Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 20/12/2017

Piccole storie di vita vissuta – Chiara D’Agostino

Ci sono storie che vale la pena di raccontare, sogni che rimangono tali ed altri che si avverano, momenti eterni ed attimi fuggenti.
Ecco, io, nella mia normalità, sono la somma di tutto: ho storie divertenti, tante da venderne, anche troppe; ho sofferenza atroci, più o meno alle spalle, nonostante le quali sogno sempre in grande, incredibilmente in grande. Se mi dovessi descrivere in breve, direi che sono una donna alla ricerca della felicità, a volte in modo così spasmodico che, sulla felicità, prevale l’ansia di trovarla. In realtà, però, Sarei parziale ed ingiusta, se dovessi descrivermi così; un po’ come tutti, quello che sono oggi deriva da così tanti episodi, incontri, conoscenze e cambiamenti, che io mi porto dentro una contraddizione costante ed eterna, che, credo, mi faccia sembrare un fumetto vivente.

A febbraio del 2017 è cambiata la mia vita. Ad onore del vero, la mia vita è cambiata tante volte, ma il 13 febbraio del 2017 rappresenta uno spartiacque: c’è un prima e un dopo.
Il 13 febbraio è morto Paolo, il mio compagno per sei anni; Paolo lo avevo conosciuto, scelto e corteggiato da adulta, e lui, anche se adulto, aveva inconsapevolmente deciso di essere il mio compagno. Veronese, cinquantenne, razionale (almeno apparentemente), disilluso e sofferto lui; trentacinquenne, meridionale, sognatrice e vulcanica io. Un incontro esplosivo, un amore difficile ma che ha travalicato tutto, fino alla malattia. Nel 2014 Paolo si è ammalato, un cancro alla vescica; è stato l’inizio di interventi, terapie, complicanze e sofferenze; slanci di affetto e incomprensioni, decisioni da prendere, prove da superare. Ed io, cardiochirurga, cresciuta in ospedale fra sternotomie e terapia intensiva, ho capito cosa voglia dire essere dall’altra parte. Ad aprile del 2016 abbiamo deciso di separarci, quando lui sembrava stare meglio. In realtà la nostra separazione è stata solo verbale, perché, di fatto, io ho continuato a stargli sempre vicino, a consigliarlo e a vivere con lui la ripresa della malattia, l’aggravamento e, purtroppo, la sua morte.

E mentre tutto questo succedeva a me, quarantenne nel pieno degli anni, del tutto impreparata ad un lutto del genere, ho lentamente ripreso contatti con il modo esterno, con le amiche di sempre che mi spronavano.
Ed è da allora che è incominciato questo periodo comico della mia vita, che sembra non essere ancora finito, fatto di conoscenze con le persone più incredibili.
Se vi state chiedendo come fa una quarantenne a conoscere gente, significa siete più vecchi di me; qualsiasi ragazzo adesso sa che non c’è nulla di più semplice con i social: che sia facebook, instagram, tinder, once o quello che volete, conoscere persone non è mai stato così facile… Il problema è la selezione. Ed è qui che inizia la mia storia.

Luglio a Verona; sotto consiglio di un’amica londinese, avevo ripreso a guardarmi intorno. Ho finalmente un primo appuntamento: Andrea, un ragazzo gentile, dall’aspetto delicato, con la passione per la fotografia. L’idea è di andare a bere una birra; lui non mi guarda mai negli occhi, è nervoso, a disagio. Si apre con lui la stagione degli incontri; di ognuno, o quasi, porto con me ricordi divertenti e scoperte pazzesche. Sto scoprendo l’ambivalenza nella conoscenza in età adulta, quando ormai io e le mie controparti abbiamo caratteri ben delineati, esigenze precise e passati importanti alle spalle.
Non voglio scendere nei dettagli delle stranezze delle persone che ho incontrato, anche perché a mia volta, e di questo sono sicura, anche io avrò dato impressioni opposte, sembrando a volte una persona sicura e allegra, a volte una donna provata e fragile. E, se ci penso, alla fine è proprio questo contrasto che rende bello un individuo; io porto di me, come ho detto prima, incongruenze e contrasti. Credo che, se mi si guarda con attenzione, anche nei miei occhi si vedano la tristezza e la sofferenza, ma anche l’attesa e la speranza… O almeno così mi ha detto chi mi ha conosciuto bene.

