Famiglia, relazioni affettive - Mantenimento, alimenti -  Andrea Castiglioni - 01/08/2019

Paternità negata per 16 anni. Danno non patrimoniale (esistenziale) e condanna per difesa temeraria ex art. 96 c.p.c. - Trib. Bergamo 1590/2019

Una madre agisce in giudizio nell’interesse della propria figlia, ormai di 16 anni con cui convive, per sentire dichiarare la paternità del genitore che si è sempre sottratto al ruolo di padre. Domandava la refusione della quota di spese di mantenimento che ha dovuto sostenere per crescere – da sola – la figlia, nonché il risarcimento del danno non patrimoniale subito dalla figlia per la mancanza della figura paterna; figlia che, divenuta maggiorenne, interveniva nel giudizio aderendo alle domande dalla madre.

Le domande venivano accolte e il padre veniva condannato a:

  • mantenere la figlia per gli anni a venire fino al conseguimento dell’indipendenza economica, versando un contributo mensile per le spese ordinarie, oltre alle spese straordinarie nella misura del 50%. Considerato lo stipendio mensile netto di € 1.900,00, veniva fissata la somma di € 400,00 mensili, da rivalutarsi secondo gli indici ISTAT;
  • risarcire il danno non patrimoniale, per il periodo compreso tra il 2000 (anno della nascita della figlia) alla data della domanda (2016), liquidato equitativamente nella misura di € 40.000,00;
  • rifondere le spese legali e le spese di giudizio (tra le quali, la CTU);
  • risarcire il danno all’attrice per temerarietà della difesa (dilatoria, incoerente, pretestuosa), ex 96, comma 3, c.p.c., nella misura di € 9.000,00.

La pronuncia suscita diverse riflessioni.

Spicca sopra tutto il riconoscimento del danno non patrimoniale per privazione del rapporto genitoriale. L’assenza di un padre comporta la privazione di un sostegno non solo economico, ma anche morale; il bagaglio di conoscenze che un padre tramanda al figlio, il conforto che può derivare anche dalla sola presenza. Doveri che sorgono sin dalla nascita e che sono oggetto di tutela (art. 2, 29, 30 e 31 Cost.).

Il Tribunale definisce questo danno, di fonte extracontrattuale (art. 2043 c.c.), “endofamiliare”, in adesione all’orientamento ormai costante della giurisprudenza (Cass. 5652/2012; 26205/2013; 20137/2013; 3079/2015).

Non si spinge a definirlo “esistenziale”, giacché endofamiliare è, più che altro, la descrizione della provenienza del danno – dall’interno della famiglia, che lo distingue da quello “esofamiliare”, proveniente al di fuori del nucleo; poi un danno endofamiliare non è necessariamente non patrimoniale, ben potendo essere anche patrimoniale. Forse non si tratta di una svista ma di una scelta politica precisa. La materia è in costante dibattito tutt’oggi, dunque parlare apertamente di danno esistenziale comporterebbe un rischio di esposizione “mediatico-giuridica” che, in questo caso, il Tribunale ha ritenuto non fosse conveniente correre.

Ma poco importa, dato che il risultato finale è il medesimo; e anche senza l’uso di quella etichetta, non si può non riconoscere che siamo di fronte esattamente a quel tipo di pregiudizio.

Difficile comprendere il motivo per cui è stata rigettata la domanda di rifusione della metà delle spese di mantenimento che la madre, dalla nascita della figlia sino alla domanda (per 16 anni), ha dovuto sostenere da sola per l'intero.

Nella motivazione si legge che la madre non ha fornito la prova concreta delle spese sostenute per il suddetto mantenimento. Dunque, non essendo possibile giungere ad una quantificazione, la domanda è troppo generica e non può essere accolta.

Si è consapevoli del fatto che l'esatta comprensione di tale statuizione la si avrebbe leggendo gli atti processuali e i documenti. Tuttavia alcune considerazioni sorgono spontanee.

Al di là del fatto che fornire una prova simile è pressochè diabolico, appare incoerente il fatto che la prova del pregiudizio non patrimoniale (esistenziale) possa essere raggiunta mediante presunzioni (art. 2727 c.c., come la giurisprudenza e la dottrina ormai apertamente ammettono), mentre non è possibile farlo con riferimento alle spese che una madre ha sostenuto per crescere la figlia.

