Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Redazione P&D - 01/01/2019

PER CENDON - UN AMORE CHE DURA DA TANTI ANNI, DA GIUSEPPE AUGURI PER L’ANNO NUOVO – GIUSEPPE SCIAUDONE

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Quando entrai nel vecchio manicomio “V. Emanuele”,  di Nocera Inferiore, mi colpì profondamente la condizione di miseria in cui vivevano i circa 400  ricoverati.

 

Subito cominciai ad arrovellarmi sul problema di come arginarla, come rendere possibile ad un paziente acquistare - con le proprie risorse - un vestito, un bel paio di scarpe, una dentiera.

 

Appurai - e fu questo lo stupore più grande - che i degenti avevano in gran parte una pensione, che molti di loro erano addirittura ricchi  (complessivamente, l’ammontare del patrimonio personale superava i 6 miliardi) e che pazienti vissuti nella miseria più nera si erano trasformati, da morti, in una specie di “zio d’America” per gli eredi che venti, trenta, quarant’anni prima li avevano abbandonati in manicomio.

 

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Il motivo di un tale paradosso è, ormai, ben noto: persone non inabilitate né interdette, che tuttavia non siano capaci di provvedere ai propri interessi, si trovano nella condizione che ho definito di “SOSPENSIONE IN UN LIMBO CIVILE”, per cui l’incapace è in balìa di chiunque, non garantito, non tutelato nei propri interessi e diritti.

 

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Ma ritorniamo agli inizi, per quanto mi riguarda, di questa lunga e triste storia.

 

Forte della “direzione Della Pietra”, basandomi su una certa pratica in consulenze tecniche presso il Tribunale, mi rivolsi alla Procura di Nocera Inferiore.

Il Consigliere Giancarlo Russo si mostrò sensibile al problema, e così tutto il suo Ufficio. Dopo qualche giorno, la Procura fu “inondata” di pareri medico-legali, indispensabili per avviare le procedure d’interdizione e inabilitazione.

Al momento, questa appariva l’unica strada, nonostante mi rendessi conto che non si trattava certo di una soluzione ottimale, per la gravità del provvedimento ( che fra l’altro sarebbe arrivato ben tardi nell’esistenza di questi pazienti ), un provvedimento nella pratica difficilmente revocabile e, particolare tutt’altro che secondario, da applicare in questo caso in misura massiccia.  

 

A più di un anno dalle udienze, tenute presso il vecchio manicomio, sono giunte a conclusione molte pratiche ma non tutte, e certo non per responsabilità della Procura, il cui Ufficio si è - al contrario - prodigato al massimo, ma per il complesso, farraginoso meccanismo della procedura: rinvii delle udienze;  notifiche eseguibili solo dalle Corti d’Appello, attraverso gli Ufficiali Giudiziari; difficoltà nel rintracciare talvolta decine di parenti per un solo  ricoverato (e,se per sbaglio se ne salta uno, si ricomincia tutto daccapo) e così via.

 

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Intendiamoci: è giusto che per interdire una persona, ma anche inabilitarla, si proceda con estrema cautela.

 Fra l’altro, proviamo a immaginare cosa accadrebbe se si potesse ricorrere “allegramente” all’istituto dell’interdizione...(magari si scatenerebbe nelle famiglie una corsa a chi arriva primo a interdire il congiunto più o meno prossimo)...

D’altra parte, bisogna considerare che, anche quando si riesce ad arrivare all’interdizione, la nomina del tutore è ulteriormente complicata nei casi in cui - e sono tanti - l’ammalato non abbia parenti o questi siano indisponibili.

 

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Nonostante l’entusiasmo iniziale di tutti noi operatori, fummo costretti ad ammettere  ciò che in fondo sapevamo già: ricorrere all’interdizione non ci aiutava a raggiungere, in tempi ragionevoli, il nostro obiettivo, pur rappresentando un atto dovuto (se solo si vuol considerare l’art. 591 del Codice Penale:”...chiunque abbandoni una persona di anni 14, ovvero una persona incapace, per malattie di mente o di corpo, per vecchiaia o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere la cura, è punito con la reclusione da 6 mesi a 5 anni”).

 

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L’entusiasmo cedeva il passo ad un profondo senso d’impotenza

Potevamo sperare solo nello SBLOCCO DEL DISEGNO DI LEGGE SULL’ “AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO A FAVORE DI PERSONE IMPOSSIBILITATE A PROVVEDERE ALLA CURA DEI PROPRI INTERESSI”.

