Diritto commerciale - Impresa, società, fallimento -  Redazione P&D - 18/01/2019

Note a caldo sulla riforma fallimentare approvata il 10 gennaio 2019 e le conseguenze penali - F.U. Dell'Immagine

1. Premessa 2. Le misure premiali 3. Le disposizioni penali 4. Reati commessi nelle procedure di composizione delle crisi da sovraindebitamento e reati commessi nella procedura di composizione della crisi 5. Le misure antimafia 6. Le misure ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001 7. Sequestro preventivo 8. Sequestro conservativo        

1.Premessa
Una delle novità più significative introdotte dalla Legge 19 ottobre 2017, n. 155 è rappresentata dalle cc.dd. “procedure di allerta”: istituto che trova il suo corrispondente, all’interno della proposta di Direttiva UE 22 novembre 2016, nell’early warning, definito come il complesso degli strumenti “in grado di individuare un andamento degenerativo dell'impresa e segnalare al debitore o all’imprenditore la necessita? di agire con urgenza”. Tale istituto persegue un fine certamente virtuoso, essendo inteso ad arginare il danno economico e sociale generato da “crisi ritardate”: fenomeni che, se opportunamente gestiti con strumenti correttivi di carattere preventivo, potrebbero conoscere esiti diversi da quelli di un (più o meno) lento ed inesorabile processo di decozione dell’impresa, con una ricaduta positiva – oltre che per l’impresa stessa – per i lavoratori in essa impiegati e per l’indotto dei fornitori (sovente colpiti dal default di uno o più clienti rilevanti, con il concreto rischio di un rovinoso “effetto domino”). La procedura di alert è pertanto funzionale non soltanto all’operazione di salvataggio in sé considerata, avendo essa l’obiettivo più alto e più ambizioso di sollecitare una cultura d’impresa più responsabile, che consenta una “bonifica” tempestiva a beneficio di tutti i soggetti che a vario titolo sono interessati dalla crisi1.
Se gli scopi sono quindi indubbiamente nobili e condivisibili, va meglio compreso in chiave di analisi giuseconomica se e in che misura lo strumento concepito dalla Commissione Rordorf possa garantire soluzioni efficienti al problema di fondo (quello dei danni indotti dalle “crisi ritardate”) e se siano auspicabili correzioni di rotta nel segno di una maggiore efficacia di tale presidio, a tutela dell’imprenditore così come dei suoi creditori. 2 In via generale si può osservare che la L. n. 155/2017, con cui il Parlamento ha conferito delega al governo per la riforma della disciplina della crisi d’impresa e dell’insolvenza, valorizza i principi di responsabilità e premialità, orientandosi per un trattamento benevolo sotto più punti di vista - fiscale, ma anche penale - all’imprenditore che, individuati alcuni indici rivelatori di una crisi d’impresa e di una probabile futura insolvenza, diligentemente attiva quell’insieme di meccanismi di risoluzione della crisi introdotti dalla legge delega stessa.
Tale principio sta alla base dell’idea, propria della delega, di distinguere i concetti di stato di crisi (intesa come concreta probabilità di futura insolvenza) e di insolvenza vera e propria.
Il superamento del termine “fallimento” con quello di “liquidazione giudiziale” vuole rendere l’idea, anche dal punto di vista terminologico, del cambiamento di insieme che la riforma intende imprimere alla disciplina della materia. La riforma da un lato “carica” l’imprenditore (e non solo, ma anche gli organi di governo e di vigilanza dell’ente) di nuove responsabilità, chiedendogli di munirsi di strumenti interni di rilevazione della crisi d’impresa e, una volta constatatane l’esistenza, iniziare con prontezza quel percorso di risanamento e di esdebitazione “bonaria” che la delega offre3. Se l’imprenditore, facendo questo, si dimostra virtuoso, non solo potrà beneficiare di tali strumenti di risoluzione amichevole della crisi, ma gli sarà riservato anche un trattamento di favore sotto molteplici aspetti, come la riduzione delle sanzioni amministrative, e, sul piano penalistico, la concessione di attenuanti e, addirittura, di cause di non punibilità per alcuni reati fallimentari. Si può quindi affermare che la riforma interviene in via preventiva sulla crisi di impresa, al fine di creare il tessuto normativo per scongiurare l’insolvenza attraverso procedure negoziate, attraverso una nuova e preventiva fase di allerta, e usando strumenti di responsabilità e di premio verso l’imprenditore al fine di implementare e rendere efficaci e effettive le misure stesse.
Tale spirito riformatore, tale binomio responsabilità-premialità nell’ambito del diritto d’impresa, che riesce così mirabilmente a coniugare pragmaticità e moralità, non è nuovo, in realtà, degli esecutivi che sono espressione dell’attuale maggioranza parlamentare, avendo costituito l’imprinting anche di altre riforme importanti, tra le quali quella, recente, in tema di diritto tributario.
La norma penale è strutturalmente, naturalmente aperta agli influssi non solo del costume del tempo e del luogo, ma anche di norme extrapenali, le quali possono, come elementi normativi della fattispecie, interagire con il diritto penale.
Tale è il caso della riforma in commento, la quale, come si è anticipato sopra, grava l’imprenditore (e i vertici dell’ente societario) di nuovi e stringenti obblighi, la cui violazione potrà essere alla base di contestazioni dal punto di vista penalfallimentare.
Più in particolare, si segnala in questo senso l’art. 4 della legge in commento, il quale si occupa del rivoluzionario strumento della “procedura di allerta”, e cioè degli strumenti stragiudiziali di sostegno alle imprese, che sono diretti “a una rapida analisi delle cause del malessere economico e finanziario dell’impresa” e sono destinati a “sfociare in un servizio di composizione assistita della crisi” (dossier del Servizio Studi sull’A.S. n. 2861, p. 11).
La procedura per l’assistenza al debitore è attribuita a un apposito organismo di composizione della crisi, da istituirsi, secondo la lettera della norma in commento, presso ciascuna Camera di Commercio. Ora, a dire il vero, gli organismi di composizione della crisi da sovraindebitamento già esistono, già sono istituiti, funzionanti e operanti presso ciascuna Camera di Commercio ai sensi dell’art. 15 L. n. 3/2012 (oltre che del relativo regolamento di attuazione n. 202/2014).
Vi è l’obbligo, a carico degli organi di controllo dell’ente societario e degli organi di revisione, di avvisare immediatamente gli amministratori dell’ente “dell’esistenza di fondati indizi della crisi”, che dovranno essere determinati nello specifico dal Legislatore delegato (art. 4, lett. c).
Riguardo al collegio sindacale dell’ente societario, è previsto (art. 4, lett. f) che i membri del collegio non siano solidalmente responsabili con gli amministratori (per i fatti o le conseguenze pregiudizievoli successive), ove abbiano effettuato le dovute segnalazioni sullo stato di crisi all’organo amministrativo. Ai sensi dell’art. 14 della legge delega, l’esecutivo dovrà introdurre nel decreto delegato, in riforma a disposizioni del codice civile, il dovere dell’imprenditore e degli organi della procedura di creare strutture interne all’impresa idonee a consentire una tempestiva rivelazione dello stato di crisi, così da poter utilmente attivare le procedure alternative di superamento della crisi di cui si è detto sopra.


