Stranieri, immigrati - Stranieri, immigrati -  Michele Delrio - 05/09/2017

Non possono essere mere formalità ad impedire il riconoscimento della cittadinanza: Cass. Civ.n. 12380 del 17/05/2017

Non possono essere mere formalità ad impedire il riconoscimento della cittadinanza: commento alla sentenza n. 12380 del 17/05/2017 emessa dalla Prima Sezione civile della Corte di Cassazione.

In attesa che il Legislatore nazionale mantenga la promessa data ai giovani figli di immigrati nati e cresciuti nel nostro Paese di riconoscerli come cittadini italiani a tutti gli effetti, è la Corte di Cassazione ad aprire un varco nella legislazione relativa ai diritti di cittadinanza.

Il Tribunale di ultime cure ha infatti accolto il ricorso presentato da una giovane nata da genitori immigrati e residente in Italia continuativamente dalla nascita al diciottesimo anno di età, che si era vista negare dal Tribunale di Bologna in prima istanza, e dalla Corte d’Appello successivamente, il riconoscimento della cittadinanza italiana.

Rispetto ai requisiti per ottenere la cittadinanza, in primo luogo occorre ricordare quanto previsto dall’art. 4, comma 2, della l. n. 91 del 1992 (“Nuove norme sulla cittadinanza”) secondo il quale “Lo straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente, senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data”.

Tale articolo va interpretato nel senso che occorre, da un lato una residenza in Italia, effettiva e non meramente formale, e continuativa fino alla maggiore età, e dall’altro la non violazione delle norme che regolano l’ingresso, la circolazione ed il soggiorno degli stranieri.

Nel caso in oggetto, il problema nasce dal fatto che i genitori avevano indicato nell’atto di nascita della figlia (05/06/1991) di risiedere all’estero nell’ex Jugoslavia.

Successivamente, solo quattro anni dopo, i genitori presentavano la richiesta di iscrizione all’anagrafe della minore, da cui scaturiva l’erronea convinzione che l’emigrazione dalla ex Jugoslavia fosse avvenuta esattamente in quel momento (ossia nel 1995), mentre in realtà il padre, e la stessa figlia, soggiornavano in Italia sin dal giorno della nascita della ragazza.

Tuttavia, alla luce dell’indicazione fornita dai genitori nell’atto di nascita, secondo i due Tribunali bolognesi mancava il requisito della residenza in Italia in maniera continuativa per 18 anni e pertanto rigettavano la richiesta della giovane di ottenere la cittadinanza italiana.

Di altro avviso la sentenza della Suprema Corte in esame, secondo la quale la Corte di Appello non ha “provveduto ad accertare la residenza effettiva della ricorrente dalla nascita” secondo i parametri previsti dall’art. 43 c.c., dagli artt. 138 cpc e ss. in materia di disposizioni processuali sulla notificazione degli atti giudiziari, e dalle sentenze della Cass. Civ. n. 2814/2000, Cass. Civ. n. 5726/2002, per le quali la definizione giuridica di residenza si fonda sul criterio dell’effettività, da ritenersi prevalente sulla residenza anagrafica.

E’ inoltre del 2007 la circolare n. 22 del Ministero dell’Interno, dove viene espressamente precisato che “l'iscrizione anagrafica tardiva del minore presso un Comune italiano, potrà considerarsi non pregiudizievole ai fini dell'acquisto della cittadinanza italiana, ai sensi dell' art. 4 comma 2 della legge 91/92, ove vi sia una documentazione atta a dimostrare l'effettiva presenza dello stesso nel nostro Paese nel periodo antecedente la regolarizzazione anagrafica (attestati di vaccinazione, certificati medici in generale etc.)” .

La Suprema Corte nella sentenza in oggetto aggiunge inoltre che in materia di riconoscimento della cittadinanza italiana “all’interessato non sono imputabili eventuali inadempimenti riconducibili ai genitori o agli uffici della Pubblica Amministrazione, ed egli può dimostrare il possesso dei requisiti con ogni altra idonea documentazione”.

La Corte d’Appello avrebbe dovuto dunque verificare l’effettiva continuità della residenza della giovane, mediante la documentazione fornita in atti, che peraltro proveniva da autorità pubbliche (es. certificazioni delle vaccinazioni eseguite a Bologna nell’anno della nascita fino ai successivi tre anni, i libretti di lavoro paterno che attestavano una continuativa permanenza a Bologna per ragioni di lavoro, gli assegni familiari percepiti dalla famiglia che attestano l’inclusione della minore nel nucleo familiare anche oltre la formalizzazione della residenza etc.).

Per tali motivi il ricorso della giovane figlia di immigrati, nata ed effettivamente residente per diciotto anni nel nostro Paese, è stato accolto dalla Suprema Corte e la sentenza della Corte di Appello di Bologna è stata cassata con contestuale rinvio per un nuovo esame alla luce della “crucialità dell’accertamento relativo alla residenza effettiva”.