ad una inevitabile esclusione di fatto dal processo di un soggetto troppo spesso dimenticato: il Popolo.

Quel Popolo nel cui nome si esercita l’attività giurisdizionale e si emettono provvedimenti che incidono su diritti costituzionalmente garantiti.

Ebbene si, perché ancora oggi le sentenze sono emesse nel nome del Popolo italiano. Ed intanto questa formula potrà continuare ad essere utilizzata se a quel Popolo viene riconosciuta la possibilità di potere assistere al rito del processo.

Ma andiamo per ordine. Io ho una consolidata abitudine, quella di guardare al presente immaginando il futuro, traendo però insegnamento dal passato, fonte di fulgidi esempi offerti da lumiari del diritto, impareggiabili quanto attuali. Già nel 1764, infatti, Cesare Beccaria scriveva : “pubblici siano i giudizi, e pubbliche le prove del reato, perché l’opinione, che forse è il solo cemento della società imponga un limite a chi governa”

Questo principio, che dovrebbe risuonare nella testa di ogni sedicente giurista, trova un esplicito riconoscimento nell’art. 6 comma 1 CEDU dove è sancito il diritto di ogni persona “a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente, ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente ed imparziale, costituito per legge” e tra l’altro recita ancora che “la sentenza deve essere resa pubblicamente”

D'altronde, anche la Corte Europea stabilisce che la pubblicità rappresenta la tutela contro una giustizia segreta, sottratta al controllo del pubblico in quanto mezzo per realizzare la trasparenza dell’amministrazione della giustizia (principio espresso nelle sentenza Riepan c Austria del 14.11.00 e Tierce ed altri c/ San Marino del 25.7.00)

Quale illustre precedente giurisprudenziali in suffragio delle mie affermazioni, cito solo una delle innumerevoli sentenze con cui la Corte Europea ha stabilito che il processo debba tenersi in un luogo facilmente accessibile in un aula capace di contenere un certo numero di spettatori normalmente raggiungibile e riconoscibile attraverso adeguata informazione: mi riferisco alla sentenza relativa al processo Riepan c Austria (... metti gli estremi)

Il principio della pubblicità della udienza, inoltre, trova un ulteriore riconoscimento nell’art. 47 comma 2 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e 14 comma 2 del Patto internazionale sui diritti civili e politici.

Questo per quanto riguarda la normazione sovranazionale. Al costituzionalista dell’ultima ora, che potrebbe obiettare asserendo che nella Costituzione non vi è un espresso richiamo alla pubblicità della udienza, ricordo alcune pronunce della Corte Costituzionale.

Ebbene, la Corte Costituzionale con sentenza n. 25 del 1965 ha chiarito come la regola della pubblicità dei dibattimenti giudiziari debba essere coerente ai principi di in un ordinamento democratico, fondato sulla sovranità popolare e conforme l’amministrazione della giustizia che in quella sovranità trova fondamento; giungendo, nel 1981 con la sentenza n. 17, a cogliere la matrice costituzionale nell’art. 1 comma 2 della Costituzione in virtù della esigenza generale dei regimi liberi di assicurare il controllo della pubblica opinione su tutte le manifestazioni della sovranità popolare.

Ma non sfuggirà a molti che tutti i provvedimenti che sono adottati nelle segrete stanze rectius camere di consiglio senza la partecipazione del pubblico non sono emesse con la formula nel nome del popolo italiano.

Di contro altri provvedimenti emessi in nome del popolo italiano senza la partecipazione del pubblico richiedono l’assenso-consenso dei soggetti che partecipano al rito.

E’ altresì vero che al singolo magistrato è rimessa la possibilità di procedere a porte chiuse, ma tale scelta è frutto di un provvedimento del magistrato che può essere sottoposto al vaglio di autorità giudiziarie sovraordinate.

Orbene, nel processo da remoto è stato escluso il pubblico. Alla luce di tale esclusione, ritengo che i provvedimenti adottati con l'ausilio di procedure da remoto dovranno essere emessi nel nome di qualsivoglia Ente, Ufficio o Autorità, ma non nel nome del Popolo Italiano!

Personalmente, nel consueto ed imprescindibile rispetto della legge, mai rinuncerò a far valere i diritti del mio assistito. In conformità ai granitici principi di diritto costituzionali ed europei, chiederò che l'udienza sia pubblica ed impugnerò le sentenze emesse da remoto, ritenendole nulle per omessa pubblicità della udienza.