Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Paolo Cendon - 25/05/2020

Persone, cose, danni non patrimoniali

  Basta pensare  -  ma i richiami sarebbero infiniti – al modo in cui ogni individuo si comporta nella sua  propria casa d’abitazione,  di città o di montagna,  oppure all’uso  che  si fa abitualmente dei camper o delle roulottes, all’importanza delle protesi sanitarie per un handicappato.

Magari  all’attaccamento che un artista può nutrire per il suo strumento musicale, per gli scalpelli di famiglia, alle cose che agevolano la fruizione del tempo libero, agli oggetti pensati per la cultura o per i ricordi, all’artigianato, agli animali d’affezione,  ai mezzi in grado di migliorare la mobilità o la tattilità di un soggetto infermo, di un bambino,  di un disabile.

 

In qualche misura  – allargando lo sguardo – occorrerà  pensare anche ai telefonini, alla pubblica amministrazione,  ai dischi rigidi dei computer, all’impianto  dell’acqua e del gas,  alle cavallette, ai rullini fotografici, alle centraline di ogni sorta, agli specchietti per le allodole, ai blocchi stradali, ai contraccettivi difettosi, alla posta elettronica, alle collezioni in corso.

Oppure ai black-out,  alle fonti di cattivi odori, ai giocattoli-trappola,  alle bocciature ingiuste, ai virus biologici o elettronici, agli analgesici, ai telecomandi, agli scarichi del bagno ostruiti,  al cibo, alle automobili,  allo spamming, alle valanghe dovute all’ imprudenza altrui.

O magari alle password, alle obbligazioni societarie, agli spinelli,  alle videocamere, alle chat-line, alle autoambulanze in ritardo, ai collegamenti via cavo, agli intonaci, ai cani altrui che abbaiano, agli alberi che si protendono, ai francobolli, ai dirottamenti aerei, agli eco-mostri, ai compact disk, al denaro.

 

Difficile immaginare, fermandoci alle ipotesi più elementari,  che accadimenti come la distruzione di questo o quell’oggetto,  oppure il suo smarrimento in mare aperto (magari un danneggiamento, una consumazione,  un mancato accomodamento, un difetto di fabbricazione;  o piuttosto un’intrusione, un occultamento,  una messa fuori uso, un’alienazione  a non domino) finisca per  generare riflessi sul terreno puramente venale, materiale – e null’altro.

 

Non diverse, d’altro canto,  le conclusioni cui  pervenire sul versante “simmetrico” della casistica aquiliana – quello delle (sequenze che si  collegano  a)  violazioni di una posizione iscrivibile, nella nomenclatura tradizionale, sotto il registro della “non patrimonialità”.

 

Le ragioni per avversare ogni semplificazione, circa i giochi di causa ed effetto possibili,  appaiono  anzi   stavolta   ancor più forti. E  basterà un richiamo alle libertà  fondamentali dell’uomo, ai diritti della personalità, a quei vari presidî  di natura individuale - dalla salute, alla libertà, dal nome  alla dignità, dall’onore all’immagine, dall’autodeterminazione alla riservatezza, etc.  -  la cui lesione  fa paventare al titolare, nell’ordine delle cose,   anche ricadute di tipo economico.

 

E’ quanto  i repertori giurisprudenziali  documentano, ogni giorno più diffusamente.

Più ancora che  per le voci del cuore o dello spirito, è facile   constatare in quante occasioni  di scontro -   tenuto conto del modo in cui la parte lesa era venuta organizzando la propria economia  -    le conseguenze risulteranno  temibili (dirompenti talvolta) proprio a livello patrimoniale.

 

Utilità di tavole empatico/eziologiche sì, dunque, a seconda dell’astratta natura degli interessi destinati a venire in gioco; ma   al tempo stesso, fuori e dentro al giudizio,  necessità di riscontri accurati circa le variabili in campo:   quelle capaci di incidere sul tenore  e sulle  dimensioni effettive del pregiudizio.