Famiglia, relazioni affettive - Separazione, divorzio -  Alessandra Sarri - 18/12/2017

Ordinanza n. 28994 del 5.12.2017 della Corte di Cassazione e giurisprudenza di merito: posizioni a confronto.

La sesta sezione della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 28994 del 5 dicembre 2017 ha riconosciuto a una donna sessantacinquenne, con un lungo matrimonio alle spalle e con redditi bassi (pensione di euro 400,00) l’assegno divorzile, discostandosi dal granitico orientamento giurisprudenza introdotto dalla Corte di Cassazione con la nota sentenza n. 11504 del 2017, richiamando il principio della solidarietà fra coniugi dopo la cessazione degli effetti civili del matrimonio e quello della natura assistenziale dell’assegno post matrimoniale, che impongono la valutazione di una tutela al coniuge economicamente più debole che abbia dedicato cura alla famiglia, rinunciando in tal modo a sviluppare una buona formazione professionale e a svolgere una proficua attività di lavoro.

Nella fattispecie la Corte ha riconosciuto il diritto all’assegno a donna over 65 che percepisce una pensione di soli 400 euro al mese, pur risultando proprietaria della casa di abitazione ove vive e disponendo di alcuni terreni all’estero di modico valore, ritenendo conforme l’attribuzione a quanto recentemente stabilito dalla Suprema Corte con la sentenza 11504 del 2017, ma soprattutto aderendo all’interpretazione data dalla giurisprudenza di merito, sicuramente più sensibile in quanto giudice di prima istanza, che pur applicando il nuovo principio che sgancia la determinazione dell’assegno dal presupposto del mantenimento del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, ha ritenuto necessario tutelare il coniuge economicamente più debole nei matrimoni che hanno avuto lunga durata, nel caso che un coniuge sia impossibilitato per ragioni oggettive a mantenere uno stile di vita adeguato, in questo caso in relazione all’età.

La Corte quindi riconosce il diritto all’assegno aderendo al nuovo principio di diritto in base al quale ai fini della previsione di un contributo il Giudice deve verificare nella fase dell'an debeatur, se la domanda dell'ex coniuge richiedente soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di mezzi adeguati o, comunque, impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive), non con riguardo a un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, ma con esclusivo riferimento all'indipendenza o autosufficienza economica dello stesso, desunta dai principali indici – salvo altri, rilevanti nelle singole fattispecie, del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu imposti e del costo della vita nel luogo di residenza dell'ex coniuge), della capacità e possibilità effettive di lavoro personale - in relazione alla salute, all'età, al sesso e al mercato del lavoro e della stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Le decisioni dei Giudici di merito, successive alla sentenza della Corte di Cassazione n. 11504 del 2017, seppur difformi tra loro, sulla concessione dell’assegno divorzile, in generale, hanno evidenziato una maggior sensibilità ai principi di solidarietà post coniugale, con una conseguente tendenza alla tutela del coniuge con modesti redditi, che sia impossibilitato a reperirli per ragioni di salute o di età e con un lungo matrimonio alle spalle, dopo aver proceduto a una rigorosa comparazione dei redditi dei coniugi, e più in generale delle rispettive capacità patrimoniali, tenendo conto anche alla disponibilità di una abitazione e all’apporto personale ed economico fornito in costanza di matrimonio alla famiglia.

In particolare si segnalano alcune recenti sentenze del Tribunale di Roma che hanno riconosciuto l’assegno divorziale al coniuge più debole (ma che non versa in condizioni di povertà come interpretato dalla Tribunale di Milano con l’ordinanza del 22/5/17 ) senza con ciò determinare un indebito arricchimento di un coniuge a scapito di un altro, dopo aver effettuato una rigorosa comparazione tra le capacità economiche delle parti, parametrate al medio tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, considerando la durata del matrimonio e tenendo in conto l’età, le condizioni di salute e il contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge al menage familiare.

Con sentenza del 7 luglio 2017 (Rgn. 9320/15) il Collegio ha ritenuto di dover concedere un assegno di mantenimento alla moglie di anni 57 priva di redditi ma percettrice di una piccola pensione di invalidità (euro 279,75) a seguito di una riscontrata grave patologia insorta nelle more tra la separazione e il divorzio che ne ha compromesso la capacità lavorativa, comproprietaria con il marito della casa coniugale a lei assegnata quale genitore collocatario dell’unico figlio minore, sulla base della accertata impossibilità del coniuge richiedente l’assegno di procurarsi adeguati mezzi per ragioni obiettive, in questo caso di salute.

