Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Gemma Brandi - 17/09/2019

Non negate la mia sofferenza, non abbandonatemi!

Relazione al convegno Woodstock 2019, Persone in movimento

Due le parole che attraversano il titolo: sofferenza ovvero malum, calamitas; abbandonare, da abandonner, termine francese con etimo franco-tedesco: à - ban (tedesco) - donner, ossia mettere alla mercé. Quindi: “Non negate il mio male, la mia disgrazia, non lasciatami alla sua mercé”.
Per rispondere a questo grido di aiuto che esprime una umanità non ascoltata al punto da passare all’atto, o non ascoltata al punto da ammutolire, serve un misto di eresia, coraggio, passione e impegno, ossia le ricercate virtù cardinali del cavaliere di Diritti in movimento. Il placido opportunismo, la viltà dei falsi testimoni (lo sono anche i testimoni omissivi), l’apatia che è alla base di una diffusa anestesia sociale, l’accidia egoista: ecco i vizi capitali che minano i bisogni di tutte le fragilità.
Le fragilità sono variegate e alcune destano un paternalismo sociale immediato, ad esempio quelle che investono i più piccoli, Bibbiano docet. Tutti, almen lo spero, siamo disposti a schierarci al fianco di quei piccoli, a prenderne le difese. Anche le sofferenze provocate da handicap congeniti o da diagnosi agghiaccianti riscuotono una discreta simpatia immediata. Ma quando si parla di anziani e di falsi forti le cose si fan diverse, purtroppo, ahiloro, ahinoi tutti che potremmo incappare nel medesimo livido destino.
Dalla cronaca di questi giorni: Rosamaria Vitale, medico generoso, attivo sulle navi che trasportano migranti, in Africa e sulla terraferma, posta una notizia, scusandosi con il dire: “Ho solo delle brutte denunce da fare... ma le devo fare perché è giusto”. E così ci regala in un breve post la storia dell’“uomo sulla panchina”
Narra di avere conosciuto un signore, Gino, molto gentile e di animo buono, abitante in un alloggio popolare milanese. Lo stesso aveva accompagnato nello studio della Collega, qualche settimana prima, un ragazzo che la dottoressa definisce “terribilmente disturbato”: questi viveva da mesi sulla panchina di un giardino vicino alla casa del buon samaritano. Era stato adottato da una famiglia, ma a causa di incessanti dissidi aveva lasciato quella dimora. Il giovane desta la compassione anche di Rosamaria Vitale che si accorge di non avere mezzi sufficienti per aiutarlo, essendo lui affetto da un disordine tale da richiedere cure adeguate in regime di ricovero psichiatrico. Così consiglia al Signor Gino di accompagnarlo all’Ospedale di Niguarda. Il tentativo ha avuto l’esito agghiacciante che il benefattore cortese narra successivamente in un messaggio alla dottoressa disponibile: “Ho trovato il ragazzo l'altra notte con la testa coperta di feci. L’ho portato a casa, lavato e cambiato. Oggi ho chiamato gli assistenti sociali di.... dove il giovane risiede. Giocano a rimbalzo con il CPS, dicendomi che hanno fatto la segnalazione al CPS e dovrebbero chiamarmi per fissare un appuntamento. Nel frattempo la stessa assistente sociale, quando ho illustrato per l'ennesima volta le condizioni psichiatriche del ragazzo, mi ha consigliato di chiamare una ambulanza e farlo portare in PS. Stamani ho fatto così: è arrivata l'ambulanza, ho spiegato il tutto agli operatori che lo hanno portato al PS di Niguarda, dove è stato visitato genericamente e poi dimesso. Morale della favola: il ragazzo è ancora sulla panchina con le sue psicosi, i suoi deliri, e per tutti è un barbone in mezzo a tanti altri, quindi abbandonato al suo destino, in barba alle politiche sociali ecc...”.  Un messaggio che lascia interdetta la Collega.
E’ giusto denunciare quello di cui nessuno parla? E’ giusto parlare di falsi forti e non trattarli come cattivi tout court, prepararci ad affrontare anche su questo fronte la sfida che la grande migrazione pone all’Europa? O è più giusto fare orecchi da mercante? A mio avviso un tantino di eresia e il coraggio di essere scomodi sono i buoni compagni di cordata dei cavalieri di Diritti in movimento. Sono giusti.