2. Le misure premiali
L’art. 25 prevede misure premiali all’imprenditore che ha presentato all’OCRI istanza tempestiva a norma dell’articolo 24 e che ne ha seguito in buona fede le indicazioni, ovvero ha proposto tempestivamente ai sensi del medesimo articolo domanda di accesso a una delle procedure regolatrici della crisi o dell’insolvenza di cui al presente codice che non sia stata in seguito dichiarata inammissibile, sono riconosciuti i seguenti benefici, cumulabili tra loro:
a) durante la procedura di composizione assistita della crisi e sino alla sua conclusione gli interessi che maturano sui debiti tributari dell’impresa sono ridotti alla misura legale;
b) le sanzioni tributarie per le quali è prevista l’applicazione in misura ridotta in caso di pagamento entro un determinato termine dalla comunicazione dell’ufficio che le irroga sono ridotte alla misura minima se il termine per il pagamento scade dopo la presentazione dell’istanza di cui all’articolo 19, comma 1, o della domanda di accesso ad una procedura di regolazione della crisi o dell’insolvenza;
c) le sanzioni e gli interessi sui debiti tributari oggetto della procedura di composizione assistita della crisi sono ridotti della metà nella eventuale procedura di regolazione della crisi o dell’insolvenza successivamente aperta;
d) la proroga del termine fissato dal giudice ai sensi dell’articolo 44 per il deposito della proposta di concordato preventivo o dell’accordo di ristrutturazione dei debiti è pari al doppio di quella che ordinariamente il giudice può concedere, se l’organismo di composizione della crisi non ha dato notizia di insolvenza al pubblico ministero ai sensi dell’articolo 22;
e) la proposta di concordato preventivo in continuità aziendale concorrente con quella da lui presentata non è ammissibile se il professionista incaricato attesta che la proposta del debitore assicura il soddisfacimento dei creditori chirografari in misura non inferiore al 20% dell’ammontare complessivo dei crediti.
2. Quando, nei reati di cui agli articoli 322, 323, 325, 328, 329, 330, 331, 333 e 341, comma 2, lettere a) e b), limitatamente alle condotte poste in essere prima dell’apertura della procedura, il danno cagionato è di speciale tenuità, non è punibile chi ha tempestivamente presentato l’istanza all’organismo di composizione assistita della crisi d’impresa ovvero la domanda di accesso a una delle procedure di regolazione della crisi o dell’insolvenza di cui al presente codice se, a seguito delle stesse, viene aperta una procedura di liquidazione giudiziale o di concordato preventivo ovvero viene omologato un accordo di ristrutturazione dei debiti. Fuori dai casi in cui risulta un danno di speciale tenuità, per chi ha presentato l’istanza o la domanda la pena è ridotta fino alla metà quando, alla data di apertura della procedura di regolazione della crisi o dell’insolvenza, il valore dell’attivo inventariato o offerto ai creditori assicura il soddisfacimento di almeno un quinto dell’ammontare dei debiti chirografari e, comunque, il danno complessivo cagionato non supera l’importo di 2.000.000 euro.


