Danni - Danno esistenziale -  Paolo Cendon - 13/12/2017

Padri assenti e figli risarciti

Ieri è uscita sui giornali lucani – non ho ancora  letto la sentenza -  la notizia di un Tribunale civile che ha condannato a 20.000, a titolo di danno esistenziale  e anche morale, un padre il quale  si era sempre rifiutato di  occuparsi del proprio figlio. Quest’utimo, ormai quarantenne, ha citato in giudizio il padre poco presente e alla fine ha ottenuto soddisfazione. Sempre sul giornale si riporta il commento di un avvocato, se ho capito bene quello della parte vittoriosa, il quale affermerebbe  essere la prima volta  di una richiesta del genere avanzata (invece che dalla madre, per il figlio ancora piccolo) direttamente dal figlio daneggiatato.
Quest’ultimo particolare non è esatto. Ecco qui sotto un caso (ce ne saranno degli altri, negli anni a venire,  per esempio a Bologna)  che è successo a  Venezia, all’inizio di questo secolo, e che aveva per protagonista una ragazza. Si tratta  di una vicenda che, per la fermezza  e per l’impeto dimostrati dal giudice di allora,  ha influito  sensibilmente – debbo aggiungere - sulle linee applicative in materia, a livello sia giurisprudenziale che dottrinario.

\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\

Un ragazzo e una ragazza intorno ai vent’anni, siamo a  Venezia,  fanno conoscenza tra loro; si innamorano, dopo un po’ lei si ritrova incinta. Lui è subito dell’idea che lei debba rinunciare alla maternità: “Non sarei in grado di mantenere il bambino, tu sei povera; io devo studiare, un giorno semmai …”. Lei è di contrario avviso,  i due si lasciano. Dopo nove mesi nasce una bambina, Margherita. La madre si mette a lavorare, fa la commessa, tirerà su la piccola come può; dopo un po’ incontra un altro uomo, più tardi lo sposa, avranno figli loro. Il nuovo uomo fa anche da padre a Margherita.
 Intanto il padre vero è pressoché scomparso; si sa solo che studia. A un certo punto si laurea in economia, poi farà l’esame di Stato, diventa commercialista; pian piano si sistema. Poco dopo incontra lui pure un’altra donna; si sposa, nascono dei figli.
 In tutti questi anni è successo a Margherita di incontrare occasionalmente, girando per Venezia, in Mercerie, verso Rialto,  quel signore che le somiglia; capelli castano scuri, occhi verdi, stretti. Lui, di solito, la guarda da lontano per un attimo; prima quand’era a mano della sua mamma, adesso anche da sola.
 Arriva il momento in cui la madre si decide a dirle la verità (“È lui il tuo vero padre, è andata così e così …”); e poco dopo, siccome le cose non vanno tanto bene, economicamente, col marito, e poiché la vita è fatta in questo modo, ecco la donna promuovere in Tribunale un’azione di dichiarazione di paternità. L’iniziativa ha successo, dopo un po’ giunge la sentenza: quello, sì, è il padre biologico. Per Margherita cambia poco tuttavia; nessun quattrino da quella parte, né un cenno di attenzione. Intanto la ragazza cresce ancora, è diventata bella, armoniosa; solo che nella vita non sono tutte rose e fiori: studi con alti e bassi, lavoretti precari, insicurezze varie. Ogni tanto per le calli di San Marco continua a incontrare quel signore (simile anche il modo di camminare, adesso): la guarda di sottecchi lui, gira subito la testa, fa finta di non conoscerla. Lei non ha il coraggio di affrontarlo.
 Passano un paio d’anni ancora, succede che Margherita versi a un certo punto in difficoltà. Si sente sola, sua madre ha gli altri figli da seguire. Prende la decisione così di telefonare a quel  padre-commercialista, ormai più che quarantenne: quello che vive in una bella casa, che fa una vita tanto più agiata della sua. Lui accetta per la prima volta di parlarle; e dopo un po’ ci sarà l’incontro in studio. Margherita  emozionata, fiduciosa, è pomeriggio; non mancherà una specie di abbraccio: si mette a raccontare un po’ dei suoi problemi; non chiede troppo, solo qualche aiuto. Non soldi, non necessariamente; magari la possibilità di parlargli ogni tanto.
 È il turno delle spiegazioni di lui; il tono è accorato e risoluto allo stesso tempo. “È vero, non mi sono comportato bene con te; non ti ho dato niente, nemmeno dopo la sentenza. È andata così, è stata comunque una scelta di tua madre, allora: io più di tanto non potevo fare. Poi ho incontrato un’altra donna, ho ormai una mia famiglia; io di qua, tua madre da un’altra parte, vite separate; così il destino ha voluto. Sei qui adesso, sono contento di averti conosciuta, oggi abbiamo parlato; è la prima e,  direi fin d’ora,  anche l’ultima volta però che ci incontriamo. Mi  dispiace, mia moglie, è lei che vuole soprattutto così. Abbiamo dei bambini piccoli; preferiamo non sappiano, meglio che nessuno ci veda insieme, padre e figlia ventenne: non voglio facciano domande. Per metà sono anche tuoi fratelli, pazienza. Spero tu possa capire; dovrei scusarmi forse, comunque la sostanza non cambia, almeno per me. Addio Margherita”.
 Il giudice ravviserà in parole del genere un eccesso  di disinvoltura, di  glacialità. Chi, anche se a meno di vent’anni, fa l’amore con una donna, senza prendere precauzioni, non può non subire gli effetti di quell’azione; sino in fondo. Il bambino che nascerà, perché è così che arrivano i bambini,  sarà anche suo: e avrà bisogno, come tutti i bambini, di essere mantenuto, allevato, guidato; accompagnato per anni e anni. Pure amato e abbracciato possibilmente. Un padre che trascuri di comportarsi così, giudizi morali a parte, non può evitare seri obblighi risarcitori; sotto i profili sia del danno morale che di quello esistenziale, oltre che per  l’aspetto economico.