E ora parliamo di Olga. Olga è una insegnante da tempo in pensione, proviene da una ricca famiglia e ha sposato un illustre professionista da cui non ha avuto figli. Ha ottantotto anni e, come tutte le persone dotate di una intelligenza acuta e critica, si è accorta per tempo di perdere colpi. Ha quindi provato a nominare suo procuratore generale una ex-allieva, una avvocatessa che pareva esserle molto legata. Qualcosa è andato storto e la procuratrice ha suggerito al GT la nomina di un Ads, non presentando la propria candidatura al compito e negando la presenza di parenti in vita (in realtà la Nostra ha due congiunti che saranno anche i suoi eredi). E’ stata nominata un’altra avvocatessa che però in due anni avrebbe visto la donna solo in rarissimi casi. La convoca inutilmente nel suo studio dove la beneficiaria non si reca, avendo maturato una sfiducia irreversibile in conseguenza di quelli che presenta come piccoli grandi disperfetti di gestione che l’hanno mortificata e progressivamente confusa (pagamento solo in grande ritardo del suo dentista, del salumiere; imposizione delle vacanze secondo le prescrizioni dell’Ads, eccetera). Per inciso, la Nostra sarebbe titolare di un ingente patrimonio. A fronte della sua richiesta di una piccola donazione a favore di persone sofferenti, seguendo una idea del marito scomparso, l’Ads avrebbe chiesto l’accertamento della sua capacità in relazione al donare e la donna è stata sottoposta a perizia psichiatrica. Nel corso di questa ha subito addirittura uno metaforico sgambetto, stando agli atti, considerato che il CTU le ha posto una domanda tranello che ne ha decretato il parere di incapacità a donare e ad altro. Fatto sta che ora si è aperto un procedimento per interdirla. Per inciso, l’impressione che il non giurista ha è che, gli uomini di legge che cercano una scappatoia nella interdizione, lo facciano per semplificare la propria esistenza, non importa che la complichino in tal modo alla persona fragile. La legge sulla Ads ha reso meno semplificabile la risposta a problemi complessi, chiedendo a chi esercita una tutela un impegno supplementare. E’ uno dei valori aggiunti di detta norma.  
La donna, che non riesce a tenere una conversazione, perdendo il filo se non sostenuta e corretta, esprime con una chiarezza disarmante e argomenta in maniera lucidissima la sua opposizione all’attuale Ads. Quest’ultima non mostra interesse ad acquisire la fiducia della sua beneficiaria, trattandosi forse a suo avviso di persona perduta. E così, se nessuno ascolterà la flebile richiesta di aiuto di una donna sola, molto anziana e fragilissima, la voce di lei diventerà sempre più flebile, fino a scomparire del tutto. Essere testimoni di un simile spettacolo è doloroso come vedere un bambino picchiato, e poco si può, visto che anche la sua salute è nelle mani dell’Ads.
E allora, vogliamo abbandonarla questa simpatica vecchietta più da merletti che da arsenico, della quale il suo medico dice: “Quando si ha una perdita cognitiva, tutto dipende dal livello da cui si parte e il livello di partenza di Olga era davvero considerevole!”? Orsù, cavalieri di Diritti in movimento, cosa fare insieme per aiutare tutte le Olga e tutti i Dimitri d’Italia? Cosa possiamo inventarci per creare un assetto imbattibile, come la tartaruga con cui l’esercito romano andava incontro al nemico, certo della propria invincibilità? Non è forse per non negare le sofferenze, anche quelle più scomode, per non abbandonarle alla deriva, che DM ha visto la luce?
Suggerisco due percorsi operativi, per passare dalle parole ai fatti, per agire una volta maturata una convinzione: creare e propugnare format per la preparazione di futuri Ads, non lasciando alla occasionalità o ad accordi privati le nomine in questo campo, vincolando alla formazione l’ingresso in elenchi cui i tribunali debbano attingere; dare vita a task force competenti, grazie a una rinnovata generosità che ci permetta di riconoscere le competenze, appunto,  a partire dal nostro consesso, per rispondere a situazioni critiche che investono i fragili, coloro che DM non può permettersi di lasciare alla mercé del malum e/o della calamitas.
Non resta che rimboccarsi le maniche!