Il Collegio, nella parte motiva della sentenza, pone l’accento sul dovere di assistenza materiale di cui all’art. 143, 3 comma c.c., quale clausola generale, che deve esser valutata in concreto ai sensi dell’art. 5, comma 6 della legge sul divorzio tenuto conto, nella determinazione dell’ammontare dell’assegno “del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune” che, applicato nella fattispecie esaminata, porta all’equivalenza dei rispettivi contributi dati dai coniugi, ossia il contributo lavorativo prestato dal marito e quello casalingo prestato dalla moglie dedita alla cura e gestione della famiglia.

Sempre il Tribunale di Roma con la sentenza n. 18520 del 2017 del 2 ottobre 2017 ha ritenuto di dover concedere un assegno di mantenimento alla moglie di anni 55 all’esito della operata valutazione comparativa delle complessive condizioni economiche delle parti, “dalle quali emerge un rilevantissimo divario economico tra le stesse che in alcun modo consente alla resistente , ove non colmato mediante l’assegno , di mantenere il medesimo elevato tenore di vita goduto dalla famiglia durante la convivenza matrimoniale”.

Dunque, nella fattispecie, il Tribunale ha concesso l’assegno rilevando che altrimenti il coniuge più debole non sarebbe stato in grado di provvedere adeguatamente al proprio mantenimento, nemmeno con lo svolgimento di eventuale e saltuaria attività professionale di restauratrice, considerato che non risulta che la stessa abbia svolto rilevante attività lavorativa nel corso del matrimonio ed essendosi peraltro dedicata, nell’ambito di un progetto di vita comune, al sostegno della brillante carriera del marito ed al soddisfacimento delle esigenze della famiglia e della casa, nonché alla costruzione del patrimonio familiare grazie, appunto, all’apporto di casalinga, durante la lunga vita matrimoniale.

Ancora il Tribunale di Roma con la sentenza n. 19844 del 2017 del 20 ottobre 2017, ha attribuito un assegno alla moglie ultrasessantenne che dopo la separazione ha svolto lavori occasionali in un call center percependo redditi di scarsa consistenza.

Secondo il Tribunale l’aiuto economico del coniuge “lungi dal poter identificare con una sorta di rendita da posizione deve intervenire al fine di assicurare all’ex coniuge una esistenza dignitosa, tenuto conto della lunga durata del matrimonio”, ma anche per ragioni anagrafiche e per mancanza di esperienze lavorative qualificate, pur essendo la moglie comproprietaria di due immobili con l’ex marito, in quanto diversamente non avrebbe la possibilità “ di condurre con le proprie sole forze una esistenza libera dal bisogno, non disponendo ella neppure di risorse idonee a sostenere gli oneri relativi agli immobili di cui è contitolare”.

Infine sempre il Tribunale di Roma con sentenza n. 19803 del 20 ottobre 2017 pur non riconoscendo il diritto all’assegno alla moglie, perché comproprietaria insieme al marito della casa coniugale in ragione del 50%, con redditi mensili di circa 2.000,00 euro e con contratti a tempo determinato, sempre rinnovati, ha accertato che la stessa potesse, in ogni caso, continuare a mantenere lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio attraverso un rigorosa ed equilibrata comparazione delle capacità economiche dei coniugi.

Il Collegio in questo caso non ha riconosciuto l’assegno perché ha ritenuto sostanzialmente che la moglie fosse provvista di specifica professionalità, di un congruo stipendio e di una casa in comproprietà di cui può godere in via esclusiva grazie all’assegnazione, e che pertanto “va considerata autosufficiente potendo mantenere lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio”, dopo aver accertato che la iniziale sproporzione economica tra i coniugi si è molto ridotta a seguito della circostanza che il marito dovrà versare il mantenimento per i due figli, le rate di mutuo per l’acquisto della casa e per la ristrutturazione (in via più che proporzionale), di cui gode la moglie quale assegnataria, oltre a dover sostenere le spese del canone di locazione della nuova abitazione.

In attesa che il legislatore possa intervenire a dirimere il contrasto giurisprudenziale che si è venuto a creare in questi ultimi mesi, le sopramenzionate decisioni del Tribunale di Roma sembrano optare verso una soluzione di maggior equità familiare, laddove hanno concesso l’assegno al coniuge più debole senza con ciò determinare una rendita di posizione, estendendo il diritto a quei coniugi che, pur non versando in condizioni di povertà, senza la previsione di un assegno divorziale non sarebbero sufficientemente tutelati da evidenti disparità o da un eccessivo squilibrio economico con l’altro coniuge, creato appunto dallo scioglimento del matrimonio. Riguardo, invece, alla determinazione della misura dell’assegno, leggiamo come il Tribunale abbia tenuto anche conto del tenore di vita goduto durante la convivenza coniugale insieme a altri criteri, quali quelli della durata del matrimonio e dell’impegno personale ed economico dato da ciascun coniuge alla conduzione familiare.