Persona, diritti personalità - Persona, diritti personalità -  Valeria Cianciolo - 13/12/2017

Per la riattribuzione del sesso non occorre il bisturi. Nota a Corte Cost. 20 giugno 2017 n. 180.  

La Disforia di genere  è un fenomeno dimensionale che può manifestarsi secondo diversi gradi d’intensità di cui solo la forma più estrema è accompagnata dalla richiesta di una riassegnazione di genere. Nello specifico ciò riguarda le persone transessuali, ovvero coloro che, identificandosi completamente nel genere opposto a quello assegnato alla nascita e provando distress per questo, manifestano il desiderio di adeguare il corpo all’identità di genere. In particolare, le persone transessuali si dividono in due sottogruppi, i Female to Male (FtM), ovvero le persone che transitano da Femmina a Maschio e le Male to Female (MtF), ovvero quelle persone che transitano da Maschio a Femmina (Coleman et al., 2011).

La Riattribuzione di Genere è solo una parte del trattamento medico previsto per la disforia di genere e necessita della somministrazione di una terapia ormonale cross-sex e una ri-attribuzione chirurgica di sesso. Quest’ultima, a sua volta, consiste in una serie di procedure chirurgiche applicabili a partire dai 18 anni per modificare le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie e per affermare in tal modo la propria identità di genere.

L’Italia ha provveduto a disciplinare le problematiche del transessualismo con la Legge del 14 aprile 1982, n. 164 rubricata con “Norme in materia di rettificazione di sesso”. In particolare, la RCS deve essere autorizzata con sentenza in quanto comporta l’asportazione degli organi della riproduzione che, in assenza di patologie organiche che la giustifichino, è vietata nell’ordinamento giuridico italiano (all’art. 5 del codice civile) perché lesiva dell’integrità della persona. All’interno di tale iter giudiziario, può essere richiesta una consulenza tecnica per rispondere a specifici quesiti da parte del Giudice. Il compito del legislatore è quello di autorizzare un atto terapeutico altrimenti illecito e quello del consulente è di individuare chi può beneficiare di tale atto terapeutico.

La Corte Costituzionale con la sentenza del 20 giugno 2017 n. 180 ha dichiarato non fondata, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 1, della legge 14 aprile 1982, n. 164, sollevata con due ordinanze, in riferimento agli artt. 2, 3, 32 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, dal Tribunale ordinario di Trento.

Nella ordinanza n. 174 del r.o. 2015 si osserva che la lettera dell’art. 1, comma 1, non precisa in cosa debbano consistere le modificazioni dei caratteri sessuali necessarie per ottenere la rettificazione, sicché, secondo il giudice a quo, l’interprete non potrebbe effettuare alcuna distinzione circa tali modificazioni. Ad avviso del rimettente, la disposizione censurata richiederebbe interventi non solo “demolitivi”, ma anche “ricostruttivi”, al fine di rendere la conformazione anatomica della persona il più possibile corrispondente a quella del diverso sesso da attribuire anagraficamente. In entrambi i casi oggetto dei giudizi a quibus, il Tribunale adìto dovrebbe rigettare la domanda di rettificazione, non essendo soddisfatto tale requisito; nell’ordinanza n. 211 si riferisce, in particolare, che la parte istante non si è sottoposta ad alcun intervento chirurgico, ma solo alla terapia ormonale, mentre nel caso di cui all’ordinanza n. 174 sono stati eseguiti interventi chirurgici di tipo demolitivo, ma non quelli ricostruttivi. Di qui, la rilevanza della questione di costituzionalità dell’art. 1, comma 1, della legge n. 164 del 1982, nella parte in cui subordina la rettificazione di attribuzione di sesso alle intervenute modificazioni dei caratteri sessuali della persona istante, dovendosi interpretare la norma nel senso che essa impone modificazioni sia demolitive, sia ricostruttive.

Secondo un diffuso orientamento della giurisprudenza di merito l’art. 3, primo comma della Legge 14 aprile 1982, n. 164 (ora trasfuso nell’art. 31, quarto comma, D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150), nel prevedere che, “quando risulta necessario un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico-chirurgico, il Tribunale lo autorizza con sentenza passata in giudicato”, non considererebbe l’intervento demolitorio-ricostruttivo come condicio sine qua non per la rettificazione dell’attribuzione di sesso. In particolare, “nei casi di transessualismo accertato il trattamento medico chirurgico previsto dalla legge n. 164/82 è necessario nel solo caso in cui occorre assicurare al soggetto transessuale uno stabile equilibrio psicofisico, qualora la discrepanza tra psicosessualità ed il sesso anatomico determini nel soggetto un atteggiamento conflittuale di rifiuto nei confronti dei propri organi genitali, chiarendo che laddove non sussista tale conflittualità non è necessario l’intervento chirurgico per consentire la rettifica dell’atto di nascita. Tale condivisa interpretazione poggia, per un verso, sulla considerazione che il dato letterale della legge n. 164/1982 legittima una rettificazione di sesso anche in assenza di preventivo intervento chirurgico, e ciò in quanto prevede solo che debba essere autorizzato quando necessario, (senza peraltro precisare i termini dello stato di necessità e nemmeno specificare se per caratteri sessuali debbano intendersi quelli primari o secondari e fino a che punto debbano essere modificati) e, per altro verso, su una lettura costituzionalmente orientata della normativa in parola, ponendosi sulla scia della pronuncia della Corte costituzionale n. 161/1985 che ha identificato un concetto ampio di identità sessuale ex artt. 2 e 32 Costituzione” (in termini: Trib. Rovereto 3 maggio 2013, n. 194, www.sossanità.it).