3. Le disposizioni penali
Il titolo IX è dedicato alle disposizioni penali ed è distinto in cinque capi. L’art. 2 della legge di delega in relazione alle disposizioni penali si limita a prevedere di sostituire il termine «fallimento» e i suoi derivati con l’espressione «liquidazione giudiziale», adeguando dal punto di vista lessicale anche le relative disposizioni penali, ferma restando la continuità delle fattispecie criminose». La legge di delega esclude, quindi, la bancarotta dal campo di intervento del decreto attuativo; per quanto si sia in presenza di una rivisitazione generale della materia cui è sotteso un diverso modo di porsi del legislatore di fronte al fenomeno dell’insolvenza, manca ogni indicazione volta alla riformulazione delle disposizioni incriminatrici della legge fallimentare Gli articoli che compongono i capi in cui è suddiviso il titolo in esame contengono, pertanto, le norme penali incriminatrici in materia di: reati commessi dall’imprenditore in liquidazione giudiziale (capo I); da persone 469 diverse dall’imprenditore in liquidazione giudiziale (capo II); le disposizioni applicabili nel caso di concordato preventivo, accordi di ristrutturazione dei debiti, piani attestati e liquidazione coatta amministrativa (capo III); reati commessi nelle procedure di composizione delle crisi da sovraindebitamento e reati commessi nella procedura di composizione della crisi (capo IV); le disposizioni di procedura (capo V). Salvo quanto si precisa con riguardo alle condotte descritte al capo IV (articoli 344 e 345), si tratta di norme che riproducono sul piano delle condotte incriminate le corrispondenti previsioni della legge fallimentare. Le norme in esame sono riscritte, quindi, sostituendo al termine “fallimento” quello di “liquidazione giudiziale” e al termine “fallito” quello di “imprenditore in liquidazione giudiziale”; al contempo si è proceduto a innovare i rinvii ai singoli articoli che regolano i corrispondenti istituti della legge fallimentare. Le norme penali in parola troveranno applicazione, dunque, nei riguardi dell’imprenditore “se è dichiarato in liquidazione giudiziale”, esclusivamente con riguardo alle condotte realizzate successivamente all’entrata in vigore del presente decreto legislativo. Non si è inteso operare, come si è ampiamente illustrato, l’abrogazione delle corrispondenti norme penali dettate nella legge fallimentare, stante la persistente applicazione alle procedure in essere al momento dell’entrata in vigore del decreto legislativo di quel complesso normativo (art.390 dello schema di decreto). Pertanto ai fatti commessi dall’imprenditore dichiarato fallito anteriormente all’entrata in vigore della riforma si applicheranno le disposizioni vigenti recate dagli articoli 216 e seguenti della legge fallimentare. Tali disposizioni sono naturalmente destinate ad esaurire la loro efficacia nel tempo, quando saranno definite le relative procedure secondo la previgente normativa, producendosi per questa via la loro abrogazione implicita. In questa prospettiva è garantita di fatto continuità normativa, non contenendo la delega disposizioni che autorizzassero modifiche di natura sostanziale al trattamento penale riservato alle condotte di bancarotta e alle altre condotte contemplate oggi dal titolo sesto della legge fallimentare. Né la mera sostituzione terminologica cui fa riferimento l’articolo 2 della legge di delega avrebbe potuto investire le norme del regio decreto del 1942, una 470 volta che si è giustificata l’opzione di adottare ex novo il codice dell’insolvenza. Le norme penali recate dai due corpi normativi sono destinate quindi a coesistere fintanto che troverà applicazione la disciplina previgente in relazione a dichiarazioni di fallimento anteriori all’entrata in vigore delle nuove norme del codice o le cui procedure siano pendenti alla medesima data. Gli articoli da 322 a 328 di cui al capo III corrispondono pertanto, nel senso sopra precisato, agli articoli da 216 a 222 del r.d. 16 marzo 1942, n.267 e puniscono allo stesso modo le condotte del fallito e dell’imprenditore in liquidazione giudiziale. Tra le esenzioni dai reati di bancarotta, recependo una delle condizioni poste dalla Commissione Giustizia della Camera, vi è anche l’ipotesi in cui un pagamento o un’operazione di finanziamento sia stata autorizzata, ai sensi dell’art. 99, prima dell’omologazione del concordato preventivo o di accordi di ristrutturazione. Analogamente gli articoli 329-340 riproducono gli articoli 223-234 della legge fallimentare. Rispetto all’attuale art. 236-bis è stata meglio precisata la condotta incriminata, specificando il contenuto delle informazioni rilevanti la cui omissione costituisce reato. L’art. 341 corrisponde all’art. 236 della legge fallimentare. Accogliendo un’osservazione della Commissione Giustizia della Camera, la disposizione prevede che, oltre che nel caso di accordi di ristrutturazione ad efficacia estesa o di convenzione di moratoria, le disposizioni previste al comma 2, lettere a), b) e d) si applichino anche nel caso di omologazione di accordi di ristrutturazione ai sensi dell’art.48, comma 5. E’ evidente, infatti, che l’ipotesi di un accordo omologato in assenza della necessaria maggioranza (e dunque imposto ad un creditore non aderente) costituisce ipotesi sovrapponibile all’ipotesi degli accordi ad efficacia estesa. Non trovano ingresso nel nuovo codice le disposizioni dell’art. 235 della legge fallimentare in materia di omessa trasmissione
dell’elenco dei protesti cambiari, il cui presupposto (l’obbligo di trasmissione dei protesti levati) è abrogato da tempo.