Scrissi all’allora ministro Ossicini, che aveva dato un forte impulso per l’approvazione del provvedimento, fermo dall‘89, e citai ampiamente le parole chiarificatrici del professore Cendon.

Per conto di Ossicini, mi rispose - a stretto giro di posta - il Capo dell’Ufficio Legislativo del Ministero, avvocato dello Stato, De Giovanni, che aveva partecipato all’elaborazione della proposta. Egli manifestò chiaramente la preoccupazione che  i travagli politici potessero rendere impossibile l’ulteriore corso del provvedimento.

Eravamo nell’autunno del ‘95.

 

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Caduto il Governo e cambiato l’assetto del Parlamento, sono tornato alla carica con il simpatico e attivo ministro Flick, avendo pensato di orientarmi - questa volta - verso il settore Giustizia, per sottolineare la radice del problema: una gravissima carenza legislativa, causa di altrettanto grave ingiustizia. Anche Flick mi ha risposto subito, e mi ha detto che “ ... il Dipartimento per la famiglia e la solidarietà sociale ha ripreso l’iniziativa,d’intesa con questo Ufficio; si conta di poter approntare un’iniziativa al più presto, per presentarla in Parlamento subito dopo la pausa estiva ed ottenere un rapido iter parlamentare”.

E siamo all’estate del ‘96.

Il rapido iter parlamentare, evidentemente, si è fermato in qualche stazioncina: non tutti i gravi problemi del Paese godono dell’alta velocità ...

 

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Le udienze di interdizione per i lungodegenti di Nocera Inferiore andranno avanti, anche se con l’estenuante lentezza di sempre.

Eppure, questi processi hanno fatto emergere un aspetto positivo, importante, che vorrei qui sottolineare:  pazienti finora dimenticati, come si dice, da Dio e dagli uomini, hanno avuto per la prima volta, tutto per loro, un intero Tribunale: cancelliere, giudice, pubblico ministero e consulente tecnico. Con i tempi che corrono, non è poca cosa!

Inoltre, la notifica del Tribunale ha fatto arrivare tanti parenti (a volte sembravano colti dal sonno); vi sono stati incontri strazianti fra persone che non si vedevano da più di trent’anni,o di cui non si sapeva nulla ,o che si credevano morte. Sono stati  momenti di emozione intensa, non solo per chi era coinvolto direttamente. 

 

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Nelle linee-guida alla dismissione degli ex ospedali psichiatrici, fornite dall’Osservatorio del Ministero della Sanità, si dice che - in attesa che venga istituito l’amministratore di sostegno - ci si può rivolgere al Giudice Tutelare.

 Spesso, però, il Giudice Tutelare sostiene che non si tratta di materia di sua stretta competenza: lo diviene solo DOPO che la persona sia stata interdetta.

Qui siamo di nuovo al SERPENTE CHE SI MORDE LA CODA.

D’altra parte, sappiamo che - una volta nominato il tutore - non tutto è risolto. Mi è capitato, ad esempio, di richiamare un tutore (un avvocato ) ai suoi doveri, ampiamente elusi,e di sentirmi rispondere:”Dottore, sa, io poi negli ultimi vent’anni ho avuto molto da fare...” .

 

Intanto, mancano si può dire pochi giorni alla dismissione degli ex Ospedali Psichiatrici.

I ricoverati vanno via - finalmente! - Portano con sé pochi oggetti personali, e forse anche l’isolamento, quella sorta di congelamento nello spazio e nel tempo che chi lavora in manicomio conosce bene; un isolamento condiviso per anni - una vita - con gli infermieri, spesso unici depositari di una memoria dispersa e rimossa.

 

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Ma il problema resta,  ed è grave.

 PERMANENDO IL VUOTO LEGISLATIVO, QUESTO “BUCO NERO”, AVREMO SEMPRE, NEL NOSTRO PAESE, PERSONE DEBOLI NON GARANTITE; PERSONE CUI SI NEGA, DI FATTO, IL DIRITTO ALLA TUTELA.   E MI RIFERISCO ANCHE ALLA NUOVA UTENZA,  NON SOLO DI AMBITO PSICHIATRICO.

 

Tra i tanti rimproveri che mi posso rivolgere, c’è anche quello di non essere subito ricorso alla Corte Europea... Ho tentato la strada della Corte Costituzionale, ma mi è stato detto che non è praticabile.

 

Non ci resta ... che il maresciallo Rocca.