Deboli, svantaggiati - Persone con disabilità -  Marra Angelo D. - 11/03/2013

PARLARE DI DIRITTO AL TEMPO DELLA CONVENZIONE ONU SUI DIRITTI DELLE PERSONE CON DISABILITÀ - Angelo D. MARRA

1 - Da un po' di tempo mi vado domandando cosa significhi (o meglio, cosa debba significare) parlare di diritti al tempo della Convenzione sui diritti umani delle persone con disabilità che, come dovrebbe essere noto ai più, l'assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato nel 2006 e l'Italia - dal canto suo - ha reso esecutiva con legge n. 18 del 2009.

2 - Oltre a domandarmi cosa significhi parlare di diritti umani delle persone con disabilità, mi interrogo anche sulle implicazioni del Trattato sul diritto come esperienza umana più che sui singoli "diritti" riconosciuti, affermati, dichiarati, proclamati nella Convenzione. Il quesito è di carattere " filosofico". Ed è questo: l'adozione della Convenzione richiede al giurista di imparare a parlare di diritto in modo più accessibile per l'uomo comune e per la persona con disabilità?

3 - Io credo di sì. Sono convinto che la "cultura dei diritti umani" richieda all'operatore del diritto uno sforzo in più:  ciò è necessario per far  arrivare a tutti l'essenza dei diritti di cui sono titolari. Un diritto, ma vorrei dire il diritto in generale, va esercitato, goduto e praticato quotidianamente. Il diritto va anche spiegato, raccontato in termini fruibili ai titolari,a tutti i titolari.

In questo, l'agire dell'operatore è fondamentale: senza che debba soffrirne la precisione, è importante riuscire a parlare di diritto in modo semplice e chiaro, rifuggendo tecnicismi e fumosità. Sono perfettamente cosciente che qualcuno potrebbe "storcere il naso" di fronte ad un approccio così 'popolare' sul discorso giuridico.

Ebbene, dico io, se fior di scienziati, fisici, matematici, biologi si sono cimentati nella diffusione del sapere di loro pertinenza attraverso la "popular science", perché un approccio del genere non può essere sperimentato dai giuristi?

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4 - Inoltre, il principio dell'accessibilità ed utilizzabilità delle informazioni è posto alla base della Convenzione del 2006. Chiudo queste poche righe, che vorrebbero essere l'inizio di una riflessione - spero non solo mia -  più ampia (un po' un sasso in uno stagno), citando l'art. 49 del Trattato dall'eloquente titolo "formati accessibili". Secondo quest'articolo:"Il testo della presente Convenzione sarà reso disponibile in formati accessibili".

Orbene, formati accessibili significa testo Braille, traduzione in modalità espressive più comprensibili a persone con disabilità intellettive, ma anche - perché no? - diritti più comprensibili per l'uomo comune, in quanto essere umano (che sia disabile o non disabile poco importa) titolare di una inerente dignità che  ha il diritto, prima di tutto, di conoscere e capire il proprio valore riconosciuto dall'ordinamento. Bando quindi al latinorum di manzoniana memoria... Un diritto più a misura d'uomo, che parli all'uomo comune è senz'altro fondamentale per la costruzione di una comunità coesa e più accogliente. in una parola, più umana.

5 Inoltre, il diritto spiegato in modo semplice,  ma non semplicistico, aiuta a mitigare i fenomeni cui stiamo assistendo in questi giorni. viviamo in un momento strano, sembra prevalere un pensiero "minimalista" per il quale tutto sarebbe migliorabile con pochi semplici punti: gli "otto punti" di Bersani, il programma del movimento Cinque Stelle e di Beppe Grillo che ricorda tanto il noto elenco puntato di Word ...

Sommessamente, credo che questa iper-semplificazione sia un danno per la comunità e che le leggi non si possano fare in poche righe. Non si deve tentare di scrivere norme di poche parole (lo so, tutti abbiamo studiato a scuola l'ermetismo... Ma è tecnica poetica, non tecnica giuridica): quel che serve è scrivere norme - e spiegare quelle che già ci sono - in modo semplice;  così da consentire al cittadino di capire come la comunità si aspetta che questi si comporti e da farlo sentire partecipe di queste regole.

Potrebbe sembrare una riflessione da "introduzione alle scienze giuridiche" del primo anno di università. Forse lo è. Bisogna solo che noi, tecnici del diritto, e (perché no?) artisti del discorso giuridico, ci crediamo un po' di più! Dobbiamo solo prenderci sul serio e credere che un mondo diverso sia possibile.

Già qualche associazione come ANFFAS sta sperimentando delle versioni della Convenzione " facili da leggere" per spiegare a persone con disabilità intellettive e relazionali il contenuto del Trattato. Le persone diventano effettivamente più consapevoli, l'empowerment funziona. Le persone con disabilità intellettiva diventano più cittadini di quanto non fossero in precedenza perchè diventano consapevoli.

Spero che questo stile di " apertura" contamini, anche con modalità espressive diverse dal " facile da leggere", il mondo della c.d. "Cultura giuridica". Dico questo non per sminuire la cultura giuridica. Anzi, proprio perché, la  ritengo importante e fondamentale per il vivere civile, credo che vada diffusa al massimo e debba diventare " pane quotidiano" della persona.



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