4. Reati commessi nelle procedure di composizione delle crisi da sovraindebitamento e reati commessi nella procedura di composizione della crisi
Sanzioni per il debitore e per i componenti dell'organismo di composizione della crisi
Il capo IV è intitolato ai reati commessi nelle procedure di composizione delle crisi da sovraindebitamento e ai reati commessi nella procedura di composizione della crisi. In particolare l’articolo 344 dello schema di decreto è volto a punire le condotte di falso commesse al fine di ottenere l’accesso alle relative procedure, ivi compreso il c.d. concordato minore, e a quelle di liquidazione controllata del sovraindebitato. La previsione di disposizioni penali discende dall’opzione di regolare in maniera unitaria all’interno del codice della crisi istituti già presenti nel sistema e regolati dalla legge 27 gennaio 2012, n.3, che già stabiliva identiche sanzioni all’articolo 16. L’articolo 344 in commento riproduce pertanto, attraverso il rinvio ai corrispondenti istituti del codice, le disposizioni vigenti. Il comma 2 ha invece contenuto di novità e prevede le medesime pene quando sia prodotta documentazione falsa o contraffatta al fine di ottenere l’accesso alla procedura di esdebitazione, come regolata dall’art.283 del codice o nell’ipotesi in cui il debitore incapiente, ammesso ad usufruire del beneficio dell’esdebitazione, non adempia agli obblighi informativi a suo carico. L’esdebitazione del debitore incapiente è infatti istituto nuovo e sarebbe irragionevole immaginare che il debitore, ammesso a godere del beneficio dell’esdebitazione senza nulla corrispondere ai propri creditori, vada esente da pena quando abbia attestato il falso per poter accedere al beneficio. Il comma 3, come già l’art. 16 della legge n.3 del 2012, prevede sanzioni penali per il componente dell’organismo di composizione che attesti il falso con riguardo alla consistenza del patrimonio del debitore. In questo ambito, l’unico elemento di novità è rappresentato dall’estensione delle medesime sanzioni al componente dell’OCC che attesti il falso nella procedura disciplinata dall’art. 283.
L’articolo 345 punisce il componente dell’organismo di composizione della crisi che renda dichiarazioni false sui dati aziendali del debitore che intenda presentare domanda di omologazione di accordi di ristrutturazione dei debiti o di apertura del concordato preventivo. Tale falsità si inserisce in una procedura prodromica a quella concorsuale e la norma, pertanto, risulta modellata su quanto già previsto dall’articolo 342 in tema di falso in attestazioni e relazioni in tema di accesso al concordato preventivo. L’articolo 342 riproduce sostanzialmente sul punto il contenuto del vigente art.236-bis della l. fall., meglio descrivendo, però, la condotta incriminata e, a tal fine, precisando il contenuto delle informazioni rilevanti la cui omissione costituisce reato. La circostanza che, nella prospettiva di riforma recata dal codice, al concordato preventivo si possa addivenire anche all’esito del procedimento di composizione assistita della crisi, nell’ambito della quale fanno capo ai componenti dell’organismo obblighi di verità nell’esposizione della situazione patrimoniale del richiedente, ha indotto a sanzionare l’esposizione di dati falsi, non diversamente dall’ipotesi in cui analoghi obblighi sono imposti al professionista indipendente nell’ambito della procedura concorsuale. Le norme in esame non hanno quindi contenuto di novità in relazione alle condotte punite, proprio perché derivano da disposizioni analoghe già vigenti, e individuano n i soggetti responsabili in conformità alle nuove competenze delineate dal codice.


