Interessi protetti - Interessi protetti -  Michela Del Vecchio - 04/12/2018

Obbligo di protezione nel sistema carcerario – Cassazione, III sez civ, 30 novembre 2018 n. 30985

La Cassazione Civile interviene in materia di risarcimento del danno ai parenti della vittima suicida in regime carcerario tutelando non tanto il diritto al risarcimento in sé bensì il principio costituzionale di tutela dei diritti inviolabili della persona (in specie del diritto alla vita) anche in regime di detenzione ovvero di sacrificio, in conseguenza di un reato commesso, del diritto alla libertà.

Il caso riguarda un ragazzo che, al momento dell’esecuzione della pena, aveva manifestato intenzioni suicida. Ciò aveva determinato il pubblico ministero a chiedere che la custodia cautelare in carcere avvenisse in “regime comune”. Tanto non è avvenuto e il ragazzo aveva attuato il suo intento impiccandosi con un lenzuolo. Il Giudice di primo grado aveva ritenuto responsabile dell’accaduto il Ministero ma, in appello, la Corte aveva riformato la sentenza statuendo che l’evento non fosse né prevedibile né prevenibile e dunque il “nesso di causalità” tra il comportamento dell’amministrazione penitenziaria e la morte del ragazzo doveva ritenersi interrotto dall’eccezionalità dell’evento.

Di diverso avviso i giudici della terza sezione civile della Cassazione che, al contrario, nella fattispecie hanno ravvisato da parte dell’amministrazione penitenziaria l’omessa osservanza di un obbligo preciso di protezione indicato peraltro nell’art. 23 del DPR 320/00.

Il nuovo regolamento sull’ordinamento penitenziario, infatti, in coerenza con il principio fondamentale del nostro ordinamento di tutela della persona , dispone che al detenuto deve essere assicurata, oltre che l’assistenza sanitaria del SSN, un programma di trattamento che parte dall’osservazione scientifica della sua personalità volta all’accertamento dei suoi bisogni e di eventuali carenze fisico – psichiche, affettive, educative e sociali che siano di pregiudizio ad una normale vita di relazione. L’art. 23 citato, in particolare, prevede che, al momento dell’accoglimento del detenuto in carcere, “un esperto dell’osservazione e trattamento effettua un colloquio con il detenuto o internato … per verificare se, ed eventualmente con quali cautele, possa affrontare adeguatamente lo stato di restrizione. Il risultato di tali accertamenti è comunicato agli operatori incaricati …”. E’ evidente che questa norma impone un obbligo di cura e di protezione della persona del detenuto nel sistema carcerario che, non meno di altri sistemi, deve garantire il rispetto dei diritti fondamentali della persona medesima.

Inammissibile dunque la sottovalutazione, da parte della struttura competente, dei dichiarati intenti suicidari del ragazzo e soprattutto la disattesa indicazione da parte del personale delle prescrizioni dello stesso giudice di sorveglianza (come ancor prima del pubblico ministero) di un “regime comune” (in cui, in compagnia con altri detenuti, avrebbe trovato più difficile l’attuazione del suo intento suicida) e con “controllo a vista”.

Né è giustificabile, come sottolineato dalla Cassazione, l’assenza, al momento dell’ingresso nella struttura carceraria, dell’osservazione funzionale sulla capacità del ragazzo di affrontare lo stato di restrizione per assenza dello psicologo, educatore e assistente sociale.

Tante gravi mancanze non possono che comportare un giudizio di responsabilità in capo all’amministrazione penitenziaria che non ha assolto all’obbligo di protezione indicato nell’art. 23 del DPR 230/00