Andrea non l’ho più visto, dopo quel primo appuntamento; mi ha confessato cose di sé, forse perché non si è sentito giudicato, ma, mentre me ne parlava, sapevo bene che questo avrebbe significato che non si sarebbe più fatto vedere, neanche per una birra. Andrea aveva un dismorfismo sessuale.  Detta così, mi rendo conto, non si coglie il lato comico della vicenda; e, vi assicuro, ho cercato in tutti i modi di non farlo sentire a disagio, senza riuscirci purtroppo. Mentre vivevo quel momento, però, pensavo anche a quando lo avrei raccontato alle mie amiche (e ci tengo a precisare che, come me, le mie amiche non sono certo insensibili). Siamo tutte consapevoli che solo a me potesse succedere di imbattermi in qualcosa di così inusuale. Dopo di lui, ho conosciuto o rivisto altre persone; molte sono passate senza lasciare traccia. Alcuni, uno in particolare, mi sono entrati nel cuore. Francesco, un dandy moderno, una persona colta, quello del quale ti fidi perché lo conosci da decenni. Ecco, in lui ho visto la felicità, e poi quanto questa possa essere effimera. Francesco ha l’enorme merito di essermi stato vicino nel momento più difficile della mia vita e di averlo fatto con leggerezza e comprensione. Mi ha fatto riscoprire la femminilità, cosa significhi il desiderio. A lui, alle sue debolezze, alle sue fughe, anche alle sue pugnalate alle spalle, sarò sempre legata. Inconsapevolmente, e forse anche in modo immeritato, Francesco mi ha dato la forza di superare e vivere con coraggio la morte di Paolo. Con lui ho vissuto oasi di spensieratezza assoluta, in un periodo in cui la tristezza, la sofferenza e l’ingiustizia erano le mie compagne; momenti di gioia pura, dall’equilibrio precario. Dopo pochi di mesi di frequentazione, poco dopo la morte di Paolo, questa storia, fatta di incontri fugaci e di scoperte, di cibo e musica, di piacere puro e di telefonate infinte, la storia con Francesco si è infranta. Lui non sa, e non può sapere, quanto sia stato difficile; non lo può sapere semplicemente perché non avevamo dato la stessa importanza alla nostra storia. Non ci sono colpe, se non quella di essere stati poco chiari. Certo, ho pensato che la vita può essere terribile; proprio a me, che stavo vivendo ancora quel lutto terribile, non doveva succedere. Ma ho imparato a fare tesoro delle esperienze; non credo certo che le cose succedano perché c’è un destino che le faccia accadere; penso però che, con intelligenza e con sensibilità, da queste storie possiamo trarne qualcosa. Io ho sicuramente imparato a vivere le cose con maggiore distacco, ho imparato a credere di più nel mio fascino e nella mia femminilità, dei quali fino allora avevo dubitato fortemente. Ho riscoperto il gusto di sentirsi desiderati, la leggerezza dei primi incontri.

Perché non vi ho raccontato una cosa di me. Ho scritto che ho sempre dubitato della mia femminilità; non è una frase fatta, bensì il modo di pensare che ha caratterizzato i miei prima 40 anni.

Era l’estate del 1987; io avevo 12 anni ed ero con la mia famiglia in un villaggio turistico a Pugnochiuso, nel Gargano. Non era nostra abitudine passare le vacanze estive nei villaggi; non lo facevamo mai. Ma quell’anno mio padre organizzava una scuola estiva per chimici.

Io ero con mio fratello, di quattro anni più grande e c’erano anche i miei cugini, che hanno esattamente le nostre stesse età.

 Io ero una bambina, sicuramente nei modi di fare, ingenua e credulona; come molte bambine di quell’età, però, mi sentivo anche grande, pensavo di sapere come comportarmi; dolce e insolente allo stesso tempo, curiosa e timida.

Una sera qualsiasi durante quell’estate, lo ricordo come fossi lì, un animatore del villaggio, un uomo adulto, mise una canzone di Raf, “Ti pretendo”. Ricordo che si avvicinò a me canticchiandola nelle orecchie, dicendomi di seguirlo nella sua stanza. E io lo seguii.

Ci ho messo più di 20 anni a ricordare quell’episodio; l’ho tenuto chiuso nella mia mente, probabilmente perché non ero in grado di affrontarlo. Quello che è successo, adesso che sono adulta, è scontato. Allora, io non sapevo proprio cosa aspettarmi. Ricordo un corridoio, la sua stanza, io pancia sul letto, lui su di me e un cuscino per non farmi urlare; ricordo il sangue, il dolore, il suo tono sprezzante nel mandarmi via, dicendomi di non parlare perché avrebbe passato i guai. E ricordo il modo in cui mi ignorò il giorno dopo, dicendomi solo di non montarmi la testa, che noi non ci conoscevamo.
Ecco, questa storia io l’ho dimenticata per più di 20 anni, quando, grazie ad un percorso di psicoterapia, hanno lentamente prima, e poi in modo irruento, cominciato a riaffiorare ricordi sempre più precisi.

E’ difficile ritrovarsi, in un corpo da adulta e con una mente da donna, a rivivere un episodio vissuto da bambina; è difficile perché pensiamo a noi e a come ci saremmo dovute comportare, ma lo facciamo dimenticandoci che non avevamo la maturità e gli strumenti per capire e verbalizzare quello che stava succedendo. Ancora adesso, non mi do pace per il fatto che non mi sia ribellata, che non abbia urlato, che non abbia raccontato tutto ai miei genitori; e non mi do pace perché ragiono da donna emancipata, sicura e decisa quale sono adesso. E’ la cosa più difficile per me, quella di riuscire ad immedesimarmi nella bambina che ero e a perdonare il mio silenzio, la mia paura, i miei sensi di colpa. Non saprò mai quanto questa vicenda mi abbia condizionato; so di per certo che, a causa di questa storia, però, non mi sono mai sentita all’altezza di un uomo; il suo rifiuto di parlarmi il giorno dopo, il suo cacciarmi dalla stanza, mi hanno resa perennemente bisognosa di conferme da parte di un uomo, e sono consapevole di quanto questo possa essere pesante. Quel giorno ho provato un senso di disgusto che, non sapendo verso cosa indirizzare, ho indirizzato verso di me; questo ha minato la mia consapevolezza in quanto donna, la mia femminilità. E’ solo adesso, dopo anni di psicoterapia, che sto recuperando questa sicurezza. Ci sono voluti anni di dubbi; c’è voluta la mia storia con Paolo nella quale, per necessità, ho dovuto tirar fuori il meglio di me, scoprendolo aspetti di me che non immaginavo; ci sono volute la mia storia con Francesco e le parentesi fugaci con altri; ci sono voluti anni di lotta con il mio corpo, durante i quali non mi sono accettata e ci sono sicuramente voluti 20 anni di oblio per poterne parlare.