5. Le misure antimafia
All’ articolo 317 è previsto il principio di prevalenza delle misure cautelari reali e tutela dei terzi, tale norma ha un contenuto essenzialmente ricognitivo, in quanto l’estensione ai sequestri delle cose di cui è consentita la confisca delle norme del decreto legislativo n.159/2011 è contenuta nell’art.104-bis dip. att. c.p.p. citato, come modificato dall’art.391 dello schema di decreto.
La normativa di riferimento in materia misure di prevenzione antimafia è costituita dal D.Lgs. n. 159/2011 (c.d. Codice Antimafia), il quale, tra l’altro e per quello che è più rilevante per l’argomento oggetto di questa disamina, prevede che particolari categorie di soggetti, sebbene non accertati giudizialmente come colpevoli di alcun reato, siano soggetti a misure di prevenzione, al fine di circoscriverne la pericolosità; tali misure di prevenzione possono avere carattere sia personale (allontanamento, foglio di via etc.), sia patrimoniale (sequestro e confisca di beni). La più importante categoria di soggetti cui tali misure sono destinate è costituita da coloro che, in base a indizi concreti, sono ritenuti sospetti di appartenere a un’associazione a delinquere di tipo mafioso. E’ evidente che, nella prassi giudiziaria, eventuali misure antimafia (e segnatamente la misura del sequestro a scopo di confisca) adottate nei confronti dell’imprenditore possano intersecarsi con una procedura concorsuale a carico dello stesso, che potrà naturalmente instaurarsi prima o dopo l’emissione del provvedimento di prevenzione.
Il Codice Antimafia si fa carico, in una sua apposita sezione (artt. 63 e ss.), di disciplinare i reciproci rapporti tra le due procedure in esame.
Tale sezione è stata peraltro oggetto di riforma con il recente intervento di cui alla L. n. 161/2017. Ai sensi del combinato disposto degli artt. 63 e 64 D.Lgs. cit., sia che la misura antimafia intervenga prima o dopo la dichiarazione di fallimento, il bene colpito sarà nei fatti “asportato” dalla massa attiva del fallimento e i creditori del fallito potranno eventualmente soddisfarsi sul bene in questione una volta soddisfatte le pretese vantate dallo Stato in attuazione della misura antimafia.
La conseguenza sul piano pratico di tale impostazione è, evidentemente, quella di frustrare le aspettative dei creditori della massa concorsuale in favore dello Stato, il quale, attraverso la confisca, incamera, a discapito dei creditori del fallito, il bene oggetto della misura di prevenzione.
Occorre evidenziare al proposito che la soluzione della prevalenza del sequestro preventivo (anche per equivalente) o della confisca sulla procedura concorsuale era stata fatta propria dalla Giurisprudenza dominante già prima dell’entrata in vigore del Codice Antimafia. Detta soluzione è stata poi accolta normativamente nel Codice, nella riforma attuata con L. n. 161/2017 e, infine, è stata confermata nella legge delega.


