Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Redazione P&D - 06/09/2017

Più che fratelli - P.C.

Conta maggiormente, a questo mondo,   l’attenzione verso i legami originari, di sangue - che fanno sì che una certa coppia risulti alquanto “strana”, sul piano istituzionale? O deve pesare più il riguardo per la circostanza che, insoliti o meno per l’anagrafe, quei due si vogliono davvero bene, che hanno fatto dei figli insieme - che abitano nello stesso appartamento, dormono nel medesimo letto, vivono in concreto come marito e moglie?

Anche questa, sottolineo, è una storia con le sole iniziali dei nomi; senza fotografie. Chi vuol leggerla   capirà subito il perché.

Muore un uomo, B., in un incidente stradale, la colpa è interamente dell’altra parte; la moglie, M., e figli del defunto chiedono in Tribunale il risarcimento del danno.

Si può fare, pensa in prima battuta il giudice. Solo, indagando meglio, emerge che i due non si erano mai sposati: né in Chiesa, né in Municipio. Pazienza – ragiona il magistrato – è una cosa che succede; anzi è frequente oggigiorno: e la responsabilità civile, da sempre, non guarda troppo per il sottile in queste cose. È un istituto comprensivo, “poco inibito”. Se una coppia vivente more uxorio è solida, stabilizzata nel tempo, con buone prospettive di durata: ebbene, il risarcimento - anche a discreti livelli come quantum - non incontrerà grandi scogli. Tanto più oggi dopo le unioni civili.

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Nel caso in questione emerge tuttavia un ”dettaglio”, che non si sarebbe immaginato -   fatto per spiazzare seriamente: quella che domanda il risarcimento è bensì la compagna del defunto, ma è al tempo stesso sua sorella (di poco più giovane). Sorella sì, stessa madre e stesso padre, i due. Il prospetto all’Ufficio di Stato civile non lascia dubbi in proposito.

Una vicenda, a pensarci bene, non tanto frequente; di quelle che possono comunque succedere, anche in Italia (in certi paesi dell’Europa del Nord è più facile). Due fratelli vicini come età, orfani abbastanza presto, che sin dalla più tenera età – in questo caso - sono stati portati, per temperamento, a volersi un gran bene, a dividere ogni novità; a giocare, a sostenersi, sempre attaccati fra loro. Durante l’adolescenza, complici alcune occasioni, è stato naturale per i due scivolare verso una certa intimità: timidezza, riserbo, il tempo è continuato a passare, la confidenza si è vieppiù stabilizzata; un altro po’ di anni e sono arrivati dei bambini, prima una femminuccia, poi un maschietto. Ora sono la bambina all’asilo, il piccolo al nido.

Fragilità duplice, vien da osservare: perché è brutto che il capofamiglia sia, adesso, morto in un incidente; e perché il padre dei bimbi (fratello della madre) è in certo qual modo lo zio, al tempo stesso -   e loro sono contemporaneamente i figli e, da un certo punto di vista, anche i nipoti del defunto.

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Il giudice chiamato a decidere come si orienterà?

Per quanto concerne i figli – calcola il nostro magistrato - nessun problema;   lo status dei genitori è destinato a incidere   ben poco (una volta sì, oggi non più,   sostanzialmente) sulle loro difficoltà patrimoniali e non patrimoniali, come orfani: pieno risarcimento dunque.

E la sorella, compagna di vita? Il giudice prende le sue informazioni: iI quadro che emerge dai racconti è a senso unico: sorella sì, ma legata al compagno-fratello da sentimenti   freschi, autentici. Vissuti sempre in quel posto di campagna; i figli, è confermato, sono venuti da soli, per caso, e dopo un po’, passato il primo smarrimento, nessuno nel rione, fra i Servizi, ha più creduto di pensarci; coppia serena, quartetto esemplare. Tutti abbastanza simili di viso; gentili, affettuosi. Una famigliola che – sempre più vien fuori   scavando (forse non tutti sono al corrente) - la comunità circostante ha accolto con naturalezza, semplicità: in ogni circostanza, pubblica e privata: feste del patrono, piccoli cortei, concerti della banda municipale, inaugurazioni. Anche il parroco, don S.,   all’inizio perplesso, da tempo si è messo l’animo in pace; ogni anno verso Pasqua va a impartire la benedizione in casa, con l’incenso e i chierichetti. E si ferma a bere un bicchierino.

Ce n’è abbastanza,  concluderà il nostro giudice, per affermare che non sussistono ostacoli di sorta - e per disporre in definitiva un risarcimento non già da “sorella” (quattro soldi), ma da “quasi moglie” (parecchie decine di migliaia di euro).