Secondo la Corte Costituzionale dunque: “L’imposizione dell’intervento chirurgico di normoconformazione rappresenterebbe, quindi, un’illegittima ingerenza del legislatore in un ambito che deve essere lasciato all’autonomia e alla responsabilità del professionista sanitario, al quale l’ordinamento demanda la scelta del trattamento medico e psicologico più opportuno per assistere la persona nella transizione di genere. Al riguardo, è richiamata la sentenza del Tribunale costituzionale federale tedesco, l° Sen., 11 gennaio 2011, l BvR 3295/07, che ha ritenuto che «la decisione sulla giustificabilità e opportunità clinica di un cambio di sesso deve essere presa sulla base di una diagnosi medica individuale; perciò il legislatore, al fine della prova della permanente esistenza della transessualità, pone un requisito eccessivo, che non considera in maniera sufficiente i diritti fondamentali che devono essere protetti». Del pari fondata sarebbe la censura riferita alla violazione dell’art. 8 della CEDU. Secondo la giurisprudenza della Corte di Strasburgo, infatti, il diritto all’identità di genere rientra nell’ambito protetto dall’art. 8 della Convenzione; pertanto, il rifiuto della riattribuzione di sesso, così come l’imposizione di un trattamento chirurgico di normoconformazione, costituirebbero «ingerenza di una pubblica autorità nell’esercizio di tale diritto».

La Corte Costituzionale richiama la nota sentenza della Suprema Corte del 2015 (Cass., Sez. I, n. 15138/2015), secondo cui “l’acquisizione di una nuova identità di genere può essere il frutto di un processo individuale che non postula la necessità dell’intervento chirurgico”. Le conclusioni della pronunzia di legittimità (del 20 luglio 2015) sembrano essere anticipate dalle osservazioni del Tribunale di Messina (Sez. I civ., 4 novembre 2014) - ma già da tempo anche la letteratura giuridica è orientata in tal senso - secondo cui la congruenza deve sussistere tra l’identità percepita e l’identità anagrafica, e in questo contesto marginalizzare la riconversione chirurgica del sesso biologico. Di questo avviso, del resto, pare essere anche la ricerca scientifica di settore, secondo cui l’equilibrio psico-fisico della persona transessuale non sempre necessiterebbe di un adeguamento chirurgico dei genitali.

La concezione per cui al fine di vedersi riconosciuto il proprio diritto all'identità sessuale, una persona debba - per forza - sottoporsi a trattamenti clinici altamente invasivi, tali da mettere in pericolo la propria salute, confligge insanabilmente sia con il cit. art. 8 CEDU, sia con l'art. 2 Cost., i quali entrambi, come visto, consentono incondizionatamente ad ogni soggetto di vedersi riconosciuta la propria identità sessuale. Detta concezione confligge anche con l'art. 32 Cost., poiché, al fine dell'esercizio di un proprio diritto fondamentale (quale il diritto all'identità sessuale), impone al soggetto di sottoporsi ad un trattamento chirurgico, del tutto non pertinente né necessario al fine del libero esercizio del diritto in esame. Imporre al soggetto di sottoporsi ad un trattamento chirurgico o sanitario doloroso e pericoloso per la propria salute, equivale a vanificare o rendere comunque eccessivamente gravoso l'esercizio del diritto alla propria identità sessuale. Considerando che gli artt. 8 CEDU e art. 2 Cost. tutelano la ricongiunzione dell'individuo con il proprio genere quale risultato del procedimento di rettificazione, non può non riconoscersi che - come ha fatto da tempo anche la scienza medica - la modificazioni dei caratteri sessuali primari non sempre è necessaria e che, anzi, alla luce dei diritti “in gioco”, la persona deve avere il diritto di rifiutarla.

 

Bibliografia

Biscione, M. C., Capararo, V., Carloni, S., & Cefalo, C. (2002). La perizia in materia di rettificazione di attribuzione di sesso. Altra psicologia, 20, 401-410.

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Ravenna, A. R., & Chianura, L. (2005). Disturbo dell’Identità di Genere: riflessioni sul percorso di adeguamento psicofisico e legale presso il SAIFIP. In D. Dèttore (a cura di), Il Disturbo dell’Identità di Genere. diagnosi, eziologia, trattamento, Milano: McGraw-Hill