Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 08/10/2019

Patenti, sangue e spose bambine. Narrazioni ed ideologia nel diritto interculturale di Letizia Mancini - Benedetta Piola Caselli

La responsabilità civile connessa al sinistro stradale è aggravata dalla mancata copertura assicurativa. Vero? Falso?

Secondo il sito “patenteok.com”, questa domanda e' stata sbagliata dall' 80,02% dei partecipanti all'esame; la grande difficolta', secondo i sondaggi, e' capirne il senso.

I problemi riguardano le categorie (cos'e' la responsabilita' civile?), i termini (cos'e' un sinistro stradale?), la formulazione (connessa, mancata copertura); e vengono riscontrati in quasi tutti i questiti.
Queste difficolta' sono un reale impedimento al titolo abilitativo, specialmente per gli stranieri.

Ma servono a qualcosa? Non si puo' far passare il concetto in modo piu' semplice, per esempio: se circoli senza assicurazione e fai un incidente, devi pagare di piu'?

La cosa non e' banale.
Il testo astrusamente complicato non solo e' inutile, ma e' anche dannoso.
Negli ultimi anni, infatti, e' esploso il mercato delle patenti “nere”, una compravendita del titolo  o dell' esame che ha costretto le motorizzazioni a blindarsi e predisporre una sorveglianza da aula bunker, con i rispettivi costi.
Comprare una patente costa 7000 euro.
Ovviamente la maggior parte dei clienti sono quelli incapaci di superare la barriera linguistica, cioe' gli stranieri.
Come risultato, le strade si riempiono di gente che non sa guidare.

Non si tratta di una svista amministrativa o di una qualche sciatteria, ma di una scelta ideologica ben precisa.
Infatti, nel 2011, il Ministero dei Trasporti aveva predisposto una serie di manuali nelle principali lingue dei nuovi cittadini, e ciascuno poteva sostenere l'esame in quella che voleva.
Questo sistema e' stato abolito, senza ragioni apparenti.

Si e' detto: “se vivono in Italia, devono parlare l'italiano”. Questa argomentazione,  pur adeguata in altri contesti, nel caso specifico non ha senso: l'esame deve accertare la conoscenza delle regole della circolazione e non della lingua.  

Ne risulta che il discorso sulla conoscenza linguistica altro non e' che una narrazione per giustificare una strategia di esclusione: imporre standard culturali inconsistenti con il fine da raggiungere.

A questo pensavo leggendo il bel libro di Letizia Mancini, “La diversita' culturale tra diritto e societa'”, Franco Angeli, che dedica proprio un capitolo a ripercorrere l'evoluzione della normativa sui migranti e a illuminare il rapporto fra umori politici e scelte normative.

E pensavo: quali altre narrazioni si sviluppano intorno ai problemi di diritto interculturale, cosi' da giustificare con un' apparente ragionevolezza o neutralita' una scelta del tutto arbitraria?

Il cuore dello scritto di Letizia Mancini e' estremamente utile in questa analisi, perche' mette in luce i problemi affrontati dalle Corti nei clash culturali.
I quali, ridotti ai minimi termini, non fanno che riproporre, adeguandolo,  il vecchio dilemma  di Costantino Mortati: e' il diritto a dover improntare la pratica culturale, o la pratica culturale ad improntare il diritto?

Oggi come allora, la risposta alla domanda detta l'agenda politica.

Scorrendo il libro, mi sembra utile dividere gli esempi portati in due macrocategorie.

La prima riguarda i casi (che io chiamo) a bassa offensivita', e sono quelli che  costituiscono un'aggressione solo potenziale, ma non attuale, ad un bene giuridicamente tutelato.

La giurisprudenza li affronta spesso, con risultati ondivaghi.

Chi si occupa di diritto ricorda certamente il caso del Kirpan, il coltello rituale che il Sikh deve indossare per prescrizione religiosa e che la Cassazione nel 2017, pur con un notevole sforzo argomentativo, ha finito per ritenere arma impropria.

Oppure la Delibera di Giunta della Regione Lombardia nel 2015, che ha vietato l'uso di accessori atti a nascondere il viso negli enti pubblici, includendo il Burqua - scelta poi considerata lecita dalla corte di merito.

La narrazione di questi casi equipara situazioni formalmente identiche ma simbolicamente diversissime.
Infatti, il Kirpan e' vietato – in quanto coltello – proprio come tutte le armi; il Burqua e' vietato come tutti gli abiti atti a nascondere il viso, senza distinzione con i passamontagna.
Il valore simbolico scompare a fronte della realta' concreta dell'oggetto; e, siccome non viene preso in considerazione come termine  di giudizio, va da se' che non si verifica ne' una discriminazione formale (sono vietate tutte le armi, tutti gli indumenti atti a nascondere) ne' sostanziale (non si stanno trattando in modo uguale situazioni diverse).

Ma il piano del simbolico e' fondamentale in ogni cultura e non puo' essere negletto senza che questo venga vissuto come conflitto identitario.
La domanda da porsi, allora, e' questa: vale la pena – e' efficiente – voler imporre la regola endogena a fronte di una offensivita' lievissima (se mai esistente)?
In fin dei conti, a chi interessa realmente se nel costume tradizionale del Sikh e' incluso un coltello, purche' non venga usato? Se la donna pakistana si presenta in Burqua in ospedale?