6. Le misure ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001
Il rapporto di forza è invertito quando la procedura fallimentare si trova a coesistere con la sanzione del sequestro (anche per equivalente) finalizzato alla confisca, o alla confisca stessa di un bene facente parte della massa attiva fallimentare, emesso ai sensi degli artt. 19 e 53, D.Lgs. n. 231/2001, il quale disciplina la responsabilità amministrativa degli enti in conseguenza della commissione di taluni fatti di reato commessi a loro vantaggio o nel loro interesse. Occorre premettere che, ai sensi dell’art. 19, comma 2, D.Lgs. cit., in caso di sequestro o di confisca sono fatti salvi “i diritti dei terzi acquisiti in buona fede”. Tale, laconica, disposizione ha dato adito a numerosi contrasti interpretativi in seno alla stessa Giurisprudenza di legittimità riguardo ai rapporti tra le procedure ora in esame. Il contrasto è stato da ultimo risolto con sentenza delle SS.UU.4, con cui si è condiviso l’indirizzo della prevalenza dei diritti dei creditori della massa fallimentare su quelli dello Stato in esecuzione del sequestro o della confisca ex D.Lgs. cit. Afferma in particolare la sentenza di cui si è appena fatto cenno: “se venga disposta la confisca dei beni in pendenza di una procedura fallimentare sugli stessi, lo Stato potrà insinuarsi nel fallimento per far valere il proprio diritto, che sarà soddisfatto dopo che siano stati salvaguardati i diritti dei terzi acquisiti in buona fede”; infatti, “lo Stato potrà far valere il suo diritto sui beni sottoposti a vincolo fallimentare, salvaguardando i diritti riconosciuti ai creditori, soltanto a conclusione della procedura“ (Cass. pen., SS.UU., n. 11170 del 2015).