Volendo tralasciare le spese straordinarie, sulle quali, effettivamente, una prova tangibile può anche essere pretesa essendo più rare, considerando solo quelle ordinarie, non si può non considerare il fatto che il Tribunale medesimo, poche righe più sopra, riconosce a favore della madre, per il futuro fino all'indipendenza economica della figlia, un contributo al mantenimento a carico del padre di € 400,00 mensili. Dato che, come ben noto, la tenera età del figlio richiede costi inferiori rispetto all'età dell'adolescenza, tale somma di denaro può essere considerata congrua rispetto anche agli anni già trascorsi. Non essendo difficile presumere (ex art. 2727 c.c.) che la madre abbia mantenuto e cresciuto da sola questa bambina/ragazzina, essendo dimostrato che hanno convissuto e che sia ancora viva (...), ben poteva la madre vedersi riconosciute le somme sostenute per il mantenimento ordinario, quantificate equitativamente in € 400,00 al mese.

 

Sulla condanna per responsabilità processuale (art. 96, comma 3, c.p.c.).

La decisione del Tribunale deriva dal comportamento processuale che il convenuto ha mantenuto. Soprattutto considerando il fatto che, dall’istruttoria, è emersa la sua piena consapevolezza della nascita della propria figlia; che poi ha abbandonato.

Il convenuto negava, addirittura, di non aver mai neanche conosciuto la madre. Mentre dalle prove testimoniali è emerso che nel 1999 aveva avuto una relazione sentimentale con la madre; si erano scambiati effusioni anche in pubblico, dimostrando a terzi la loro unione; si era recato a casa della madre per vedere la figlia appena nata.

Dal punto di vista processuale, oltre a non dare neppure riscontro alle lettere dell’avvocato ricevute prima di promuovere il giudizio, arrivava a promuovere domanda riconvenzionale per il risarcimento del danno non patrimoniale derivante per il fatto che la madre aveva “aspettato” 16 anni per informarlo che “aveva una figlia” (!! … quando, dall’altro lato, neghi il fatto di essere il padre?). Poi, disposta la CTU genetica, negava la propria disponibilità a sottoporsi al test del DNA, per arrivare poi a concederla dopo l’escussione dei testimoni – test che confermava la sua genitorialità con una probabilità del 99,99999999%.

Come detto, la condanna è stata pronunciata ai sensi del comma 3, quindi d'ufficio. Merita censura la reiezione della richiesta di risarcimento per difesa temeraria avanzata dall’attrice, ex art. 96, comma 1 c.p.c..

Il rigetto della richiesta è stato motivato dal fatto che fosse intempestiva perché contenuta solo nella comparsa conclusionale.

Ebbene, giova osservare che la richiesta in questione non consiste in una “domanda” giudiziale, quella sì soggetta alle decadenze previste dal rito, ma da una mera “istanza” (il comma 1 recita “su istanza dell’altra parte”). Dunque, la richiesta – rectius, l’istanza – è possibile avanzarla nell’atto finale, dato che la norma stessa la prevede come reazione alla difesa avversaria. Considerato che può essere presentata “Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave” (incipit del comma 1), ne deriva che una valutazione di temerarietà sulla difesa avversaria può, e deve, essere condotta alla fine del giudizio, poiché solo alla fine può disvelarsi la mala fede dell’impianto difensivo – come è accaduto nel caso di specie, quando il convenuto ha acconsentito al test del DNA ad istruttoria quasi conclusa, dopo l’escussione dei testi.

Ne deriva che un’istanza ex art. 96, comma 1, c.p.c., se avanzata anche in un atto difensivo conclusivo, non merita un rigetto con una motivazione in rito perché intempestiva. Dopotutto, se si pretende che la tempestività coincida con i primi atti, sarebbe arduo valutare la temerarietà della difesa avversaria, soprattutto se astuta e dolosa; se poi la responsabilità riguarda il convenuto, l’attore, col proprio atto introduttivo, non è nelle condizioni di conoscere neppure i primi elementi della strategia difensiva dell'altro.

(“La domanda di risarcimento dei danni per responsabilità aggravata in conseguenza della trascrizione della domanda giudiziale prevista dall'art. 96, secondo comma, cod. proc. civ. [la sentenza riguarda il comma 2 perchè concernente un provvedimento cautelare, ma si ritiene che il principio di diritto sia valevole anche per il disposto del comma 1, dedicato al processo in generale], non attenendo al merito della controversia (i cui termini, con riferimento all'oggetto e alle "causae petendi" delle domande rispettivamente proposte dalle parti, restano immutati secondo la fissazione che deriva dagli atti iniziali), può essere formulata per la prima volta anche all'udienza di precisazione delle conclusioni, in quanto la parte istante è in grado al termine dell'istruttoria di valutarne la fondatezza e di offrire al giudice gli elementi per la quantificazione del danno subito; Cass. 15964/2009).