Anche perche' l'esperienza estera, che ha gia' affrontato il problema, ha dimostrato che  puo' essere trovata una mediazione che salvi la tutela del simbolico e le ragioni del concreto:  il Kirpan puo' essere portato se incollato al fodero; il problema del burqua puo' essere superato da un controllo sulla persona (se la ragione del divieto e' un supposto pericolo di terrorismo), oppure dallo chador, che non copre il viso (se la ragione e' l'identificazione).

Per queste ragioni, quando l'offesa al bene giuridico e' irrilevante e puo' essere trovata una soluzione di compromesso, l'uso della dicotomia “rispetto della legge/violazione della legge”, si risolve nella giustificazione narrativa di una scelta di esclusione.

Diversi sono i casi ad alta offensivita', dove il bene giuridicamente tutelato e' realmente aggredito da una pratica culturale.

Il caso piu' eclatante sono le mutilazioni genitali femminili, sanzionate dal codice penale con pena base dai 4 ai 12 anni di reclusione (art. 583 bis).
Il principio generale e' che gli atti dispositivi del proprio corpo sono vietati quando producano delle lesioni permanenti (at.5 c.c.), salvo rare eccezioni (donazione della cornea, del rene).

Il divieto di mutilazioni genitali parrebbe, dunque, solo una estrinsecazione dell' assioma generale, e come tale privo di un carattere ideologico proprio.

Non e' cosi.
Non solo, infatti, altre pratiche di disposizione sono considerate lecite sulla base del dato culturale – ad esempio la circoncisione, che in Italia non e' mai stata oggetto di serio dibattito, mentre in Germania per un momento e' stata addirittura fuori legge (2014) – ma la mutilazione, se effettuata su minore, comporta la sanzione accessoria  della decadenza dalla responsabilita' genitoriale.

L'ordinamento considera la pratica culturale come avente un disvalore pari alla violenza sessuale del genitore sul figlio, tanto da considerare  l'adulto  incapace di svolgere tutti i suoi compiti di cura ed educazione.

L'applicazione della sanzione accessoria e' automatica e non negoziabile; a nulla serve rilevare che il genitore puo' avere svolto egregiamente il suo ruolo in altri ambiti ed avere voluto la mutilazione per non isolare il minore dal gruppo di appartenenza, quindi nel suo “interesse”.

Indipendentemente dal giudizio di valore che si puo' avere sull'atto lesivo, credo che si possa individuare un terzo esempio di  strategia argomentativa di esclusione nella sineddoche, cioe' l'uso di una parte per il tutto.

Interessante e', infine, la questione delle spose bambine – pratica comune in vari gruppi etnici.
In questo caso la narrazione giuridica presenta come problema di tutela (e quindi nobile) un problema di ordine pubblico (e quindi organizzativo).

Bisogna fare un passo indietro.
Il nostro ordinamento prevede l' invalidita' del matrimonio contratto prima dei 18 anni  (art. 84 c.c.),  salvo diversa autorizzazione del Tribunale per i Minorenni (ed allora puo' essere contratto a 16).
Questa previsone  ha delle conseguenze penali in relazione ai rapporti sesusali fra “coniugi”.

Per la legge, infatti,  il rapporto sessuale e' sempre reato fino ai 12  anni;  fra i 13 ed i 14 e' scriminato se la differenza di eta' con il partner e' fino a tre anni; e' sanzionato fino a 16 se e' commesso con persona convivente (si parla, ovviamente, di sesso consenziente).
Il caso delle spose bambine rientra quasi sempre nel secondo e terzo caso: una ragazzina che ha appena raggiunto il menarca si unisce ad un giovane decisamente piu' maturo; oppure una ultra-quattordicenne convive senza titolo – perche' il matrimonio e' nullo – con un maggiorenne.

In un bell'articolo di qualche anno fa Alessio Spataro, giovane magistrato, raccontava di come avesse dovuto condannare un diciottenne per il suo amore con la fidanzatina tredicenne, nonostante il contesto in cui i due vivevano fosse cosi' degradato che il loro rapporto fosse forse l'unica possibilita' di salvezza per entrambi.

Le norme sull'eta' dei nubendi e sulla sanzione degli atti sessuali sono state volute per la tutela delle bambine, un tempo spesso obbligate a contrarre matrimoni precoci, anche a causa  dalla perdita della verginita' (voluta o meno).

Oggi il discorso culturalmente sensibile chiede un'indagine della posizione dei giovani sposi nel loro gruppo sociale, almeno per compararne vantaggi e svantaggi, non considerando corretto ritenere il matrimonio underage o l'atto sessuale un disvalore di per se'.
Questa posizione non ha ancora trovato riscontro nelle Corti che, al contrario, non ritengono il matrimonio tradizionale equiparabile a quello civile, invocando proprio l'inderogabilita' di disposizioni poste a tutela del minore.

La cui tutela effettiva, pero', passerebbe per l'analisi specifica del suo caso, e non per l'applicazione inelastica di norme di legge: da qui la confusione fra problema organizzativo e narrazione nobilitante.

Ci sono, ovviamente, anche casi virtuosi di giurisprudenza interculturale, come il caso della Kafalah, che Letizia Mancini mette bene in evidenza, e che meritano una trattazione separata.

La sensazione che si ha raffrontandosi con il lavoro delle Corti e' che il cammino per impostare un discorso serio di diritto interculturale e' ancora lungo.
Per poterlo affrontare in maniera seria, e' imprescindibile che al magistrato vengano messi a disposizione gli strumenti della sociologia e dell'antropologia, e che la sua formazione sia improntata alla scomposizione dei problemi e non al formalismo del sillogismo.
In ogni modo, questo cammino e' gioco-forza iniziato.  Resta da sperare che vada anche nella direzione giusta.