7. Sequestro preventivo
In funzione di coordinamento, in attuazione dei principi di delega, si è ritenuto di intervenire su quei sequestri, c.d. impeditivi, che hanno funzione primaria di impedire che il reato sia portato a conseguenze ulteriori e ad assolvere quindi pura funzione cautelare. Sempre che tali sequestri non siano funzionali alla confisca delle cose intrinsecamente illecite, non emergono specifiche ragioni per ritenere la prevalenza del procedimento penale. Una volta interrotto ogni rapporto con l’utilizzatore del bene, indagato o imputato che sia, a seguito dell’intervenuta apertura della procedura di liquidazione, non vi sono evidenti ragioni per escludere che il bene possa essere utilmente destinato alla soddisfazione dei creditori. All’articolo 318 si dispone pertanto che sui beni acquisiti alla procedura non può essere disposto sequestro, a meno che non si tratti di cose in sé illecite, salva l’ipotesi che tali cose illecite possano circolare a seguito di regolarizzazione ammnistrativa (si pensi, per esempio, a beni usurpativi di marchi o agli immobili abusivi). Analogamente, ove sui beni in sequestro sopraggiunga la dichiarazione di liquidazione, successivamente all’adozione del provvedimento penale, il curatore può chiederne la revoca e quindi la restituzione. Nel caso di revoca o chiusura della procedura il curatore ha l’onere di informare il pubblico ministero presso il giudice competente, astenendosi per il termine di novanta giorni dall’operare le cancellazioni di iscrizioni e trascrizioni sui beni residui, che potrebbero rilevarsi pregiudizievoli, al fine di consentire eventuali ulteriori iniziative di natura penale sui medesimi beni. Al comma 4 dell’articolo 318 si chiarisce che le limitazioni all’iniziativa penale non riguardano i beni esclusi ex lege dalla procedura o comunque non sottoponibili a liquidazione.
8. Sequestro conservativo
L’articolo 319 disciplina il sequestro conservativo nel senso di ribadire che trattandosi di sequestro funzionale a un’esecuzione individuale è destinata ad arrestarsi ove intervenga la procedura concorsuale, coerentemente con quanto previsto dall’art.150.
Legittimazione del curatore
All’articolo 320 si riconosce la legittimazione del curatore ad impugnare l’eventuale decreto di sequestro disposto in difetto delle condizioni di cui al comma 1 ovvero ad appellare il diniego della revoca con le modalità e nei termini stabiliti dall’articolo 322 e ss. del c.p.p.
Liquidazione coatta amministrativa e misure di prevenzione
Le disposizioni trovano applicazione anche nel caso di liquidazione coatta amministrativa.
                                                                                                                          

1 G.L. Gatta, Approvato il nuovo codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: scompaiono i concetti di “fallimento” e di “fallito”, in www.penaleconemporaneo.it 11 gennaio 2019.

2 R. Tarolli, Prevenire è meglio che curare: allerta ed incentivi all’emersione anticipata della crisi in Il Fallimentarista, Focus del 5 gennaio 2018. 

3 M. Gambardella, “Il nuovo codice della crisi di impresa e dell’insolvenza: un primo sguardo ai riflessi in ambito penale”, in www.penalecontemporaneo.it 27 novembre 2018.

4 Già prima, vi era stata tutela del terzo creditore nei confronti dei beni confiscati v. Cass., Sez. Un. Civ., 26 febbraio 2013 (dep. 7 maggio 2013), n. 10532, Pres. Preden, Rel. Vivaldi.