Lavoro - Tipologie contrattuali -  Redazione P&D - 19/09/2018

Ora et Foodora.: lavoro o lavoretto da studentelli? Italia sconfitta dalla Gig Economy - Afrikah De Mattia

Chi non ha mai visto sfrecciare a bordo di due ruote per le strade delle nostre città a qualsiasi ora del giorno, sotto pioggia, neve e vento, giovani ragazzi, spesso non italiani, vestiti di rosa?
Per chi ancora non li conoscesse, stiamo parlando dei corrieri Foodora, società tedesca specializzata nelle consegne di pasti a domicilio ordinati dai clienti tramite l’utilizzo di apposita applicazione per dispositivi mobili o mediante il sito internet aziendale.
L’impresa tedesca garantisce la consegna a domicilio on demand entro 30 minuti dall’ordine avvalendosi di fattorini retribuiti 4 euro lordi l’ora in Italia, (quasi il triplo all’estero) inquadrati come collaboratori autonomi, che sono sottoposti a quotidiani sforzi fisici sfibrante, ai continui pericoli del traffico cittadino che cercano di sventare in sella a bicicletta di proprietà sulle quali l’azienda estera non esercita alcun controllo sulla sicurezza.
Già nell’autunno del 2016 questa differenza salariale aveva portato alcuni riders Foodora milanesi e torinesi a rivendicare il giusto trattamento economico e normativo, (equiparazione dei compensi in tutte le città italiane rispetto ai valori esteri,rimborso spese telefoniche, aumento della paga durante i giorni festivi), accendendo finalmente i riflettori mediatici su un sistema di sfruttamento logorante a cui ancora oggi i loro colleghi continuano ad essere sottoposti.
La prima mobilitazione contro l’economia dei lavoretti on demand, non ha avuto tuttavia gli esiti sperati: l’impresa estera specializzata nel food-delivery non ha esitato a far fuori i “ribelli” non rinnovando i contratti di collaborazione in essere.
Dopo forme di sciopero tradizionale, quale il rifiuto collettivo di tutti gli ordini di consegna, alternate ad altre forme più innovative, quali scioperi metropolitani e proteste via web, sei valorosi ex fattorini, hanno deciso di adire il Tribunale di Torino per chiedere il riconoscimento di un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato e di comando con l’azienda-piattaforma.
I riders sono difatti tenuti a rispettare i tempi e i luoghi di lavoro decisi dall’azienda e comunicati attraverso la app; quando ricevono un ordine di consegna, devono dirigersi prima verso il ristorante a ritirarlo e poi verso l’indirizzo del consumatore, senza alcun limite all’estensione metropolitana in cui lo spostamento può essere richiesto;  i turni, per i quali ciascun fattorino dà la propria disponibilità, sono accettati o rifiutati dell’azienda, che ne dà poi comunicazione ai lavoratori con il potere di aumentare o ridurre l’orario della fascia lavorativa a seconda delle proprie esigenze; anche i luoghi di partenza sono predefiniti dall’azienda.
La consapevolezza di essere sotto costante osservazione cronometrica tramite sistema gps da parte della multinazionale tedesca spinge i fattorini a tenere comportamenti spesso pericolosi sulla strada, che ne minacciano la sicurezza, al fine di migliorare i propri parametri d’efficienza ed essere riconfermati nei turni successivi in un sistema di elevata competizione fra colleghi fattorini.
Tutto questo non è sufficiente, già da una lettura superficiale, per ritenere sussistente la presenza di chiari ed inequivocabili indici di subordinazione?
A tale importante interrogativo il Tribunale torinese ha purtroppo risposto in maniera negativa, negando l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, schierandosi dalla parte della società Foodora, che nel corso delle udienze nanti il Presidente della Sezione Lavoro, Dott. Buzano, si è difesa dichiarando di essere una start up a vocazione sociale che aiuta gli studenti ad arrotondare le proprie entrate mensili e nel frattempo a rimanere in forma, negando l’esistenza di ogni potere gerarchico e disciplinare così come un sistema costante di monitoraggio sulle tempistiche e su ogni movimento.
I ristoranti intanto festeggiano per l’aumento di clienti, l’economia digitale è in continua evoluzione, crescono richieste sempre più disparate (celiaci, vegetariani, vegani, ecc….) ma la risposta del nostro Paese alla legittima richiesta di tutela contro forme di schiavitù digitali è inesorabilmente assente.
In Danimarca intanto è il primo paese europeo ad aver registrato il primo contratto collettivo nazionale dei giggers del settore pulizie, che riconosce una paga oraria di euro 19,00, ferie pagate, permessi e contributi previdenziali.
Miraggio per i giggers italiani?